La vera morte non è quando cessa il respiro. Si muore veramente quando si spegne il ricordo della persona che ci lascia. Ed è proprio la morte a svelarci quanto grande profondo diffuso sarà questo ricordo. Per chi non aspira alla perennità concessa dall’arte in ogni sua forma, per noi, persone ‘normali’, la continuità dopo la morte fisica è inevitabilmente segnata, determinata, dalla qualità stessa della nostra vita, dal giudizio che lasciamo di noi, da come abbiamo agito e operato. Più duraturo sarà il nostro ricordo se la nostra esistenza non si è chiusa nella stretta cerchia domestica, ma si è aperta agli altri, ha incluso la vita degli altri, ne ha in qualche modo modificato il percorso… nel bene.
L’impegno umano e giornalistico di Franco è stato questo. E i tanti tantissimi messaggi di condoglianze arrivati, soprattutto attraverso i social, dicono tutto di lui. Verità incontrovertibili perché univoche.
E così, non abbiamo voluto riversare, in queste nostre riflessioni in sua memoria, il nostro grande immutabile affetto nei suoi confronti. E sappiamo bene quale sia il rischio di ‘beatificazione’ di ‘chiunque’ in queste tristi occasioni. Franco era il primo a riconoscere, e a dolersi, delle proprie debolezze umane, di alcuni suoi ‘cedimenti’ ma qui, noi della redazione, prima – dal 2004 – del giornale Il Ponte, dal 2009 della Civetta, vent’anni con Franco!, vogliamo consegnarvi il ritratto di un uomo così come emerge da quella valanga di pensieri commossi espressi sui social da chi lo ha conosciuto.
“Un uomo serio e coerente, un uomo di cultura e sensibile, dalle altissime doti di correttezza e onestà intellettuale. Un gentiluomo d’altri tempi. Una persona speciale amante della vita e della giustizia, perbene e di spiccata intelligenza, sempre gentile ed educato, rispettoso di tutti, amico leale. Un gran signore, una bella persona.
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Giornalista senza padroni, libero da condizionamenti e coraggioso, serio e preparato, fine intellettuale e combattivo come ha dimostrato, insieme ai suoi collaboratori, avversando il sistema di corruzione giudiziaria e di malaffare che aveva messo le mani su Siracusa poco più di dieci anni fa, come gli è stato riconosciuto dall’Ordine dei giornalisti di Palermo che lo ha insignito del Premio nazionale Mario Francese. Sempre ferma la sua volontà di ricerca della verità”.
Sono state anche diverse le testimonianze di chi ha mosso i primi passi nel giornalismo con lui, molti hanno ricordato “la straordinaria esperienza umana e professionale” vissuta con lui, grazie a lui, come non si tirasse indietro nei confronti di nessuna battaglia, pur consapevole delle possibili conseguenze, perseguendo gli obiettivi di quel giornalismo di inchiesta in cui fortemente credeva.
Abbiamo voluto riportare solo due testimonianze del ‘metodo Oddo’ estrapolate dal lungo elenco possibile: “Da giovane giornalista – ha scritto Massimiliano Perna – condivisi, con te direttore, l’esperienza de Il Ponte e le prime fasi de La Civetta di Minerva. Alcune delle mie prime inchieste sul caporalato e su Cassibile le ho pubblicate su quelle pagine. Ho avuto modo di conoscere un direttore bravo, serio, preparato e pronto a dare consigli e a darmi fiducia. E una persona elegante e perbene che credeva nel giornalismo. Non dimenticherò mai la tua risposta ferma a chi ti aveva telefonato per chiederti di farmi stare zitto e di non pubblicare i miei pezzi e la verità che raccontavano. Ricordo che mi dicesti: vai avanti, continua così. Sappi che sono orgoglioso di aver condiviso un pezzo della mia strada professionale insieme a te”.
Gianmarco Catalano: “Grande è la tristezza che mi avvolge e forte è il ricordo dei momenti trascorsi a discutere (e alle volte anche animatamente e in disaccordo) con lui, prima e dopo i postumi di una nottata da lui trascorsa a comporre il giornale. Con quella forza morale che mai lo abbandonava e che era e rimarrà esempio indelebile. Con lui, grazie a lui e alla Civetta, ho mosso i primi passi nel giornalismo e nell’impegno civico. Un’esperienza che ha contributo in maniera decisiva alla mia crescita umana, politica, professionale. Con qualche “lezione” che ritrovo tra le sue mail”.
Una lezione troppo lunga per essere riproposta qui ma che pubblicheremo, anche perché un esempio dell’organicità logica del pensiero del nostro direttore, che si esprimeva in quella scrittura piana, scorrevole, perfetta, godibile, che era la cifra del suo stile. Franco era puntiglioso e severo nel correggere chi ‘sgarrava’ – principio non derogabile è scrivere in maniera corretta, nella sintassi come nella scelta lessicale -, un’attività che ci teneva impegnati fino alle prime luci dell’alba quando si preparava l’edizione cartacea, quella possibile anche e soprattutto grazie alla sua generosità.
“La sua figura di grande giornalista e di uomo integerrimo – ricorda il dottore Artale – ha meritato anche l’onore di essere nominato Partigiano Onorario dalla nostra sezione provinciale dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani”, una onorificenza su cui Franco scherzava, ricordando i suoi primi interessi giovanili vicini alla destra.
Franco vive con noi, dentro tutti noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e di essere stati da lui ‘formati’ e da ‘autorevolissimo protagonista della nostra comunità’ (come qualcuno ha scritto) speriamo che il suo nome possa restare per sempre ed essere ricordato tra quelli dei cittadini illustri di una città che ha molto amato e per cui ‘bellezza’ (in ogni senso) ha caparbiamente combattuto.

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