C’è un crescente impegno da parte di gruppi di cittadini, di consiglieri comunali, di sindacati, di forze politiche sulle disfunzioni della sanità siracusana. Aumentano anche le denunce dei casi di malasanità. Il problema non è solo siracusano o siciliano, anche se in Sicilia siamo ad un passo dal crollo del servizio sanitario. A metterlo in crisi sono alcuni fattori rilevanti: le scarse risorse finanziarie e il conseguente calo degli investimenti in strutture sanitarie (ospedaliere e territoriali) e in strumentazioni diagnostiche e terapeutiche di nuova generazione; la carenza di personale sanitario che incide sui turni di lavoro e sui tempi di attesa, generando situazioni di stress e di frustrazione per medici e cittadini; lo squilibrio del rapporto tra sanità pubblica e privata.
In linea di principio, la sanità privata convenzionata, se integra quella pubblica, svolge una funzione positiva in quanto offre al cittadino più opzioni di scelta a costo zero. Sta però avvenendo un po’ dappertutto un fenomeno di sostituzione, non di integrazione, della sanità pubblica da parte di quella privata a pagamento. Il cittadino che deve fare una tac, una colonscopia, una visita specialistica urgente o aspetta 4, 5, 6 mesi o si rivolge al privato pagando. Questo fenomeno si sta espandendo a macchia d’olio e purtroppo non viene contrastato né dai governi regionali né da quello nazionale.
Questa situazione genera disuguaglianze profonde e crea una sanità di serie A per chi può pagare e una sanità di serie B per i meno abbienti. Quando dico di serie B non intendo mettere in discussione la professionalità del personale sanitario pubblico, che è vittima di questa situazione, ma denunciare le politiche dei vari governi che stanno demolendo, per i motivi che indicavo prima, i pilastri su cui si reggeva il servizio sanitario nazionale ed in particolare la sua universalità.
Ad aggravare la situazione contribuirà la riforma, se approvata in via definitiva, dell’autonomia regionale differenziata, che accentuerà le differenze tra Nord e Sud, creando un servizio sanitario a macchia di leopardo.
In questo quadro dobbiamo già da ora domandarci cosa cambierà quando sarà realizzato il nuovo ospedale siracusano. Avremo più medici? Avremo più reparti? Avremo attrezzature più moderne?
Tralascio la questione dei tempi necessari per la sua costruzione per la semplice ragione che è obiettivamente difficile prevedere quando saranno erogati i finanziamenti integrativi occorrenti, ma alle domande che ponevo prima (avremo, a costruzione ultimata, più medici, più reparti, migliori attrezzature sanitarie?) prima o poi bisognerà dare risposte realistiche, alla luce della legislazione vigente, delle (scarse) risorse finanziarie, nonché dei livelli essenziali di prestazione, se saranno nel frattempo definiti.
È possibile che il nuovo ospedale possa invogliare medici di altri presìdi a venire a Siracusa, ma chi può prevederne il numero? Bisogna, di contro, tener conto che nell’arco di un paio di anni andranno in pensione medici ospedalieri che in atto svolgono funzioni apicali in strutture delicate. Non sarà facile sostituirli. In Calabria, di fronte ad una situazione analoga alla nostra, hanno assunto 270 medici cubani. Da noi sono già state attivate convenzioni con cooperative di medici, ma a livello regionale si parla anche di assunzione a tempo determinato di medici stranieri.
Sulla necessità del nuovo nosocomio e sull’urgenza della sua costruzione, nessuno ha dubbi. I dubbi riguardano, come ho detto, la tempestività del reperimento di nuovi medici senza i quali si rischia di scaricare sul nuovo ospedale gli annosi problemi dell’Umberto I.
Un’ultima cosa. Andiamoci piano con l’attribuire, nelle condizioni date, al nuovo direttore generale poteri taumaturgici che non ha come conferma, a mio avviso, il modo col quale intende affrontare l’emergenza pediatrica dell’ospedale di Avola e cioè istituendo un servizio di traporto di emergenza neonatale, attivando bandi a tempo determinato e estendendo all’ospedale di Avola l’accordo con il Policlinico di Catania per il punto nascita. Si dirà, meglio di niente, purché sia chiaro che si tratta di interventi tampone.
Capisco che nell’attuale situazione il nuovo manager non possa fare di più, ma questa difficoltà altro non è che la conferma dello stato critico della nostra sanità.

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