“L’ANNUNCIAZIONE” A PALAZZOLO O AL MUSEO? LA RICOSTRUZIONE STORICA DELL’OPERA

Ci sono argomenti che potremmo definire evergreen o… nazional popolari, che ogni tanto, un po’ per caso, escono fuori per “smuovere un po’ le acque” e parlare. Il problema, però, è che senza la sostanza, le parole rimangono vuote. Ma vediamo un po’ qual è l’argomento “fortunato” questa volta.

Spesso sentiamo dire all’amministratore, al deputato o al politico di turno che «l’Annunciazione di Antonello da Messina è di Palazzolo e lì deve tornare».

Nulla da contestare al fatto che, sì, la “pala d’altare di Antonello da Messina” è stata commissionata per la Chiesa dell’Annunziata di Palazzolo Acreide. I documenti parlano chiaro: un contratto, datato 23 agosto 1474, viene stipulato a Messina dal sacerdote palazzolese Giuliano Manjuni (o Maniuni), alla presenza del notaio Mangianti e di Nicola de lu Episcopo, Placito de Trahena e Henrico de Arresi. Nel contratto si leggono anche le condizioni economiche, i tempi e il luogo di consegna e lo schema compositivo. A tal proposito il prof. Paolo Giansiracusa nel suo articolo scientifico “Antonello da Messina e l’Annunciazione di Palazzolo Acreide ora al Museo Regionale di Palazzo Bellomo, Siracusa” pubblicato sul vol. 1 della rivista Studi Acrensi, alle pagine 31-47, descrive come doveva apparire l’opera nelle sue condizioni originali.

Condizioni che, sicuramente, non vennero mantenute nel corso del tempo. Siamo ben consapevoli, infatti, che la sua storia è davvero lunga e travagliata.

Certo non è questo il contesto giusto per raccontarla in modo specifico e dettagliato, oltre al fatto che tantissimi sono gli studi scientifici a tal riguardo, ma si cercherà di realizzare un racconto sintetico ma specifico.

Le date salienti sono:

  • 1896: Paolo Orsi, archeologo e direttore del Museo Archeologico di Siracusa (una volta gli archeologi dirigevano i musei archeologici, assurdo, eh?!) affida al suo giovane collaboratore, Enrico Mauceri, il compito di catalogare le opere d’arte presenti nel territorio di competenza.
  • 6 dicembre 1897, Mauceri individua una pregevole scena dell’Annunciazione «su una parete buia della parrocchiale di Palazzolo Acreide», cioè della chiesa dell’Annunziata, tra le più antiche della cittadina, edificata tra il XIII e il XIV sec., poi distrutta dal terremoto del 1693, ma ricostruita. Famosissima è la sua facciata barocca, arricchita dalle sue colonne tortili binate e la ricca decorazione simbolo di opulenza. Lo stile pittorico della tavola, definita dal Mauceri “vecchia e sciupata”, lo convinsero si trattasse di un’opera di Antonello da Messina e, per questo, ne sollecitò l’acquisto da parte dello Stato, per conservarla all’interno del nascente museo d’arte medievale e moderna a Palazzo Bellomo.
  • 1902: a Messina viene ritrovato proprio il contratto di commissione dell’opera, conservato presso il fondo notai dell’archivio di Stato. Esso fa dell’Annunciazione l’unica opera di Antonello richiesta per commissione.
  • 1907: l’opera viene acquisita e trasferita al Museo di Palazzo Bellomo. Lo studioso palazzolese Corrado Allegra, nel suo I Quaderni delle Chiese di Palazzolo, tra le pagine 83 e 88, ricostruisce tale vicenda.
  • Inizia la lunga storia del restauro dell’opera, ampiamente descritta dal prof Giuseppe Basile, dell’Istituto Centrale del Restauro.
  • 1914: Luigi Cavenaghi, pittore e restauratore, esegue il trasporto del dipinto da tavola su tela; operazione traumatica, ma necessaria per il pessimo stato di conservazione del supporto ligneo.
  • 1936, al Regio Gabinetto dei Restauri degli Uffizi, si interviene una seconda volta sull’opera, per curare lo stato della pellicola pittorica.
  • 1942 e 1986/87 due interventi a opera dell’ICR.
  • 2006/08: Giuseppe Basile esegue un restauro con la tecnica del Tratteggio per la reintegrazione delle lacune, con un approccio atto a rendere riconoscibili gli interventi e a restituire la profondità prospettica originaria.

Ma perché l’opera era in tali condizioni?

È molto probabile che fosse posizionata alla sinistra dell’altare maggiore, dove oggi è una porta che chiude un ripostiglio, ma che all’epoca immetteva alla Cappella del Sacramento, oggi non più esistente.

L’altare dell’Annunziata è citato in diversi documenti tra il 1600 e il 1726. Ad esempio, nel 1670 si riporta che l’immagine dell’Annunziata era posta sul suo altare.

Da un decreto emanato durante la Sacra Visita del 1762 e riportato tra i documenti dell’Archivio Vicariale del 1761, riguardo alla Chiesa dell’Annunziata, si legge «si tolga la tavola che si trova con falda di carta nell’altare maggiore attaccata alla custodietta, e si lasci libero il quadro». La presenza di un riquadro, occupato dalla tela di Paolo Tanasi del 1827, ma perfettamente adattabile al quadro di Antonello, fa supporre che in quel periodo l’opera fosse stata nascosta da quella più recente, prima di essere probabilmente spostata per facilitare l’osservazione del prof. Giovanni Tanasi, che nel 1854 fu inviato a scrivere una relazione per il suo restauro. Nello stesso archivio della Chiesa dell’Annunziata si ritrova un documento che certifica lo stato di conservazione dell’opera nel 1854, a firma dello stesso Tanasi. Si apprende che l’attribuzione era stata assegnata a Pietro Vannucci, detto il Perugino, e se ne certifica, già allora, il cattivo stato di conservazione. Tuttavia, non si hanno prove dell’avvenuto restauro.

Tra il 1866 e il 1874 la Chiesa passò sotto la reggenza del Canonico Paolo Fargione, accusato dal Governo dell’epoca di essere un «involatore ed usurpatore» di un antico quadro in tavola raffigurante Maria SS. Annunziata. La tradizione vuole che il quadro sia stato nascosto nell’orto della Chiesa, allo scopo di sottrarlo al Governo, finendo con il deteriorarsi. Tuttavia, è molto più probabile che il quadro fosse già in pessime condizioni, come documentato nel 1854 e, nell’attesa che il Canonico Fargione riuscisse a discolparsi dalle accuse, si trovasse nascosto dietro il quadro di Paolo Tanasi.

L’opera, come si sa, si trova oggi conservata alla Galleria Regionale di Palazzolo Bellomo, all’interno di una teca, realizzata specificatamente per il controllo del microclima al suo interno.

A questo punto, quindi, è necessario spostare il dibattito dal piano emotivo a quello culturale e scientifico.

La museologia contemporanea, una delle materie fondamentali per chi si dedica ai Beni Culturali, supportata dall’ICOM (International Council of Museums), definisce il museo come istituzione permanente al servizio della comunità, deputata alla tutela, alla ricerca e alla trasmissione del patrimonio come bene comune.

Il Museo non è un deposito, non è un luogo di esilio delle opere, è un luogo in cui esse possono continuare a esistere nel tempo, vincendolo.

Nel caso specifico dell’Annunciazione di Antonello da Messina, poi, la permanenza in un museo non è mera scelta ideologica, ma è una necessità conservativa, imposta dalla storia dell’opera stessa, dalla sua fragilità e da quella complessità di interventi che, seppur schematicamente, si è qui raccontato e che ne hanno garantito la sopravvivenza in questi ultimi cento e più anni.

La Galleria Regionale di Palazzo Bellomo non sottrae l’opera al territorio palazzolese, ne custodisce, altresì, la memoria, rendendola accessibile, in modo trasversale, e la inserisce in una narrazione storica scientificamente fondata.

Pensare, oggi, a un “ritorno” nel luogo di origine, che è privo delle condizioni minime di tutela, significherebbe confondere il legittimo orgoglio identitario con una responsabilità che riguarda l’intera collettività.

La vera questione, allora, il quid della discussione, non è dove si trova l’opera, ma quale progetto culturale si intende costruire attorno a essa? In tal senso il museo non è di certo una perdita, ma è una forma alta e necessaria di restituzione pubblica.

Necessario è, a questo punto – e forse da molto più tempo – affrontare il problema reale e concreto che limita la fruizione del patrimonio, a più livelli, quale la carenza del personale di custodia, che obbliga la direzione museale a chiusure forzate e a riduzioni di orario.

Sono questi i nodi strutturali, non le rivendicazioni simboliche, che devono misurare la volontà politica di investire seriamente nella cultura.

(Concetta Caruso, archeologa)

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