Franco Berardi “Bifo”, a Siracusa, giovedì 14 marzo per il suo ultimo saggio dal titolo: Disertate!

Alcune settimane addietro, nel corso di una piacevolissima conversazione dentro “La Barca” – spazio di ospitalità culturale e conviviale, ormeggiato al Porto Grande di Siracusa, in Ortigia –, con Germano Centorbi, del centro culturale Kadmonia e direttore artistico dell’Ortigia Sound System Festival, s’è venuta concretizzando l’iniziativa culturale che si svolgerà a Siracusa, giovedì 14 marzo, alle ore 17,30, nel Salone del MADE, Accademia di Belle Arti, in via Cairoli 20. Il mio ruolo, quello di presentare e conversare con Franco Berardi, detto “Bifo”, figura centrale ed artefice del “Movimento bolognese del ‘77”, ma già leader nei movimenti che, a partire dal “68”, privilegiarono la linea dell’antagonismo politico e di critica radicale e antiistituzionale che prese corpo in quella intensa e controversa stagione politica. Ma “Bifo” non è stato solo questo. Laureatosi in Estetica con Luciano Anceschi, Franco Berardi ha sempre praticato e promosso, simul, l’azione critica dell’antagonismo politico – aderisce a “Potere operaio”, gruppo della sinistra extraparlamentare – e il terreno della produzione saggistica, su vari registri culturali e tematici.

A metà degli anni ’70, fonda la Rivista “A/traverso” e l’emittente libera “Radio Alice”. Si coglie, dal timbro declinato dai suoi primi saggi – scritti nel vivo ed in parallelo al suo impegno nei movimenti dell’antagonismo politico – come Berardi provi a scavare come una talpa per tracciare le linee di tendenza di sommovimenti e “snodi sociali ” che agitano la scena culturale e di pensiero in quel passaggio che poi segnerà la stagione successiva del biennio ’80-’90. Negli anni ’80, ha viaggiato molto, prima New York e poi in Messico, Cina, India, Nepal, stagione in cui, spostando l’interesse verso uno scenario che sarà segnato dalle innovazioni nel mondo della produzione, delle nuove forme del lavoro, del cyberpunk e dell’immaginario tecnologico, ha modo di riflettere e di fare un bilancio sulle dinamiche ed esperienze che lo avevano coinvolto nel passato trascorso, con due saggi: “Dell’innocenza: interpretazione del ’77” (1987) e “La pantera e il rizoma” (A/traverso, 1990). Gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo, pur nel permanere di un fil ruge che lega la sua azione militante ad uno sguardo critico verso le nuove trasformazioni sociali, tecnologiche e di potere – nel prevalere pervasivo e sfuggente del neocapitalismo ultraliberista –, segnano per certi versi una svolta nel suo pensiero critico, sino a connotare il passaggio da una visione totalmente “ultrapolitica” che aveva scandito la stagione del suo primo impegno, ad una prospettiva di progressivo “esodo” – e per dir così: di “ritiro” critico – “dal politico” e da ogni prospettiva politica, costituendone la cifra ideologica di questi anni recenti. Nel decennio, di quegli anni ’90, alcuni suoi saggi: “Lavoro zero”, 1994); “Neuromagma. Lavoro cognitivo e infoproduzione” 1995; “Exit. il nostro contributo all’estinzione della civiltà”, 1997; “La fabbrica dell’infelicità: new economy e movimento del cognitariato”, 2001.

Franco Berardi rimane una figura dai molteplici interessi socio-culturali, un protagonista di primo piano della cultura critica del contemporaneo, un sigmografo del nostro tempo, a tratti visionario e profetico, anche con proposte e visioni al limite della provocazione culturale. Di là dalla piena condivisione delle prospettive suggerite nell’assunzione di un forte atteggiamento di contrasto soggettivo sui processi in atto, tutti i suoi saggi hanno il pregio di stagliarsi come immagini o istantanee sul carattere contraddittorio e ancipite del presente, suggerendo inedite modalità per tentare una radicale decostruzione della contemporaneità, situandosi sul bordo – su una soglia – che consenta di far luce sulle sconnessioni, sulle sfasature e sul fascio di tenebre del nostro tempo. Da qui, l’attenzione sui due più importanti saggi degli ultimi anni: veri e propri scandagli del sinolo racchiuso nel lemma “vertice/vortice” cui è giunta la forma estrema di dominio neocapitalistica globale, pencolante sul bordo di un baratro esplosivo, secondo Bifo. Un sistema che al tempo stesso rappresenta, per dirlo con le sue parole, una «aggressione continua [che] si alimenta: ogni frammento di vita è stato risucchiato dall’idrovora economicista. Tutto tende ad essere trasformato in deserto: la vita quotidiana, il linguaggio, l’ambiente».

Tra i suoi più recenti saggi militanti, l’attenzione non può che essere rivolta a “Fenomenologia della fine” del luglio 2020, scritta nel vivo della stagione del lockdown a causa del Covid: vicenda pandemica dentro cui è apparso precipitare – e Bifo ne coglieva, “in diretta”, tutta l’ambivalenza – il vulnus reale e la trama allegorica, provando a descrivere la fenomenologia del “fantasma”, sì che mentre Gianluca Didino, su Doppiozero, recensendo il suo saggio, poteva alludere al nostro «futuro di accelerazione e automazione, di postcapitalismo e virus psichici, di crisi permanente e apocalisse al rallentatore che abitiamo sgomenti», Franco Berardi ne radicalizzava il senso, scrivendo: «Da tempo l’economia mondiale ha concluso la sua parabola espansiva, ma non riuscivamo ad accettare l’idea della stagnazione come nuovo regime di lungo periodo. Ora il virus semiotico ci sta aiutando alla transizione verso l’immobilità», suggellando il suo pensiero con questo esito: «Ora il virus sgonfia la bolla dell’accelerazione (…) è il corpo che ha deciso di abbassare il ritmo», per concludere con una ricetta (forse) salvifica: «Per la sopravvivenza degli umani non è necessaria la crescita infinita, è necessaria una distribuzione egualitaria di ciò che l’intelligenza tecnica e l’attività libera possono produrre. E inoltre è necessaria una cultura della frugalità, che non significa né povertà né rinuncia, ma spostamento dell’attenzione dalla sfera dell’accumulazione alla sfera del godimento».

Lungo questo vettore, l’ultimo “manifesto saggistico” di Bifo, DISERTATE (edito da Timeo, aprile 2023), assume un taglio, più che “politico”, di “ritrazione dal “politico”, una sorta di “far esodo”, dal momento che, per Bifo, la diserzione si staglia come il modo di intendere l’etica, la politica e la vita stessa: l’unico atteggiamento da assumere vista l’impotenza di ogni “agire politico” significativo in un mondo che accelera verso la catastrofe. Detto ciò, e preso atto della declinazione di una così radicale proposta “etico-impolitica”, è indubbio riconoscere che lungo questi ultimi anni, fenomeni di diserzione – sociale, politica, partecipativa, ecc. – sono già in atto da tempo, segnate dall’acuirsi di fenomeni di chiusura in un privato claustrofobico, di depressione sociale, di insignificanza degli ambiti vitali, e dello stesso “agire politico”, ecc. Per certi versi, sembrano echeggiare qui alcune assonanze – concordanti sulle “forme del dominio capitalistico”, ma differenti sul versante prognostico – con il saggio uscito nello stesso 2023, del filosofo francese, Èric Sadin, Secessione. Una politica di noi stessi. Anche per Sadin, il neoliberismo sfrenato sarebbe in agonia, mentre gli effetti su corpi, menti e ambiente sono devastanti e incontrovertibili, sì che la precipitosa rovina etica, morale, economica e politica, sia essa collettiva o individuale, appare ormai inarrestabile. Secessione, per Sadin, non è rompere con un ordine comune, ma la restituzione del suo pieno significato, infrangendo schemi obsoleti, ingiusti e inefficaci per istituzionalizzare una condizione sociale alternativa.

In entrambi i casi, il “soggetto” appare schiacciato nella morsa di quella fenomenologia che già, oltre un decennio fa, Zigmunt Bauman segnalava quale effetto paradossale e aporetico – nella deriva straniante di un individualismo provocato dalla stessa morsa del dominio capitalistico globale – che costringeva già le moltitudini a dover ricercare «soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche». Scrive, Berardi Bifo, in questo saggio citato: «Disertare è la lotta che ci aspetta…. Disertare il lavoro salariato che tanto non serve più per sopravvivere …..che arricchisce solo una piccola minoranza. Disertare è ….alimentare comunità indipendenti che abbandonano il pianeta in fiamme (per andare dove? a questo ci penseremo). Disertare la politica, arte inutile incapace di comprendere, e di governareDisertare la procreazione per non rovinare la vita di chi per sua fortuna non è ancora nato». In conclusione, rinviando al confronto di giovedì 14 marzo, al MADE, con Franco Berardi Bifo, ciò che possiamo azzardare è che l’ipotesi da lui affacciata si staglia nel solco di una “azione destituente” della soggettività (Agamben). Contro di essa – ed in alternativa –, continua ad operare in settori del pensiero politico contemporaneo, l’orizzonte di una “prassi istituente” che sappia riaprire i giochi di un processo e di un contesto globale divenuto insopportabile e carico di ingiustizie. Qui, il pensiero – ogni pensare – si arresta sulla soglia degli accadimenti.

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