Nel documento dei sindaci sull’area industriale, la questione del depuratore Ias, sul quale pende l’accusa di (presunto) disastro ambientale, è appena appena accennata, benché la nuova inchiesta di Report dello scorso due marzo abbia riproposto la drammatica condizione in cui versa l’impianto consortile. Chi ha visto la trasmissione avrà notato l’imbarazzo del presidente Schifani il quale, non sapendo cosa rispondere al giornalista di Report che gli chiedeva se era ancora commissario dell’Ias, si è infilato nella macchina blu senza aprire bocca.
È utile ricordare che a settembre del 2023 viene emesso un decreto interministeriale da parte dei ministri Urso (Imprese) e Pichetto Fratin (Ambiente) che pone, tra l’altro, a carico della Regione l’obbligo di finanziare interamente le opere necessarie per ristrutturare il depuratore pubblico. A febbraio del 2024, il presidente Schifani nomina un commissario (l’ingegnere Giovanna Falcone) per dare esecuzione alle prescrizioni riguardanti il depuratore, che è di proprietà della Regione. Cosa abbia fatto il commissario regionale dopo la nomina nessuno lo sa. Si sa però che non ha messo piede all’Ias neanche per dare un’occhiata agli impianti, per una sommaria ricognizione tecnica.
C’è un altro aspetto che Report ha messo in luce e riguarda l’autorizzazione integrata ambientale (Aia). Nel 2022 la Regione concede all’Ias un’Aia con numerose prescrizioni. Da notare che l’autorizzazione viene emessa dopo che i magistrati siracusani hanno posto sotto sequestro il depuratore. Il commissario giudiziario dell’Ias, Mariolo, fa presente di non essere in grado, dati i tempi brevi, la complessità tecnica e la mancanza di risorse, di ottemperare alle prescrizioni. Mariolo viene successivamente informato dell’avvio della procedura di revoca dell’autorizzazione ambientale, che a quanto pare non è mai avvenuta. Perché? Sembra che la procedura di revoca, per imprecisati motivi, sia stata sospesa. Un impianto consortile preposto alla depurazione dei reflui industriali della “capitale” europea del petrolchimico che opera senza autorizzazione ambientale è da guinness dei primati negativi. Ancora più incredibile che una struttura di proprietà regionale dedicata a svolgere una delicata attività con notevole impatto ambientale non abbia mai avuto la necessaria Aia.
A rendere ancora più complesso il caso è la decisione delle principali industrie che conferiscono i fanghi nel depuratore consortile di dotarsi di propri impianti. Forse è questa decisione che spiega il disimpegno della Regione. Perché, potrebbero aver pensato a Palermo, la Regione dovrebbe accollarsi i costi della ristrutturazione del depuratore Ias dal momento che le industrie si stanno dotando di propri depuratori?
A fine luglio dello scorso anno il gip Palmeri disapplica il decreto Urso/Pichetto Fratin, ma la disapplicazione non fa venir meno l’obbligo della Regione di risanare a proprie spese il depuratore per la semplice ragione che essa, come detto tante volte, è proprietaria della struttura.
Ma allora perché i sindacati e la politica non mettono con le spalle al muro il governo regionale per costringerlo a farsi carico della ristrutturazione dell’impianto? Pensano forse che i depuratori privati, cioè delle stesse industrie che producono i fanghi, siano in grado di smaltire i reflui senza effetti inquinanti sul territorio?

Commenti recenti