Michelangelo Giansiracusa! Un’intervista che andrebbe studiata nelle facoltà di scienze politiche come esempio paradigmatico di quella degenerazione del linguaggio pubblico che già Pasolini denunciava negli anni ’70, quando il politichese sostituisce l’analisi e la retorica prende il posto della sostanza.
Leggiamo la intervista de La Sicilia dove il presidente del Libero Consorzio ci illumina sulla drammatica esclusione dal CdA della SAC. E lo fa con maestria retorica: tante parole, nessun contenuto, zero progettualità.
L’Assenza come presenza metafisica dell’inutilità
Il dato è nudo e crudo: Siracusa ha il 25% delle quote nella SAC, società che gestisce l’aeroporto di Catania, infrastruttura strategica per l’economia e la mobilità del territorio. Resta formalmente socia ma “senza voce”. È la perfetta rappresentazione gramsciana del subalterno: presente ma ininfluente, nominato ma insignificante.
E qui arriva il capolavoro linguistico: “Vigileremo perché la modifica statutaria non ci è piaciuta” Vigileremo! Verbo che nella sua passività contiene tutta la resa incondizionata della politica contemporanea. Non “contrasteremo”, non “proporremo un ricorso”, non “presenteremo un piano alternativo”. Vigileremo, come lo spettatore impotente della propria marginalizzazione.
L’intervistatore pone la domanda centrale, quella che ogni cittadino minimamente consapevole si farebbe: cosa si poteva fare diversamente? La risposta è un esercizio di élision perfetto. Si evoca Palermo, Catania, il retaggio storico, battute più o meno felici, il clima sereno della riunione. Tutto l’armamentario di rito politichese.
Ma sul merito? Silenzio tombale. Nessuna parola su:
Quali progetti di sviluppo aeroportuale in ottica di policentrismo infrastrutturale siciliano?
Quali investimenti sulla intermodalità ferro-gomma-aria per collegare il Sud-Est all’hub catanese?
Quale visione di destagionalizzazione turistica attraverso collegamenti internazionali?
Quali competenze tecniche e gestionali portare in un CdA che dovrebbe occuparsi di aviazione civile, traffici, tariffe, slot? Niente. Il deserto del reale mascherato da sabbie mobili retoriche.
Il Merito assente: La questione che nessuno pone.
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E qui arriviamo al punto politicamente più rilevante, quello che questa intervista rivela proprio nell’omissione: in base a quale curriculum, a quali competenze specifiche, a quale expertise settoriale la persona indicata da Siracusa doveva occupare quel seggio? Perché nei CdA che contano, quelli dove si decidono investimenti milionari, rotte internazionali, strategie commerciali, non basta il pedigree politico o la tessera di partito o esser bien elevè. Servono competenze: trasporti, economia, diritto aeronautico, management.
Se Siracusa voleva pesare in quel consesso doveva presentarsi con una figura tecnicamente inattaccabile, con un progetto industriale serio, con alleanze strategiche costruite su basi programmatiche. Invece il silenzio di Giansiracusa su questi aspetti è assordante e rivela il vero problema: si ragiona ancora per logiche spartitorie ottocentesche in un settore che richiede professionalità da economia globale del XXI secolo.
Bellissima poi la sequenza sul presunto “giubilo” altrui per l’esclusione siracusana. Giansiracusa nega che ci sia stata festa ma subito dopo ammette che qualcuno ha tentato di utilizzare la sconfitta come prova della sua “debolezza politica personale”. È la classica dinamica del capro espiatorio analizzata: la colpa è sempre dell’altro che ti attribuisce la colpa.
Ma la domanda vera è un’altra: se non c’è debolezza politica perché Siracusa è fuori?
Se c’era un progetto solido perché non è stato accolto? Se c’erano competenze adeguate perché non sono state valorizzate? Il fatto stesso di dover negare la propria irrilevanza è la prova provata della propria irrilevanza.
Ricapitoliamo l’essenziale: zero analisi delle dinamiche di potere regionale, zero autocritica sulla mancata costruzione di alleanze strategiche, zero riflessione sul deficit di progettualità territoriale, zero discussione sul merito delle competenze necessarie, ma in compenso tanto, politichese, un “vigileremo” che suona come una bandiera bianca lessicale e una foto istituzionale che testimonia la presenza fisica in assenza di rilevanza politica. Zero assoluto.
Quando un territorio perde rappresentanza in un asset strategico hai essenzialmente due opzioni nella migliore tradizione della politica seria: o spieghi quale visione programmatica avevi elaborato e dimostri che la tua esclusione impoverisce il progetto complessivo, oppure riconosci le tue insufficienze e lavori per costruire credibilità futura attraverso competenza e alleanze.
Giansiracusa sceglie la terza via, quella tipicamente italiana e meridionale: la lamentazione rituale condita con l’accusa implicita agli altri, il tutto avvolto in una “antilingua”, quella burocratica e vuota che serve a non comunicare.
Siracusa esce da un CdA fondamentale per il suo sviluppo economico e la risposta istituzionale è “vigileremo”. Perché nella politica siciliana contemporanea, erede degenere della grande tradizione di pensiero meridionalista che va da Franchetti a Sciascia, l’importante non è più esserci con progetti e competenze, ma dire che si sarebbe voluto esserci, possibilmente con tono indignato e usando un lessico ostico che nasconda il vuoto di contenuti dietro la complessità sintattica.
È il trionfo della forma sulla sostanza, del significante sul significato, della chiacchiera sulla prassi. Gramsci, che proprio in Sicilia elaborò alcune delle sue riflessioni sulla questione meridionale, si rivolterebbe nella tomba.

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