A poco più di un anno dall’insediamento del Governo Meloni, anche i sondaggi più recenti confermano un trend che, pur con piccole oscillazioni, vede una stabile permanenza del partito della Premier attorno al 29%, con un PD attorno al 19% e un M5S attorno al 16%. E se è vero che lo schieramento di centrodestra in termini percentuali gravita attorno al 47%, il variegato fronte dell’arcipelago delle forze/movimenti di sinistra e di centro liberaldemocratico (SI, Verdi, Azione, Italia Viva, +Europa), pur superando di circa 2 punti% l’aggregazione di centrodestra – pari a poco meno di 1 milione e mezzo di voti a favore dell’area “democratica e di sinistra” –, ha pagato nel voto del 25 settembre 2022 le proprie divisioni tattiche e politiche, facilitando, anche grazie al Rosatellum, la strategia unitaria del centrodestra, facendo sì che la Meloni assumesse la guida del paese, con un governo di “destra-centro” ed una maggioranza parlamentare stabile e sicura.
Da qui, un compito arduo, con difficoltà significative per le opposizioni già indebolite dal voto, con posizioni in parte altalenanti tra IV e Azione, nei confronti del governo lungo la prima fase di legislatura, con un PD che solo a fine febbraio, a seguito della primarie, vedeva insediare la Schlein alla sua guida, provando lentamente ad uscire dalle ferite dell’insuccesso elettorale e da una condizione di impoverimento di insediamento sociale nel paese e nei territori e da una crisi di “rappresentanza” di parti significative del corpo sociale. La novità del successo e dell’insediamento della Schlein, peraltro alimentata da una partecipazione di un nuovo elettorato esterno, non poteva che risentire del quadro di difficoltà della presenza sociale del partito. Sin da subito, il compito di costruire una controffensiva delle forze di opposizione verso l’azione del governo Meloni è apparso arduo per una opposizione già debole e che s’è mossa divisa e a briglie sciolte, richiedendo peraltro un tasso di “energia” e di azione politica che non affiorava adeguatamente, mentre veniva oscurata non solo dalla novità della prima donna nel ruolo di Premier alla guida del paese, ma anche dalla capacità mediatica, comunicativa ed energetica che la Meloni ha saputo mettere in campo.
Davvero un “Giano bifronte”, la Premier, che, nel suo inedito ruolo di governo, metteva la sordina a tutta la cianfrusaglia demagogica che aveva costituito il suo bagaglio politico-ideologico lungo gli anni di opposizione svolti contro i diversi governi che si erano succeduti, mostrando capacità di movimento e destrezza tattica, costruendo una sorta di “ircocervo politico” della sua stessa figura di Premier: accreditandosi in politica estera con un ultra-atlantismo nel vivo della guerra russo–ucraina – un super-atlantismo, apprezzato dagli Usa e da Biden, con i democratici in affanno nella prova contro Trump – mentre, dall’altra, la Meloni iniziava a giocare la carta della “contrattazione” con un’Europa – su Pnrr; questione immigratoria, rinvio del MES, ecc. – stretta nelle sue incertezze economico-politiche e di governance dell’Unione. Il che ha consentito alla Meloni di non rinnegare le posizioni di “sovranismo”, potendo così mantenere l’ambiguo legame politico col fronte di destra dei suoi classici alleati di Polonia e Ungheria, in attesa di capire quali dinamiche aprire in vista del voto europeo del 2024.
La logica della mera “contrattazione” su questioni e riforme è poi ciò che ha permesso di tenere in vita il legame ambiguo tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega: A) la riforma di poteri istituzionali e “forma di governo” che altera gli equilibri costituzionali – il pasticcio del Premierato, funzionale al disegno della Meloni; B) “L’autonomia differenziata” che straccia e polverizza le condizioni sociali di tutto il Sud – il vero “interesse” della Lega Nord; C) la confusa e approssimativa riforma della giustizia che mentre prova a indebolire il ruolo autonomo della Magistratura, è tesa a rilanciare le istanze di Berlusconi: obiettivo di Forza Italia. Sul primo punto, non credo serva al PD ascoltare le sirene del prof. Angelo Panebianco, che ha invitato – dalle pagine del “Corriere della Sera” di settimane addietro – il PD a non fare “muro” verso questa ipotesi di riforma per “andare a vedere” le carte di un progetto che per la verità fa acqua da tutte le parti ed ha lo scopo, neppure troppo velato, di costruire una sorta di “peronismo in salsa italiana”, declassando il ruolo di mediazione e rappresentanza del Capo dello Stato, figura che di fronte ad un astensionismo che cresce da oltre un decennio – segno di forte crisi nel rapporto tra società e Istituzioni e declino del “legame sociale” –, è l’unica personalità istituzionale cui la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica esprime pieno riconoscimento e legittimazione. Di fronte alla profonda crisi di “rappresentanza” che il paese vive da gran tempo, la figura del capo dello Stato è l’unico presidio istituzionale che incarna valori e ideali della Costituzione, stagliando le diverse “figure” sinora succedutesi lungo gli anni come il più prestigioso vertice – nel suo tratto unificante – in grado di preservare valori e finalità di forte rassicurazione politica per la parte più grande del paese.
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Se è vero che azioni e sortite di alcuni Ministri o Sottosegretari di FdI del Governo attuale sono apparsi segnati da un’incapacità mista ad arroganza di potere, un compito arduo hanno le opposizioni di fronte ad una Premier che ha mostrato la sapienza di un vero e proprio “animale politico”, dal momento che, in Parlamento nel “question time” di pochi giorni fa, è stata in grado di mangiarsi, nella retorica politica, l’abile Matteo Renzi che pur le rinfacciava la doppiezza del suo linguaggio o l’ambiguità delle sue proposte e i rilievi critici che rivolgeva ai governi degli ultimi 10 anni o all’Europa, godendo come FdI di un’agevole posizione di opposizione sin dalla sua nascita. E se è vero che Floris tutte le settimane, a Di martedì, sbugiarda la Meloni mostrando più volte i video che la riprendono mentre rivendicava, ancora nel 2018 in tutta la sua ambiguità, di voler uscire dall’euro, è una mera illusione l’idea che possa bastare la sua trasmissione o “Piazzapulita” o La Gruber con “Ottoemezzo”, per far crescere i consensi a sinistra o a dare una mano per rovesciare un governo che può, sì, solo aggravare i problemi del paese – Legge finanziaria, impoverimento sociale e divaricazioni tra Nord e Sud del paese sono lì ad attestarlo –, ma grazie all’azione spregiudicata della Premier riesce nell’intento di stagliare gran parte del corpo elettorale, dividendolo nei variegati spezzoni sociali di interessi “protetti” – piccole/medie Partite Iva, “logiche identitarie”, scelte regressive, occupazione totale delle reti Tv, ecc. Operazione abile che è sinora riuscita bene e può certamente reggere ancora, non sappiamo sino a quando, a condizione che si estenda e si costruisca un “campo politico” più unito ed attivo del centrosinistra con una prospettiva visibile e credibile, uscendo dal “vuoto” di rappresentanza espresso nell’esito elettorale scorso.
Peraltro, per il PD, pur con la positiva iniziativa sul “salario minimo” e la significativa manifestazione dei 50mila a Roma, appare chiaro che lo sforzo da mettere in campo è quello di costruire una controffensiva politica sulle varie questioni sociali che sappia muoversi ad ampio spettro, sul doppio fronte: dall’alto – con iniziative di riforma su temi diversi, con proposte alternative rispetto a quelle misere e demagogiche del Governo – e dal “basso”, vale a dire dai territori, con una pluralità di temi che parta e mobiliti il partito nelle città, nei Comuni e nelle periferie, per riallacciare e riprendere il filo di relazioni politiche, di “interessi sociali” e culturali che si sono indebolite o non esistono da tempo, riconquistando una capacità di “rappresentanza” per un legame plurale con fasce ampie del corpo sociale urbano.
In un’Italia che sembra essere risucchiata in una condizione di afasia ed apatia politica – dinamica che il Censis delinea nei termini di un diffuso “sonnambulismo sociale” –, può aver gioco facile l’azione politica ed ideologica dell’attuale Governo di centrodestra nell’alimentare ed estendere tra fasce sempre più diffuse della società italiana quel clima di “rivoluzione passiva” che inibisce all’attuale “soggettività smarrita” di riconoscersi in un campo politico alternativo, mentre un diffuso disagio sociale è cresciuto tra categorie impoverite, condizioni lavorative precarie e giovani privi di prospettive di futuro. Costruire, riprendere ed estendere nuove “relazioni” sociali, riaffermando un nuovo “appeal” verso questa parte “stanca” dell’elettorato, anche astenutasi negli ultimi anni, è il compito e la prova – e la sfida – che attende il PD, e il centrosinistra nel suo insieme, già dalle prossime settimane.

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