Di Salvo Adorno*
È davvero fondamentale ricordare l’8 settembre? Questa data, scolpita nella storia italiana, continua a generare un dibattito acceso sul significato profondo dell’identità nazionale e sul cammino verso la democrazia. Più che una semplice ricorrenza, l’8 settembre 1943 rappresenta un “anno-ponte” che ci costringe a riflettere sul rapporto tra cittadini e istituzioni, sulla nascita di una nuova coscienza politica e sulle radici della nostra Costituzione.
Per storici come Renzo De Felice ed Ernesto Galli Della Loggia, l’8 settembre è stato il momento della “morte della patria”. Essi lo interpretano come una catastrofe nella coscienza popolare, che ha segnato la perdita dell’idea di nazione e ha reso manifesta una profonda debolezza etico-politica degli italiani. Secondo questa visione, l’idea di nazione in Italia era strettamente intrecciata alla presenza dello Stato e la sua crisi rivelò un “vuoto spirituale” che andava oltre il regime fascista e affondava le radici nella frattura tra Stato e cittadinanza a partire dallo Stato liberale.
L’ 8 settembre avrebbe fatto emergere una diffusa “zona grigia” di “attendismo” e passività, un atteggiamento opportunista mirato a salvare la pelle e aspettare la pace. Si era in altre parole sciolto il nesso tra la patria e il senso dello Stato, generando “spaesamento” e “desolazione”. In questa prospettiva, il ricordo dell’8 settembre consisterebbe nel tentativo di ricostruire un’idea di patria che si ritiene perduta o gravemente compromessa. Per chi lamenta la “morte della patria,” l’idea di un ripristino passa attraverso il recupero di una prospettiva nazionalista e la riaffermazione dell’onore perduto.
La destra è convinta che tutta la storia repubblicana avrebbe fallito in questo compito di riaffermazione dei valori profondi della appartenenza a una comunità nazionale, come elemento in grado di saldare il rapporto tra Stato e cittadino. Compito epocale di cui si vorrebbe far carico l’attuale governo.
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Tuttavia, queste letture sono state oggetto di forti critiche. Norberto Bobbio, ad esempio, ha sostenuto che la data più tragica per l’Italia è stata il 10 giugno 1940, l’ingresso in guerra, e che l’8 settembre è stato semplicemente una conseguenza di quella scelta disastrosa. In tal senso, la patria che morì l’8 settembre non fu l’idea di nazione in sé, ma piuttosto la patria intrisa della retorica nazionalista e bellicista del fascismo, una patria che il Duce e il Re avevano già delegittimato nel 1922.
Per chi si riconosce in questa lettura l’8 settembre è stato il germe di una nuova identità nazionale. Per chi sostiene che la patria libera e democratica era già morta nel 1922, con l’avvento del fascismo, l’8 settembre è stato il punto di non ritorno, tragico e umiliante, di quella terribile avventura e il punto di ripartenza per la costruzione dello spirito della Nazione. Questa rinascita è stata sostenuta dalla formazione di una nuova classe dirigente antifascista e resistenziale e dalla lotta partigiana. Lo storico militare Piero Pieri già negli anni Sessanta lo ha descritto come il “punto di partenza di quella meravigliosa affermazione delle recondite virtù di nostra gente che si disse la Resistenza“, segnando l’inizio dell’affermazione di una nuova Italia. La mobilitazione popolare, le “Quattro giornate di Napoli“, l’emergere dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), furono espressioni di questo tentativo di ricostruire un nuovo rapporto tra cittadino e Stato.
Io mi riconosco in questa interpretazione. Dal caos e dal colossale fallimento di una classe dirigente incapace, la cui immagine emblematica è la fuga del re, nacque l’esperienza della Resistenza che è diventata il fondamento morale, politico e civile della nuova Italia democratica, forgiando i valori che avrebbero ispirato la stesura della Costituzione repubblicana. L’8 settembre, quindi, pur segnando la fine di un’epoca, non è la “morte della patria,” ma la catarsi e la palingenesi che ha portato a una nuova coscienza politica e a un patto fondativo basato sui valori dell’antifascismo, della libertà e della giustizia sociale.
Quindi è importante come ricordare l’8 settembre. Per me farlo significa, dunque, non solo confrontarsi con il baratro di una nazione lasciata “allo sbando”, e sulle ragioni di quel disastro, ma anche celebrare la capacità degli italiani di ritrovare nelle difficoltà se stessi, di ricostruire uno Stato e di rivendicare il proprio posto tra le nazioni libere del mondo.
* docente di storia Università CT, Soc. It. Didattica della Storia, Presidente Soc. Italiana Storia Ambientale

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