Al centro dell’ambaradan mediatico che ha investito, per l’ennesima volta, gli incolpevoli bronzi di Riace, fra pescatori di corallo, carotaggi, boss della mafia e quant’altro, è tornata l’antica questione relativa ad una supposta provenienza siracusana delle due statue.
L’idea fu lanciata per la prima volta nel 1988, in forma fortemente dubitativa, dall’archeologo H. Ross Holloway che comunque, nello stesso articolo, propose di identificare gli eroi con una delle coppie di fondatori di città greche di Sicilia – Gela, Agrigento o Camarina – sconfessando di fatto l’opzione siracusana.
Si tratta ovviamente di pure congetture, basate, come precisa lo stesso Ross Holloway, “su delle voci non controllabili”.
Tuttavia, una volta gettato il seme, la pianta ha messo radici ed è cresciuta fino ad assumere la forma attuale: secondo i risultati di una ricerca diffusa sui social e approdati persino sui notiziari nazionali i bronzi di Riace appartenevano in origine ad un gruppo statuario raffigurante i Dinomenidi, il tiranno Gelone insieme a due dei suoi fratelli, eretto nei pressi dell’Olympieion di Siracusa, alle foci del fiume Anapo. Qui le statue, arrivate da Argo in sezioni anatomiche staccate, sarebbero state ricomposte servendosi di argille locali, come dimostrerebbe un confronto stringente con le analisi delle «terre di fusione» recuperate dai bronzi. L’occasione per la dedica di questo gruppo – della cui esistenza, confesso, non riesco a trovare traccia alcune nelle fonti letterarie e per questo sono costretto a considerare pura invenzione in attesa di un ragguaglio – sarebbe stato un episodio ricordato da più autori antichi. Dopo la famosa battaglia di Imera del 480 a.C. dal quale era uscito trionfatore, Gelone mise in atto un espediente per consolidare il suo potere e mettere a tacere le voci di dissenso: ordinò che i Siracusani si riunissero in assemblea armati mentre lui si presentò completamente disarmato, chiedendo di essere giustiziato seduta stante qualora il popolo avesse ritenuto le sue azioni contrarie all’interesse della città; i Siracusani al contrario, prevedibilmente, lo acclamarono e, secondo uno degli autori antichi che ricordano l’episodio, eressero in suo onore una statua nel santuario di Hera Sicula.
La diffusione dei risultati di questa indagine ha avuto, come si è detto, larga eco, nel silenzio, non saprei dire se distratto, attonito o sgomento, degli antichisti, e in particolare degli archeologi. Qualche dissenso si è registrato solo sui social dove, fra esaltazioni e campanilismi vari al di qua e al di là dello Stretto, le perplessità o le aperte condanne avanzate da alcuni specialisti sono state malamente rintuzzate o quanto meno etichettate come sintomi di bieco corporativismo. Ho visto persino una mia collega insultata e tacciata di “invidia” (sic!); a me è andata meglio, tuttavia sono stato coinvolto in una conversazione nella quale – giustamente, credo – si invitavano gli addetti ai lavori a non limitarsi a rifiuti o facili ironie ma ad entrare nel merito della questione. È questo il motivo per cui mi sono deciso a scrivere questa nota che non vuole essere una stroncatura della ricerca di un appassionato di archeologia: al contrario, guardo con simpatia ed ammirazione chiunque si dedichi a livello amatoriale allo studio del mondo antico e innamorato di una propria idea tenti di difenderla ad ogni costo. L’archeologia tuttavia, nonostante le derive tecnolatre degli ultimi tempi, rimane pur sempre una disciplina storica con la sua metodologia e le sue regole. Considerata da questa prospettiva la proposta “siracusana” temo risulti irricevibile sotto diversi aspetti: mi limiterò a segnalarne quattro.
1. Problemi cronologici
Secondo le fonti la “sceneggiata” a favore dei Siracusani si tenne all’indomani della battaglia di Imera, nel 480 a.C. Gelone era ormai sessantenne e, a sentire Aristotele, affetto da idropisia: due anni dopo sarebbe morto. Non è possibile stabilire se la statua in onore del tiranno sia stata realizzata quando era ancora in vita o sotto i suoi successori, sappiamo però per certo che la caduta dei Dinomenidi si data al 465 a.C. La cronologia dei bronzi di Riace è tuttora molto discussa, tuttavia non credo si possa trovare uno storico dell’arte greca disposto a fissare una data anteriore al 460 a.C. per la loro creazione. Per il bronzo B – il “vecchio”, quindi il supposto Gelone – si è proposto persino il 430 a.C. Risulta quindi impensabile che la giovane democrazia siracusana fosse disposta a finanziare la realizzazione di un monumento celebrativo della tirannide dalle cui ceneri era nata.
2. Nessun testo antico ricorda una statua di Gelone nudo
Prima di entrare nel merito della questione, occorre sgomberare il campo da un possibile equivoco: poco dopo la metà del IV secolo a.C., nella difficile età di Timoleonte, i Siracusani, per fare cassa, decisero di fondere le statue in bronzo di tutti i tiranni esistenti in città. Dal “processo” si salvarono soltanto una statua di Gelone e tutte le statue di Dionisio il Vecchio che ritraevano il tiranno nelle vesti del dio Dioniso: appare chiaro che queste ultime si salvarono per puro scrupolo religioso, quella di Gelone perché considerata ritratto di un esempio irripetuto di “buon tiranno”. Qualora i bronzi ritraessero due dei Dinomenidi, entrambi tiranni di Siracusa, come si spiegherebbe che si sia salvato anche il ritratto di uno dei fratelli di Gelone? La fonte, che riporto di seguito, è inequivocabile (e del resto occorre dire che non esiste alcun elemento per stabilire che la statua di Gelone scampata alla fonderia fosse quella dedicata dai Siracusani nel santuario di Hera):
Favorino di Arelate , I-II sec. d.C.: «[Al fine di procurarsi del bronzo per battere moneta, i Siracusani] emanarono un decreto per distruggere le statue dei tiranni (la maggior parte di quelle che avevano erano infatti di bronzo), dopo aver deciso fra loro quali meritavano di essere fuse e quali no. Durante il processo se ne salvò una soltanto, sappiatelo, quella di Gelone figlio di Dinomene. Tutte le altre furono distrutte, ad eccezione di quelle di Dionisio il Vecchio perché portavano gli attributi di Dioniso» (“Discorso ai Corinzi” 21, erroneamente attribuito a Dione Crisostomo nella tradizione manoscritta).
Riportare alla lettera il testo antico non deve apparire ozioso: al contrario, la lettura diretta delle fonti letterarie, condotta con la competenza e la prudenza necessarie, evita fraintendimenti, forzature miranti a giustificare le nostre congetture e soprattutto mette al riparo da aggiunte arbitrarie e voli pindarici. In questo, una conoscenza non superficiale della lingua originale in cui i testi sono stati redatti risulta auspicabile, a volte necessaria.
I bronzi di Riace ritraggono due figure maschili armate ma in completa nudità, caratteristica esclusiva, in questo periodo storico, delle figure eroiche e non dei mortali. Secondo lo studio in questione la nudità della statua di Gelone (e di quella del fratello, alla quale però non si fa mai cenno nei testi) sarebbe giustificata dai testi antichi che usano il termine greco “gymnos” in relazione al tiranno. Basterà tuttavia aprire un semplice vocabolario di greco antico per appurare che se da una parte “gymnos” significa in prima battuta “nudo”, dall’altra può essere usato per indicare una persona “inerme”, “indifesa”, “disarmata” o “vestita della sola tunica”. Per amore di chiarezza riporto qui di seguito, in ordine cronologico, le testimonianze letterarie riguardanti la messinscena di Gelone:
– Diodoro Siculo, I sec. a.C.: «[Gelone] si presentò all’assemblea non soltanto privo delle armi (ton oplon gymnos) ma anche senza chitone, indossando soltanto un mantello» (11, 26, 5).
– Polieno, II sec. d.C.: «[Gelone] si presentò in assemblea e fece il resoconto della sua attività come comandante dai pieni poteri …, infine, lodato per tutte le sue azioni, si spogliò delle vesti e stando in mezzo a loro gymnos (“nudo”, “disarmato”, “vestito della sola tunica”), disse: «Io sto così, gymnos, di fronte a voi, mentre voi siete armati, in modo che, se mai avessi commesso qualche violenza, possiate usare contro di me ferro, fuoco e pietre» (1, 27).
– Eliano, II-III sec. d.C.: «Gelone… si presentò senz’armi nell’agorà e dichiarò di voler consegnare il potere ai cittadini: essi però rifiutarono… Per questo motivo nel tempio di Era Sicula (o «dei Siceli») si erge una statua che raffigura Gelone gymnos (“inerme”, “con la sola tunica”), con un’iscrizione che illustra quell’episodio» (Storie varie 6, 11).
La traduzione di “gymnos” con “vestito della sola tunica” nel testo di Eliano è giustificata dal fatto che lo stesso autore ritorna a parlare dell’episodio più avanti:
– «[Gelone] convocò i Siracusani in assemblea e si presentò a loro armato… si spogliò delle armi dicendo pubblicamente: “Ecco dunque, sono qui davanti a voi in tunica, privo delle armi (en chitonisko, gymnos ton oplon): vi concedo di fare di me ciò che volete”. I Siracusani restarono ammirati del suo comportamento … gli eressero anche una statua che lo raffigurava vestito di una tunica senza cintura» (Storie varie, 13, 37).
Dalla lettura dei tre testi, lontani nel tempo fra loro e dipendenti da tradizioni diverse (in una testimonianza Gelone indossa il mantello senza tunica, nell’altra la sola tunica; in una arriva all’assemblea armato, nell’altra già disarmato) si può concludere per la storicità dell’episodio, che evidentemente rimase a lungo impresso nella memoria storica siracusana. Una prova collaterale può venire da un episodio parallelo verificatosi a Siracusa nel secolo successivo con protagonista Agatocle, uno che la sapeva lunga in fatto di autopromozione e propaganda: presentatosi in assemblea a giustificare le sue azioni, dichiarò di voler rinunciare ad ogni carica e, deponendo la clamide (simbolo del suo rango) si allontanò indossando il semplice mantello, come un comune cittadino, solo per essere richiamato dal popolo e insignito dei pieni poteri (Diodoro 19, 9, 1-5). Il tentavo del futuro re di presentarsi ai Siracusani come nuovo Gelone non potrebbe essere più chiaro, ed è significativo che anche in questo caso sia la scelta dell’abbigliamento, e non certo la nudità, a denunciare la vulnerabilità del soggetto.
Risulta altresì evidente che sia Diodoro Siculo sia Polieno sembrano ignorare l’esistenza di una statua di Gelone collegata all’episodio in esame, o se non altro passano la cosa sotto silenzio. La statua è ricordata solo dalla fonte più tarda, Eliano, un autore che scrive ben sette secoli dopo i fatti che narra, noto per la propensione ad inserire elementi anacronistici o fantastici nel suo testo, al punto che si sarebbe tentati di destituire di fondamento la notizia della dedica; è tuttavia probabile che la statua sia realmente esistita, perché l’autore, da una parte, si rivela attento a descriverne la specificità iconografica (l’abbigliamento adatto ad un uomo anziano e di alto rango era costituito dalla tunica coperta dal mantello, e non dalla semplice tunica priva di cintura che doveva così mandare un messaggio chiaro allo spettatore), e, dall’altra, si preoccupa di indicare puntualmente il luogo nel quale il monumento fu dedicato. Da quanto detto credo comunque si possa concludere che, sulla base delle fonti letterarie giunte fino a noi, una statua di Gelone nudo non è mai esistita: la statua dedicata dai Siracusani è ricordata da un’unica fonte che la descrive incontrovertibilmente vestita di tunica.
3. La posizione del tempio di Hera Sicula è sconosciuta
Quando Eliano indica la sede della statua nel tempio di Era Sicula, o “dei Siceli” (Sikelia Hera) fornisce un’indicazione preziosa per la ricostruzione del pantheon di Siracusa greca. La statua era collocata chiaramente non all’interno del tempio ma nel recinto sacro dell’edificio. Nessun altro autore fa cenno a questo santuario dalla titolazione del tutto singolare: è chiaro che la fonte non intende riferirsi ad una Hera di Siracusa, indicazione che nel contesto sarebbe apparsa del tutto superflua; è molto probabile, come è stato suggerito, che il tempio fosse dedicato ad una grande divinità femminile “indigena” entrata precocemente nell’orbita degli interessi religiosi della città e identificata con la dea greca Hera. Purtroppo, allo stato attuale delle conoscenze non abbiamo la minima idea di quale fosse l’ubicazione del tempio. Sorprendentemente nell’immaginifica ricostruzione di cui ci occupiamo il tempio in questione viene disinvoltamente collocato alle foci dell’Anapo, in prossimità del tempio di Zeus Olimpio, ma non si comprende per quali vie si sia arrivati a questa conclusione: forse perché Zeus e Hera sono sposi? In verità l’area dell’Olympieion è stata largamente indagata negli anni, e che io sappia non è mai emersa traccia alcuna di un altro luogo di culto. Del resto, in considerazione della probabile origine anellenica della dea, è facile pensare che il suo tempio si trovasse in una zona ben distinta dalle aree riservate al culto degli dei olimpi. Rimane il fatto che è proprio nella convinzione, del tutto arbitraria, che il tempio di Hera Sicula sorgesse a ridosso del tempio di Zeus che le due équipe universitarie, inopinatamente coinvolte in una ricerca dalle fondamenta che mi permetto di definire, eufemisticamente, diafane, hanno concentrato le loro indagini sulle terre alle foci dell’Anapo.
4. Dove venivano ricomposte le statue in bronzo?
La lettura delle analisi geochimiche che ha rivelato la forte corrispondenza fra le “terre di saldatura” dei bronzi e i campioni prelevati presso l’Anapo può essere affrontata serenamente e acquisire valore pienamente probante quando si siano tolti di mezzo due equivoci. Il primo è dato dalla scelta dei terreni sottoposti ad analisi, che appare totalmente arbitraria. A questo è strettamente connesso il secondo equivoco: i bronzi di Riace, come è risaputo, sono stati realizzati in parti anatomiche separate e ricomposte in un secondo momento; l’idea, per quanto ho capito, sarebbe che la ricomposizione delle varie parti sia avvenuta in prossimità del tempio di Hera al quale le statue erano destinate, e che per le operazioni ausiliarie ci si sia serviti delle terre locali. Ora, mi si perdoni il paragone, l’idea che le due statue siano partite da Argo “smontate” per essere montate nella sede finale come una libreria Ikea appare quanto meno azzardata. L’operazione di saldatura delle varie parti di una statua, insegnano gli specialisti, era una pratica straordinariamente complessa che richiedeva la partecipazione di maestranze numerose e altamente specializzate. Cito da uno studio di E. Formigli: “L’antica tecnica di saldatura prevedeva il riscaldamento locale delle parti da saldare ed il getto nella zona intermedia della lega saldante da crogiuoli. Le zone da saldare dovevano essere tenute calde, mentre altre zone dei manufatti in bronzo non dovevano essere surriscaldate per evitare la loro fusione (ad esempio la mano nella saldatura di un braccio al busto). Per questo era necessario un riscaldamento differenziato che si poteva ottenere solo con l’azione di vari mantici serviti da diversi operai. In tutto il lavoro di saldatura era necessaria dunque una perfetta intesa tra diversi operatori. E tanto più era grande e complessa la figura da ricomporre per saldatura, tanto più alto era il numero delle persone che dovevano lavorare in perfetta sintonia». Alla saldatura seguivano peraltro i vari lavori di levigatura, patinatura ecc. per i quali, è facile credere, erano richieste ulteriori specifiche competenze.
È credibile che attività così complesse fossero svolte nei pressi di un santuario, con l’ausilio di un forno capace di sviluppare da 800° a oltre 1000°installato per l’occasione, e che al seguito delle statue in pezzi viaggiasse un piccolo esercito di artigiani specializzati, possibilmente capeggiati dal maestro? Un vaso ateniese dipinto ad Atene proprio negli anni di Gelone (ne ho parlato in qualche mio post e ne ripropongo qui l’immagine) dimostra chiaramente come tutto il processo creativo di una statua in bronzo si compisse all’interno della fonderia senza soluzione di continuità.
Se, come si è detto, non è mai esistita alcuna statua di Gelone nudo da una parte, e, dall’altra, non abbiamo alcun indizio che collochi il tempio di Hera Sicula nei pressi dell’Anapo, penso sia legittimo chiedere alle due équipe che si sono occupate delle indagini geochimiche: quanto vincolante dobbiamo considerare la comparabilità fra le terre prelevate dai bronzi e i campioni prelevati alla foce del fiume siracusano? Dobbiamo credere che i bronzi – indipendentemente dalla loro identità – siano veramente stati realizzati nel siracusano? Allargando (per assurdo) le analisi alle terre delle foci di tutti i fiumi della Grecia, dell’Italia meridionale e della Sicilia quanto aumenterebbero le possibilità di trovare valori comparabili?
In conclusione dobbiamo ammettere, o meglio accettare, che allo stato attuale delle conoscenze dei bronzi di Riace sappiamo pochissimo: che sono stati trovati nel mare antistante Riace, che la loro cronologia va fissata nei decenni intorno alla metà del V secolo a.C. e che con ogni probabilità furono creati nell’area di Argo, nel Peloponneso. Le indagini archeometriche sulle statue ci hanno dato informazioni importantissime sulla tecnica di realizzazione dei bronzi antichi ma non possono dirci nulla né sulla loro identità né su chi le abbia create. Al momento si contano almeno dodici o tredici proposte (numero che temo continuerà a crescere), tutte diverse e tutte ovviamente di natura puramente congetturale. Si tratta tuttavia di proposte basate su una solida conoscenze delle fonti letterarie, del modo in cui vanno utilizzate, della storia dell’arte greca, dell’iconografia e delle tecniche, ed è per questo che vengono dibattute all’interno della comunità scientifica. Lo stesso non può dirsi di questa proposta “siracusana”: una fantasia, bella o meno quanto si vuole, ma solo una fantasia. La ricerca archeologica è un’altra cosa.

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