E così si completa, con la nomina di Carlo Castello, presidente dell’associazione Guide Turistiche di Siracusa – indicato dai sindaci del capoluogo, Avola, Buscemi, Noto e Palazzolo -, il Comitato Tecnico Scientifico del nostro Parco Archeologico che resterà in carica per tre anni o sei, essendo data la possibilità della riconferma una volta soltanto (ma forse anche di più come spesso accade dalle nostre parti).
In tutto nove componenti: oltre Castello, i sindaci detti, i due esperti – Rosalba Panvini (già soprintendente a Siracusa, già nominata nel CTS del Parco Archeologico di Gela) e Ombretta Tringali (della Pro loco di Augusta) – scelti dall’assessore regionale per i beni culturali e l’identità siciliana e, con ruolo di presidente, il soprintendente per i beni culturali ed ambientali di Siracusa.
In alcuni reiterati interventi dei mesi scorsi sono state esaustivamente messe in luce le possibili ricadute negative di una tale composizione: “I sindaci, per esempio, sarebbero espressione di una visione da cortile e non di interessi superiori come dovrebbe essere. Basti pensare a come il sindaco di Siracusa ha perorato l’uso indiscriminato del teatro greco” ha commentato l’avvocato Corrado Giuliano del Comitato Parchi; “Dal punto di vista del diritto dei Beni Culturali, codice alla mano, il sindaco, cioè il Comune (nonché l’impresario) non hanno alcuna competenza sulle procedure di valorizzazione del monumento (nello specifico del teatro greco, ndr), figuriamoci sulla tutela… il CTS, così come pensato, spalanca a certa politica lo sfruttamento del Parco; è uno strumento obsoleto e sbagliato”, così l’avvocato Salvo Salerno.
Osservazioni condivisibili alla luce del ruolo assegnato al CTS: oltre ai pareri su progetti di ricerca scientifica (che dovrebbe essere, questa sì, finalmente potenziata perché, al di là degli eventuali scavi di emergenza a seguito di lavori sia pubblici che privati, da noi, più che altrove, le campagne di scavo sistematiche, autonomamente programmate, sono state finora sporadiche) e sulla conservazione del patrimonio archeologico, esso interverrà sulla valorizzazione e gestione del Parco e dei suoi monumenti, attività che dovrebbero essere lontanissime da una mera logica di mercificazione, quindi contare su una governance agli antipodi rispetto a quanto in genere perseguito.
E ora, con la discutibile scelta dei componenti del neonato comitato, è del tutto manifesta (ma non c’è stupore) la mano pesante della politica che per lo più ha guardato alle ‘appartenenze’ ideali e ideologiche e per nulla alle effettive competenze e professionalità come provato dal non aver comparato – è del tutto evidente – i curricula dei possibili, migliori, candidati alla nomina.
Questo comitato affiancherà quindi la direzione del Parco archeologico con il compito di “esprimere il proprio parere sullo schema di regolamento interno per l’organizzazione e il funzionamento del parco, sullo schema di bilancio, sul programma annuale e triennale di attività nonché sugli interventi da eseguire all’interno del perimetro del parco da parte del parco stesso e su ogni altra questione allo stesso sottoposta dal direttore”, oltre ad esercitare tutte le altre funzioni attribuitegli dal regolamento.
Che tipo di parere? Lo chiarisce il comma 5 dell’articolo 23 della legge regionale 20/2000 e c’è poco da stare allegri: una valenza decisionale e non solamente consultiva come invece avviene nei Parchi archeologici statali. Perché sì, la Sicilia è regione autonoma, deve distinguersi, e spesso accade che di distingua optando per le soluzioni peggiori.
“Fermi restando i compiti di tutela delle soprintendenze per i beni culturali ed ambientali, per gli interventi proposti dal direttore del parco e da eseguire all’interno del perimetro del parco da parte del parco stesso, il parere espresso dal Comitato tecnico scientifico presieduto dal sovrintendente ai beni culturali ed ambientali sostituisce l’autorizzazione da rendersi ai sensi degli articoli 21 e 151 del decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490” dispone il comma 5 e non va per niente bene, anzi sarebbero immediatamente da sollevare i profili di incostituzionalità.
Non entrando nello specifico del principio gerarchico caposaldo del nostro ordinamento giuridico – semplificando quello che stabilisce una scala di importanza tra le fonti normative: fonte principale del diritto la Costituzione (che tutela il nostro patrimonio culturale) -, che il parere di tale Comitato sui progetti del Parco possa sostituire l’autorizzazione della Soprintendenza competente per territorio appare in deciso contrasto con il Codice dei beni culturali e del paesaggio che, come più volte ribadito dalla Corte Costituzionale, costituisce norma di rango superiore alle legislazioni regionali.
Perché allora, come d’altra parte già richiesto da associazioni di esperti nel settore dei beni culturali, tale norma non è stata ancora abrogata? Perché a farlo dovrebbe/potrebbe essere la stessa Regione Siciliana che però non ne ha la volontà politica – volontà impensabile con governi di destra ben poco interessati alla tutela dei beni comuni più che a soddisfare appetiti privati – o altrimenti, se non c’è un intervento da parte dello Stato o di un’altra regione, lo faccia un giudice ordinario che, dovendo applicare quella determinata legge nel corso di un giudizio, sospenda il processo e rimetta la decisione alla Corte Costituzionale.
Rimane a questo punto un’unica risposta alle scelte politiche: aumentare il livello di vigilanza dal basso sui futuri atti di questo Comitato e, se necessario, aprire un contenzioso.

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