Per definire meglio il fenomeno della nascita del culto di Ortigia, del suo sviluppo e del suo, probabile, attuale declino, basta farsela alla larga da lei per una quarantina d’anni e visitarla periodicamente a distanza di mesi o anni, con un certo, ma necessario, distacco. Si notano meglio i cambiamenti radicali, seguendoli nel loro divenire.
Crediamo che una lunga serie di provvedimenti per favorirne la fruizione turistica l’abbia resa un luna park e un’occasione per alcuni poteri non chiarissimi per intraprendere attività commerciali e di accoglienza turistica in senso lato che, bonariamente, definiremmo di un livello molto, troppo, discutibile. Di anno in anno le trasformazioni alla ricerca di un turismo di basso livello diventano sempre più evidenti.
Non sembri una stupida, reiterata constatazione ma la progressiva scomparsa degli indigeni, delle botteghe storiche e no, degli artigiani e commercianti di valore ha lasciato spazio agli “affari volanti”, da vendere a turisti “mordi e fuggi” di scarso livello culturale ma non del tutto sprovveduti. Non siamo in grado di sfoggiare statistiche ma a noi è sembrato che la massa dei turisti sia in netto calo. Quest’anno son bastate tre passeggiate nelle zone più frequentate per fare una valutazione di massima.
Si ha la netta impressione che i turisti abbiano già capito che la politica dei prezzi gonfiati, dei B&B dilaganti ma tipici di una “Italietta” minore, della ristorazione improvvisata, a volte indecente, dei trasporti urbani pirateschi anche se pittoreschi (??), fuorilegge e pericolosi, ha dato i suoi frutti. Se a questo aggiungiamo la presenza universale e discutibile di soggetti la cui mancanza di classe, educazione, istruzione, pulizia, buon gusto ha già minato alle fondamenta il modello Ortigia, declassandolo come merita, abbiamo avviato correttamente l’analisi.
Ci sembra scontato affermare, se facciamo riferimento al passato remoto e prossimo, che questa città non ci piace per niente. Era un altro il modello di turismo che ci serviva e che avremmo meritato per la nostra storia e tradizione! Forse si capisce meglio se cito alcune note casuali.
Seduti sulle panchine, ammalorate e pericolose per chi le usa, a causa delle assi in legno fradicio mancanti, poste di fronte al salotto buono della città, cioè il tempio dorico di Apollo, abbiamo sotto gli occhi un pavimento sporchissimo, maculato di centinaia di “chewing-gum” color antracite. Piccoli e grandi rifiuti sparsi parlano di una utenza da crocifiggere, i cestini dei rifiuti sono così pieni che hanno sparso il loro contenuto tutt’intorno.
Dietro le panchine il vociare sguaiato dei proprietari delle apicalessi e dei veicoli assimilabili: litigano costantemente e si apostrofano ad alta voce. È chiaro che stanno tutti in divieto di sosta e invadono spazi non consentiti. Lo spettacolo indecente migliore è quello di un casotto di tour boat poggiato davanti alla ringhiera del tempio (ma c’è in questa città qualcuno che si prenda la responsabilità di questo insediamento?) che è popolato da una serie di buttadentro variegata come umanità e sessi. Almeno tre soggetti usano importunare i passanti con un inglese maccheronico e sguaiato, un tono anche sfottente e maleducato. Cercano di adescare promettendo meraviglie paesaggistiche e racconti di storia antica. Peraltro si scambiano battute ad alta voce fra loro per gli insuccessi riportati. Quale storia possano raccontare ai turisti potete immaginare.
Quasi uno squarcio di ottimismo diventa il silenzioso ma improvviso arrivo di un grosso mezzo elettrico della Tekra. Ad una velocità improbabile per il luogo, arriva direttamente sul marciapiede, lo percorre, si ferma. Ne discende un netturbino alto, rapido che svuota i cestini ma lascia a terra l’immondizia che ne era caduta.
Unica cosa piacevole è stato osservare i “coniglioni” che hanno preso possesso del tempio, moltiplicandosi come sanno fare. Qualcuno aveva finalmente tagliato le erbacce ma le ha lasciate dove le aveva falciate. I conigli sembrano d’accordo. Certo è che questo è un tempio dorico che ha duemilasettecento anni, non uno zoo.
Non potendo esibirsi in piazza Duomo, le apicalessi e simili se la fanno in grande concentrazione attorno alla fonte Aretusa. Qui c’è la stessa atmosfera del tempio d’Apollo, vociare in dialetto da suburra, liti fra gli autisti, rumorose profferte di gite turistiche su veicoli smarmittati, puzzolenti, con brividi da controsenso abituale e impunito.
Le nostre gite personali sporadiche abortiscono giunti a Largo Aretusa, dove ci si affaccia sui sette scogli. Proprio di sotto qualcuno, che ha santi veri in paradiso e nutre gli stessi ideali artistici di questa raffinata amministrazione cittadina, ha impiantato una enorme piattaforma sul mare. Da questa si trasmette ad altissimo volume un’indefinibile musica moderna, dove prevale su tutto un ritmo infernale basato su toni bassi così importanti e martellanti da dominare sulla presunta armonia, in ogni caso volgare e disturbante. Questa improbabile struttura ci è sempre apparsa come uno sputo in faccia ai famosi tramonti sul porto grande che eravamo abituati a contemplare.
A quest’ultimo spettacolo non possiamo resistere e siamo costretti a sfuggire allo strazio paesaggistico e artistico. Non sappiamo con chi protestare.
Una città di ciechi, sordi, torpi, oseremmo dire…
Concludiamo con un’incontestabile affermazione: non abbiamo mai visto una guardia municipale o altri corpi militari dello stato a presidiare i luoghi più frequentati di Ortigia. Magari solo per far finta che si abbia la speranza di vedere ordine, pulizia, rispetto delle norme.
Sia detto senza malevolenza ma era questo che voleva l’amministrazione di questa città?
N.B.
Una nota simpatica potrebbe essere identificare un aroma tipico del più bel quartiere di Siracusa.
Noi ricordiamo perfettamente quello della nostra gioventù e non tanto quello dei gelsomini, visto che ora non ci sono più residenti in Ortigia che li coltivino nei piccoli cortili. Non c’è neanche il magico profumo dei fiori degli alberi di oleandro che trasformavano in meraviglia il passeggiare in piazza Duomo, riempiendola di colori bellissimi. Li hanno recisi tutti. Erano tanti e vecchissimi. Facevano il loro dovere. Hanno lasciato il posto a tantissimi tavoli di ristoranti che occupano metà di una delle più belle piazze d’Italia. Sarà vero che qui siamo già in Africa. Si mangia per strada come abitudine. Non era così in passato, ci siamo evoluti?
Per essere aderenti alla realtà il vero aroma di Ortigia è quello di olio fritto di pesce congelato!
Se non credete verificate. Il pesce fritto viene offerto a profusione dai buttadentro dei locali in piazzetta S. Rocco e via Picherali. Il fritto è ben esposto all’aperto permanentemente alle temperature estive, tanto per confermare la qualità e la sicurezza della nostra ristorazione!

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