IL CASO IAS, IL RISCHIO DI UN BLOCCO PRODUTTIVO E DI UNA CATASTROFE SOCIALE, AD OGGI NESSUN INTERVENTO DI RISANAMENTO SUL DEPURATORE

A novembre del 2022, la procuratrice capo del tribunale di Siracusa, la dottoressa Gambino, rilasciò a Report, che in un’apposita puntata aveva acceso i riflettori sul caso Ias, la seguente dichiarazione: “Servirebbe una legge specifica che consenta al depuratore di agire in deroga alla legge ordinaria, oppure la Procura dovrà necessariamente procedere con il fermo dei reflui”. Per quanto stringata, la dichiarazione della Gambino teneva conto dei dati di contesto della situazione allora esistente: sequestro giudiziario dell’impianto, un procedimento penale in corso per (presunto) disastro ambientale, inadeguatezza strutturale del depuratore a smaltire i fanghi in esso immessi. Il senso di quella dichiarazione era (ed è) chiaro: non spetta ai magistrati l’adozione di interventi di risanamento del depuratore, ma ad altri.

Da quel novembre sono passati quasi due anni, ma non un solo intervento di ristrutturazione del depuratore è stato fatto. Soltanto un mese e mezzo fa il presidente della Regione Siciliana, Schifani, ha annunciato di aver destinato 9 milioni per metterlo in sicurezza. Una somma ritenuta tardivamente stanziata e assolutamente insufficiente per rendere l’impianto idoneo a gestire i fanghi senza provocare (ulteriori) danni all’ambiente.

Se non si parte da qui, diventa difficile mettere nella giusta prospettiva i successivi atti del governo. Il quadro normativo che si è venuto creando presenta lacune tali da chiamare addirittura in causa, su iniziativa del tribunale di Siracusa, la Corte costituzionale. . La prima  lacuna la crea il  cosiddetto decreto “salva Ilva” nel quale non viene stabilito per Priolo un limite temporale alle misure di bilanciamento che possono essere adottate in deroga alla normativa ambientale, che per l’Ilva è di 36 mesi (con il termine “bilanciamento” si fa riferimento agli interessi in gioco: la produzione, l’ambiente, il lavoro).

Su questo punto la Corte costituzionale accoglie l’impugnativa dei magistrati siracusani, dichiarando dichiarando il “salva Ilva” parzialmente incostituzionale. Dopodiché viene adottato congiuntamente dal ministro del Made in Italy, Urso, e dal ministro all’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, un decreto la cui finalità è (dovrebbe essere) quella di specificare nel dettaglio le misure necessarie per realizzare l’obiettivo del bilanciamento. Questo decreto viene stoppato dal Gip Palmieri perché non prevede investimenti o soluzioni tecniche in grado di risolvere entro il termine di 36 mesi stabilito dalla Corte costituzionale la situazione di compromissione ambientale. Conseguentemente ai primi di agosto il giudice Palmieri ha deciso di “non autorizzare la prosecuzione dell’attività produttiva dell’Ias”, bloccando il conferimento dei reflui industriali. Per quanto drastica, la decisione era secondo me inevitabile.

Cosa succederà ora? Seguo la vicenda Ias da molti anni e ho sempre pensato che la situazione prima o poi si sarebbe aggiustata convinto com’ero che le istituzioni governative, sotto la pressione sindacale e degli interessi in campo, si sarebbero attivate con investimenti mirati a mettere in regola il depuratore. Per la prima volta temo veramente che ci possa essere il crollo produttivo e con esso una catastrofe occupazionale. Penso soprattutto alle migliaia di lavoratori che potrebbero perdere per colpe altrui il posto di lavoro.

A rendere ancor più complesso il caso Ias è la scelta delle industrie che conferiscono i fanghi nel depuratore consortile di dotarsi entro un anno o due di propri depuratori. Forse questa scelta spiega i mancati interventi pubblici di ristrutturazione nell’ impianto Ias. Perché, potrebbero aver pensato alcuni ambienti governativi, accollarsi l’onere finanziario di ristrutturare il depuratore se entro il 2025/2026 funzionerà solo per i reflui civili? Il problema è come gestire da qui al 2026 la situazione di crisi che è a un passo dal baratro.

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