La zona industriale perde un altro importante pezzo. Il 24 ottobre 2024 l’Eni ha comunicato la chiusura dell’ultimo suo grande impianto che produce etilene entro il 2026. I sindacati tranne la Cgil hanno firmato l’accordo e i Comuni non sono andati oltre le solite e inutili rimostranze. L’azienda, come è sempre successo, ha prospettato la costruzione di una bioraffineria con un investimento di 900 milioni d’euro spiegando che è un primo passo verso la rivoluzione green. Ma se le intenzioni della multinazionale fossero vere, il tempo necessario per la riconversione sarebbe lungo. Lo sanno a Gela dove la promessa bioraffineria è andata a regime solo dopo 10 anni. In questo momento solo l’Eni ha in funzione due bioraffinerie in Italia (Porto Marghera e Gela) con un’altra in costruzione a Livorno.
L’appoggio del Governo sembra assicurato: il decreto del Ministero dell’Ambiente prevede un contributo fino a un massimo di 30 milioni di euro per ogni singolo progetto d’investimento o riconversione delle tradizionali raffinerie. Inoltre, il ministro Pichetto Fratin ha intenzione di chiedere alla Commissione europea l’iscrizione dei biocarburanti nella tassonomia europea. Si vogliono accelerare i tempi rispetto alle rinnovabili, vera energia verde, sono prioritarie le bioraffinerie. Ciò aprirebbe la strada a ulteriori finanziamenti.
Ma una bioraffineria cos’è realmente? Sappiamo che si tratta di un impianto che converte materiali di origine biologica in prodotti utili come biocarburanti, bioplastiche e altri composti chimici. La loro importanza è nella capacità di ridurre la dipendenza dal petrolio. Questi impianti utilizzano rifiuti agricoli, urbani e industriali per generare energia e prodotti sostenibili. Negli ultimi anni sono stati introdotte delle innovazioni potendo così utilizzare microrganismi geneticamente modificati per migliorare la conversione della biomassa in biocarburanti, ma anche da bioplastiche, scarti urbani e agroindustriali. Eppure, le bioraffinerie non possono sostituire le raffinerie tradizionali, rappresentano solo un’alternativa per ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Inoltre i costi d’investimento e la concorrenza con l’industria petrolifera pesano ancora significativamente.
Nel 2023 a Livorno sulla decisione dell’Eni di ristrutturare la vecchia raffineria in bioraffineria il circolo di Legambiente inviò al ministero dell’Ambiente sei osservazioni in merito (la produzione sarebbe stata di biofuel ed era in corso la valutazione d’impatto ambientale). Davanti al progetto che prevedeva la produzione di 500mila tonnellate annue di biofuel con una diminuzione di 418 mln ton di CO2eq il progetto presentava dei punti poco chiari. Infatti, a fronte di un investimento di 420 mln di euro, si osservava che le emissioni rispetto alla raffineria che andava smantellata peggiorano per gli inquinanti CO e NH3 (+6%) e migliorano, altrettanto di poco, per SO2 (-12%), NOx e H2S (-5%) e polveri (-6,5%). Nessun progresso sul fronte delle emissioni odorigine o di CO2 emesse dalla raffineria. Inoltre l’Eni non specificava di quanto sarebbero calate le emissioni di CO2 legate all’impiego dei suoi biocarburanti rispetto ai corrispettivi fossili, affermava solo che sarebbero stati “significativamente inferiori”; una lacuna che apriva sospetti sulla reale capacità di garantire la tracciabilità delle cariche biogeniche in ingresso. Continuava il documento: “è insostenibile la soluzione prospettata da Eni per ricavare l’idrogeno necessario alla bioraffineria”. Altra questione cruciale: “Da dove sarebbero arrivate le cariche biogeniche, necessarie ad alimentare la bioraffineria? In Italia si raccolgono circa 80mila t/a di oli alimentari esausti, dunque la maggior parte dei materiali da lavorare dovranno essere importati”. Così l’associazione chiedeva cosa significava cariche biogeniche realmente “avanzate” (ovvero non solo derivate da colture non alimentari, ma da considerarsi come residui e rifiuti) con filiera tracciata e certificata in modo stringente”. Infine sui rifiuti: “è inaccettabile che a fronte di un investimento da quasi mezzo miliardo di euro, la produzione di rifiuti aumenti di 12 volte da 6.500 a 81.100 t/a. Che tipo di rifiuti saranno? Dove e come verranno gestiti? Alla fine, l’ultima nota dolente riguardava l’occupazione dell’indotto che non veniva salvaguardata.
Si chiede l’ing. Mario A. Rosato titolare di una piccola azienda agricola, specializzato in bioenergie, biomasse, biocarburanti: Ma è possibile che sistemi produttivi così complessi siano economicamente fattibili? Nonostante tanti conclamati fallimenti, le autorità europee ci credono ancora abbastanza da stanziare 2 miliardi di euro per costituire una joint venture con il Bio-based Industries Consortium (Bic, Consorzio delle Industrie a Base Biologica). Su 197 progetti finanziati finora, 86 riguardano l’utilizzo di scarti agricoli a scopi energetici per la produzione di ingredienti per l’industria chimica, per la produzione di biomateriali, fertilizzanti e bioagrofarmaci; 54 progetti riguardano l’utilizzo di scarti agroforestali e arbusti coltivati in terreni marginali per la produzione di fibre tessili, materiali leggeri per l’industria automobilistica, solventi, membrane per la separazione di gas, biopolimeri e carburanti. L’analisi superficiale dei 197 progetti evidenzia un fatto che li accomuna: l’assenza di aziende agricole nei consorzi, composti da università e aziende. Nonostante il solito slogan ideologico di “dare potere ai produttori”, la CE continua a sbagliare approccio perché la pretesa circolarità dei progetti è solo parziale. Nella pratica, le bioraffinerie finanziate finora non sono integrate alle aziende agricole bensì ricevono gli scarti che quest’ultime conferiscono, monopolizzando il valore aggiunto nel migliore stile dell’economia lineare che si pretende di superare. Un approccio che si è già rivelato fallimentare in passato quando un grosso consorzio di aziende multinazionali mirava a sostituire la benzina con etanolo prodotto, pagando gli agricoltori con una manciata di euro a tonnellata. Così dal punto di vista di un’azienda agricola, continua ad essere più saggio tenersi i propri scarti atti a produrre biogas per soddisfare il fabbisogno di riscaldamento o compostarli e restituirli al terreno per preservarne la fertilità”.
A questo punto possiamo constatare che di green c’è molto poco e che gli impianti vengono pagati dai cittadini fra disoccupazione, finanziamenti e inquinamento. Invece Stato, Regione ed Eni non pensano di investire per le promesse bonifiche a Gela, Livorno e Priolo, sebbene ciò significhi una minore spesa per la sanità (ambiente risanato meno morti) e occupazione.
Anche quando si chiede giustizia non si ottiene. È successo con la sentenza del 13 febbraio del tribunale di Gela. Lì nessuno dei dirigenti Eni pagherà. Dopo anni d’indagine che condusse a contestare il disastro ambientale tutti i manager, la sentenza è stata di assoluzione: “Perché il fatto non costituisce reato”, eppure la falda è stata inquinata, la contaminazione durerà per anni, le bonifiche sono ferme e molti sono stati i decessi per tumori.
Fonti:
Disastro ambientale, “contaminazione grave ed estesa”: chieste nove condanne e sette assoluzioni
- d) https://agronotizie.imagelinenetwork.com/bio-energie-rinnovabili/2024/10/07/l-agricoltore-del-futuro-sara-un-bioraffinatore/85881

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