Non è lontano il 2050, la data indicata dall’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici, in cui si prevede che alcune parti delle terre a ridosso del Porto Grande possano essere sommerse a causa dell’innalzamento del livello del mare.
Un fenomeno presente da secoli come attestano gli studi dell’archeologia subacquea.
“L’antico livello del mare nel VI/V sec. a.C. si attestava a circa mt. 2,50 sotto l’attuale livello – osserva il presidente dell’Associazione Trireme Vincenzo Bongiovanni che per anni ha esplorato il fondo del mare attorno alla città ed è autore di diversi studi tra cui quelli sulle antiche strutture portuali di Siracusa greca -. Quando verso la fine degli anni novanta furono eseguiti gli scavi per la posa della condotta fognante lungo via Vittorio Veneto, furono scoperti alcuni basamenti degli antichi arsenali militari, i “neosoikoi”. Una lunga sequenza di strutture murarie parallele, con interasse costante di circa cinque metri e mezzo e orientamento sud-nord verso lo specchio di mare antistante il carcere borbonico. Il rilievo ha messo in evidenza che le fondazioni delle strutture murarie poggiano indifferentemente sia su un terreno roccioso che su terreno ghiaiose e ciò porta ad ipotizzare arsenali edificati su di un’antica linea di riva. Un altro arsenale quindi rispetto a quello del Porto Piccolo considerato da noi come il bacino entro cui aggettavano gli arsenali militari. A questo diverso arsenale fa riferimento una testimonianza di Diodoro Siculo su alcune opere di fortificazione realizzate da Dioniso come da me illustrato qualche tempo fa.
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https://www.lacivettapress.it/2019/05/16/contributi-alla-ricerca-archeologica-subacquea-in-ortigia/
Il piano di posa di tali strutture si trova a circa mt. 1,80 sotto l’attuale livello del mare e quindi, dovendo ovviamente essere state edificate fuori terra, in prossimità della battigia – sono anche state trovate tracce di pece con cui venivano impermeabilizzate le imbarcazioni -, se ne deduce che all’epoca l’antica linea di riva doveva attestarsi presumibilmente, come detto, ad almeno mt. 2,5 sotto l’attuale livello se consideriamo una pendenza di circa il 2% verso il mare aperto”.
Ma lo scenario dei nostri tempi appare del tutto diverso come attestato da uno studio, pubblicato nel 2021 sulla rivista internazionale ‘Remote Sensing’ e realizzato nell’ambito di un ampio progetto Pianeta Dinamico, finanziato dal Ministero della Ricerca e dell’Università (MUR): “Relative Sea-Level Rise Scenario for 2100 along the Coast of South Eastern Sicily (Italy) by InSAR Data, Satellite Images and High-Resolution Topography”.
“Dal 1880 in poi il livello marino ha iniziato ad aumentare di 14-17 cm ma oggi sta accelerando e sale alla velocità di oltre 30 cm per secolo” ha dichiarato uno dei ricercatori, il prof. Giovanni Scicchitano, associato di Geomorfologia presso il Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università di Bari. “Se non verranno ridotte le emissioni di gas serra, data la fusione dei ghiacci continentali e l’espansione termica degli oceani, il livello del mare potrebbe salire anche di 1.1 metri nel 2100 e di vari metri nei due-tre secoli successivi, con conseguente impatto sulle coste. Ma quelle basse e subsidenti, cioè dove la superficie terrestre si muove verso il basso per cause naturali o antropiche, possono accelerare il processo di invasione marina. Per queste ragioni abbiamo realizzato uno studio sugli scenari attesi lungo le coste della Sicilia orientale per il 2050 e 2100”.
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Sei le zone costiere, scelte per la particolare rilevanza in Sicilia, su cui valutare con uno studio multidisciplinare gli effetti attesi dai movimenti del suolo e dall’innalzamento del livello del mare: la parte meridionale della piana di Catania, i porti di Augusta e Siracusa, la foce dell’Asinaro, Vendicari e Marzamemi.
“I risultati per la piana di Catania indicano che, nell’area compresa tra i fiumi Simeto e San Leonardo, la perdita di territorio al 2100 sarebbe considerevole, con il mare che invaderebbe la zona depressa per diverse centinaia di metri – scrive il prof. Carmelo Monaco, ordinario di Geologia Strutturale presso il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università degli Studi di Catania -. Nel porto di Augusta alcune aree industriali potrebbero essere coinvolte. Il porto di Siracusa è l’area che più soffrirebbe di un potenziale innalzamento del livello del mare al 2100: secondo le nostre proiezioni, infatti, l’area della foce del fiume Ciane potrebbe essere invasa dal mare per una estensione fino ad 1 km nell’entroterra rispetto l’attuale linea di riva. Le Saline del fiume Ciane, attualmente Riserva Naturale Orientata e che negli ultimi anni hanno già subito un arretramento misurato da dati satellitari di circa 70 metri, verrebbero totalmente sommerse. Sorte simile potrebbe toccare alla Riserva di Vendicari, le cui aree umide potrebbero sparire lasciando sparse isole relitte”.
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Ma non basta. In condizioni di riscaldamento globale, secondo i ricercatori, anche le tempeste potrebbero avere effetti più forti su queste aree costiere, come verificato negli ultimi anni con gli uragani mediterranei conosciuti come ‘medicane’ che nel 2014 e nel 2018 hanno colpito violentemente le coste della Sicilia sud orientale.
Da qui, insieme alla necessità di continuare le ricerche anche in altre aree costiere, il monito degli studiosi ad aumentare la consapevolezza della popolazione sugli effetti attesi e a non sottovalutare l’innalzarsi del livello del mare, fenomeno a nostro avviso da tener presente anche nella programmazione dello sviluppo dei porti di Siracusa nella nuova stagione che si apre sotto la governance dell’Autorità di sistema portuale.
Qui l’articolo completo dell’INGV con link alla relazione

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