“Giornata internazionale dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza”
Il 20 Novembre ricorre l’anniversario dell’approvazione della Convenzione sui Diritti dei bambini da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (20 novembre 1989), ratificata dall’Italia il 27 maggio 1991 con la Legge n. 176 e che ad oggi ha ricevuto la firma di 196 Nazioni. Come sempre è una data che viene ricordata dai media e a livello locale con molta enfasi.
Anche la Città di Siracusa partecipa al ricordo con diverse e creative manifestazioni che coinvolgono adulti e bambini. La città di Siracusa fa parte della Rete Internazionale delle Città Educative ed ha da alcuni anni un ufficio a ciò dedicato, con delega data all’assessore alle politiche giovanili. Nonostante le povere risorse umane ed economiche a disposizione l’ufficio ha anche quest’anno organizzato un ricco programma di attività che coinvolge i bambini, gli adulti, scuole, famiglie e che esalta la centralità dei bambini. È anche l’occasione per ricordare un grande educatore, Pino Pennisi, scomparso prematuramente da qualche anno e da tutti ancora compianto, che tanto si prodigava per fare in modo che la ricorrenza diventasse sempre più ricca e variegata e fosse realizzata con il protagonismo dei bambini.
È impossibile pensare che le celebrazioni del 20 novembre, spesso rituali e retoriche, siano significative per leggere bisogni e riconoscere diritti ai bambini e ciò in considerazione del fatto che questi diritti e bisogni vanno riconosciuti ogni giorno e così non è!
Se prendiamo in considerazione solo alcuni dati, gli ultimi pubblicati nella II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia (realizzata da AGI, CISMAI e TERRE DES HOMNES- aprile 2021) sappiamo che ad aprile 2021 erano 401.766 i bambini e ragazzi presi in carico dai servizi sociali in Italia, 77.493 dei quali vittime di maltrattamento. Secondo quanto evidenziato dall’indagine, la forma di maltrattamento principale è la patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura), di cui è vittima il 40,7% dei minorenni in carico ai servizi sociali, seguita dalla violenza assistita (32,4%). Il 14,1% degli under 18 è invece vittima di maltrattamento psicologico, mentre il maltrattamento fisico è registrato nel 9,6% dei casi e l’abuso sessuale nel 3,5%.
Questi dati sono importanti, ma non esaustivi e certo sottostimati. Sono dati pre-covid e tutti sappiamo che la situazione dei bambini e degli adolescenti in epoca Covid è molto peggiorata. Inoltre prendono in considerazione solo i casi presi in carico dai servizi sociali ed è noto che questi hanno una mappatura variegata in Italia e che non sono esaustivi della realtà. A tal proposito vale la pena citare la ricerca pubblicata nel Maggio 2022 dal Cesvi su “Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia” che misura la capacità delle singole Regioni di costruire servizi capaci di contrastare e curare il maltrattamento dei bambini, dove risulta che tutte le Regioni del sud sono agli ultimi posti e la Sicilia è penultima seguita dalla Campania.
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Appare infine superfluo sottolineare la grandissima sofferenza che colpisce i bambini in questo momento storico di guerre, le cui notizie commuovono tutti, ma alla quale non si riesce a trovare una risposta minimamente adeguata.
Eppure le conoscenze psicologiche e delle neuro scienze ci dicono con chiarezza come al dolore segue la violenza. I bambini maltrattati o traumatizzati diventano spesso adulti che vivono con un pesante fardello di dolore che rischiano di scaricare sui propri figli e non solo, generando un circuito vizioso di trasmissione intergenerazionale, che solo un intervento esterno può interrompere. La violenza contro i minori è quindi un fenomeno sistemico che sebbene non possa essere ricondotto esclusivamente a dinamiche relazionali familiari, rappresenta un grave problema di salute pubblica e richiede un approccio globale.
I dati delle ricerche , dunque, ci confermano il malessere dei bambini e l’emergenza educativa alle quali non riusciamo a dare risposte.
Non c’è ancora sufficiente consapevolezza che i cambiamenti culturali degli ultimi decenni, che hanno trasformato le relazioni interpersonali, a livello familiare e sociale, aggravati dall’esperienza pandemica rischiano di modificare la neurobiologia e, a livello psicologico, i modelli di lettura delle nostre relazioni interpersonali. Questo interessa tutti i bambini ( ma anche ognuno di noi) e non solo la parte marginale che viene rilevata dai servizi sociali. Gli stress e le situazioni traumatiche a cui i bambini sono sottoposti impediscono di fatto la possibilità dello sviluppo del cervello sociale, orientato alla cooperazione e alla reciprocità, per lasciare spazio al cervello orientato al conflitto e all’aggressività, con conseguente malessere personale e comunitario.
Interrompere il circolo vizioso della trasmissione intergenerazionale della violenza non significa solo realizzare progetti sporadici, ma avere una chiara visione della comunità dove ci piacerebbe vivere e dare continuità a questa visione, ma anche prevenire disagio, malessere e psicopatologie dei bambini e dei futuri adulti. Sono necessarie scelte strutturali e non episodiche: una comunità dunque che si fa carico del bambino!
Per fare questo è necessario, a livello minimale:
- Sviluppare una cultura per l’infanzia con precise scelte politiche e che vanno implementate a cominciare dall’ Amministrazione locale, in un’ottica di con-partecipazione.
- Credere che la Città è il luogo della prevenzione, della cura e della costruzione della comunità.
- Individuare con chiarezza i luoghi dell’intercettazione del disagio. ( pediatri, scuola, centri aggregativi ecc)
- Elaborare Programmi di prevenzione che abbiano l’obiettivo di un sostegno alla genitorialità già dalla nascita del bambino o anche prima, con percorsi strutturali e non episodici.
5.Avere Programmi di cura e sostegno alla genitorialità in difficoltà e non basati solo sull’emergenza
6.Elaborare percorsi di formazione continua ai docenti e agli educatori in qualsiasi campo.
- Costruire Programmi continuati ( inseriti cioè nella didattica quotidiana, senza trasformare la scuola in un “progettificio”) di educazione alla parità di genere, al superamento dei pregiudizi su ogni diversità da vivere come ricchezza ed inclusione reale delle situazioni di fragilità nella scuola e nella società.
- Educare alla sessualità, all’affettività, all’uso dei media con programmi inseriti nel quotidiano e congruenti con l’età.
- Sostenere le relazioni interpersonali improntantandole ad un’ottica comunitaria e di cooperazione .
10.Prendere in carico per cura e riparazione del trauma le situazioni di rischio o conclamate, conoscendo luoghi e strutture dove questo può avvenire con efficacia.
Sviluppare una cultura di tutela per i minori e le fasce più fragili significa accettare la complessità! Non ci sono risposte semplici alla complessità, ma programmi strutturali che hanno bisogno di percorsi difficili, pensati, condivisi. Ogni punto di cui sopra va trattato ed elaborato nei dettagli. L’obiettivo è sviluppare un cambiamento! Il cambiamento non avviene solo con progetti discontinui e che servono a fornire informazione, utili come riflessione di partenza. A livello personale il cambiamento avviene all’interno di relazioni significative e di autoriflessione; a livello comunitario sviluppando partecipazione, cooperazione, protagonismo e reciprocità.
La politica deve saper utilizzare le risorse presenti, già tante nella nostra città, che di fatto operano come strutture intermedie e saper “fare sistema” con loro.
Questa visione non si intravede nella nostra città. C’è solo da sperare che la nuova amministrazione e i nuovi assessori siano capaci di accettare una sfida così complessa: ricercare il benessere dei bambini.
Senza accettare questa sfida l’anniversario del 20 novembre è solo retorica!
Francesco Sciuto
Neuropsichiatra infantile e psichiatra

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