Rivolgendosi all’Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) della nostra ASP chi, per la prima volta, chiede visite specialistiche o prestazioni di diagnostica e non le ottiene nei tempi richiesti dal medico curante secondo le regole della priorità, può attivare un percorso di tutela presso l’URP della nostra azienda sanitaria.
Abbiamo provato ad attivare questo percorso per un malato grave che doveva ottenere il rilascio di un piano terapeutico che scade ogni sei mesi. Il farmaco richiesto ha un costo molto elevato ma prolunga la vita del malato per qualche anno. Questo tipo di prestazione non è prenotabile tramite il centro delle prenotazioni ma con l’accesso diretto con richiesta del curante. Capita che il medico addetto sia subentrato dopo il pensionamento del collega anziano che lo ha preceduto, non conosca il caso del malato e chieda un accertamento ulteriore.
In effetti la prestazione è semplice e alla portata del medico che la chiede. Ciononostante non compila la richiesta e ci costringe a passare dal centro di prenotazione che per fortuna da qualche tempo è accessibile per telefono. Peccato che occorra aspettare il turno al telefono. Al primo tentativo, dopo circa un’ora di attesa, cade la linea. Qualche giorno dopo si ritenta impiegando sempre più di un’ora per aver la possibilità di dialogare con un addetto. Non è stato possibile avere la prestazione, richiesta entro dieci giorni dal curante, prima di due mesi e un mese dopo la data utile per eseguirla prima della redazione del piano terapeutico. Alle nostre rimostranze lo stesso operatore ci consiglia di tentare un percorso di tutela. Credevamo che tale percorso potesse essere espletato per telefono. Non è possibile, invece, e bisogna andare a questuare di persona. Dopo una accoglienza gentile apprendiamo che bisognava aver fotocopie dei documenti di identità. Che non avevamo. Siamo stati aiutati nelle varie procedure burocratiche necessarie. Veniamo avvisati che la nostra richiesta andava disdetta perché il percorso di tutela si può attivare solo per un primo accesso alle cure e non per chi ha una esenzione per patologia e non paga ticket. Per giunta abbiamo dovuto rifare la lunga fila telefonica per annullare la prima richiesta fuori tempo utile per non pagare la sanzione comminata a chi non si presenta.
In sostanza dobbiamo fare, nelle ore adatte, un’altra fila telefonica e una nuova richiesta per primo accesso. Il Pagamento di un ticket salato non serve a evitarci una nuova prenotazione in ritardo di un mese. Poi dovremo spedire una mail con la nuova richiesta di quell’esame all’URP. Da quel momento scatta per l’ufficio la ricerca di un appuntamento utile. Per fortuna quest’ultimo è arrivato due giorni prima della scadenza. Abbiamo impiegato diversi giorni di fatica e stress sperando di avere in tempo le fiale costosissime per sopravvivere.
Insomma pare che sia servito questo lungo giro per avere una prestazione banale e semplice. Ringraziamo la dottoressa Giuffrida dell’URP per la gentilezza e l’aiuto.
In fondo abbiamo fatto un lungo giro a vuoto per avere una prestazione che si esegue a due metri dallo studio del medico che ce l’ha richiesta e che è un diritto gratuito di chi ha quella malattia.
Tralasciando le giornate perse per avere un diritto, ci sia consentito suggerire qualche scorciatoia. Invece di chiedere fotocopie di carte di identità si potrebbero attivare semplificazioni burocratiche come dichiarazioni di responsabilità, servizi resi agli ammalati per telefono e non in presenza. Lasciare agli operatori tutta la procedura informatica. In questa fattispecie vi era una responsabilità del medico che deve redigere il piano terapeutico che doveva organizzare in autonomia gli accertamenti che si fanno a due metri dal suo studio nello stesso ospedale.
Tutelare i malati dovrebbe valere in generale, semplificando i vari passaggi e usando bene il digitale senza imporlo a chi non lo sa usare. Perché far pagare il ticket a chi è esente? La strada sembra giusta ma bisogna fare di più, senza architettare percorsi a puntate e a ostacoli.
La burocrazia italiana si conferma come la migliore arma per negare diritti.

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