Santi Pane, bancario in pensione, da oltre 30 anni si dedica a viaggi in tutti i continenti, alla ricerca di nuovi orizzonti e attento ad approfondire le realtà dei luoghi visitati. Molte sue esperienze sono raccolte nel blog: santipane-raccontidiviaggio.it – Nel 2020 ha pubblicato il volume Lampedusa
Perché viaggiare?
Viaggiare è un termine che si traduce sempre per me in una emozione. Viaggiare per terre lontane, conoscere il mondo è un bisogno diventato quasi una filosofia di vita. Viaggiare è sicuramente una straordinaria esperienza di crescita personale ed un arricchimento culturale: viaggio per scoprire il nuovo, per allargare il mio quadrato di vita, per vedere e conoscere le bellezze di angoli remoti, per sentirmi parte dell’Universo. Credo ancora che viaggiare sia un modo diverso di approcciare e dare un senso alla nostra esistenza su questo pianeta meraviglioso; è il momento in cui puoi ritrovare te stesso, fare il punto sulla tua vita, sul modo in cui hai deciso di percorrerla, mentre sei lontano dagli affanni della tua vita quotidiana. Sono convinto che spesso molti di noi pensino a quanto sia futile correre dietro ad ansie e preoccupazioni che fanno parte del nostro quotidiano, o preoccuparci troppo per il futuro o di cose che sono ancora da verificarsi, spendendo energie per prevenire l’imprevisto. Così come non dovrebbe avere senso rimuginare su ciò che è stato, sul passato che ti ha dato gioie, istanti di felicità ma anche momenti tristi con delusioni o ferite aperte. L’importante è accettarle e sapersi rialzare di fronte alle avversità o agli imprevisti negativi.
Come e quando hai iniziato a viaggiare, come è nata questa passione?
È una passione che risale a molto tempo addietro e che è cresciuta in concomitanza con l’inizio della mia attività lavorativa. Viaggiare per il mondo è stato una sorta di contrappeso ai ritmi imposti dal lavoro, allo stress ed al grigiore della quotidianità che finisce con l’ingabbiarti. È stato dapprima un desiderio di “staccare la spina” e di inseguire nuove emozioni, le mie passioni ed i miei sogni, in un momento in cui il mondo circostante ti impone di seguire schemi prefissati, ritmi di lavoro stressanti ed una routine sciatta. Viaggiare è quindi stato un modo per non rimanere chiuso nella trappola della quotidianità, dove tutto è sicuro ma dove tutto scorre con giornate che si susseguono tutte uguali, senza gloria. Sono convinto che la nostra visione del futuro sia spesso influenzata da ciò che “gli altri” vedono in noi, da ciò che la “società” si aspetta da noi (lavoro, casa, carriera, un buon stipendio, ecc.), finendo con il tracciare il nostro percorso di vita. Passiamo gran parte della nostra esistenza in una sorta di competizione frenetica a raggiungere sempre nuovi traguardi, nuovi spazi di realizzazione personale, guardando sempre più avanti, puntando ‘oltre’: ma è come se non fosse mai abbastanza, senza riuscire a trarne una gratificazione stabile. Per questo resto affascinato da quelle persone che, contro ogni logica, vanno nella direzione opposta, ricercando la propria via che li ispiri, magari lasciando il posto di lavoro certo e ambìto, quello che il titolo di studio o la laurea o il giudizio sociale gli imporrebbe, per scegliere strade “irrazionali” … mettersi uno zaino sulle spalle ed inseguire il proprio istinto, la propria idea di felicità.
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In un mondo che diventa ogni giorno più complicato, non dovremmo mai smettere, per quanto possibile, di credere ai nostri sogni! La paura di affrontare il cambiamento può giocare un ruolo fondamentale nella nostra esistenza, lasciandoci ‘inattivi’, preferendo la via più semplice, scevra di preoccupazioni e di sfide da affrontare, anche se questo ci impedisce di inseguire e coltivare i nostri interessi più veri e le nostre passioni.
Come prepari e scegli i tuoi viaggi?
Ci sono molti modi di viaggiare, ognuno li sceglie secondo le proprie esigenze e le proprie capacità, anche se un viaggio “tutto organizzato”, dove ti consegnano in un tranquillo per quanto incantevole resort, non è certo paragonabile all’esperienza di attraversare un Paese, scoprirne i luoghi e la cultura, venire a contatto con la gente del posto o fare un viaggio avventura. Non significa necessariamente spingersi lontano o in luoghi esotici. Tanto per fare un esempio, adoro le isole della vicina Grecia, con il profumo di timo, le scogliere a strapiombo sul mare, i villaggi con le case bianche e azzurre, i tavolini colorati sul lungomare, i minuscoli porticcioli di pescatori con le reti da pesca sbrogliate sulla banchina, le taverne nascoste nel pendio di una dolce collina, con il loro pergolato e gli alberi di olivo.
Ho sempre guardato con una certa ammirazione i grandi viaggiatori che in solitario, zaino sulle spalle con solo l’essenziale, intraprendono viaggi esplorativi in luoghi più o meno lontani, più o meno remoti. Ne ammiro la forza, la determinazione ma, sopra ogni cosa, la capacità (e mi riferisco non solo a quella fisica) di affrontare in solitudine un percorso dove, pur ammettendo di socializzare con la gente dei luoghi o con altri viaggiatori incontrati durante il cammino, ci si ritrova a dover riflettere, a condividere le gioie, le sorprese e le suggestioni solo con il proprio “io”!
La mia, devo ammetterlo, è una sana invidia, dal momento che più volte mi è capitato, viaggiando molto e continuamente, di dover valutare per forza di cose anche la possibilità di un viaggio in solitaria. È una cosa che mi riesce difficile, probabilmente legata alla mia natura di persona estroversa che ha la necessità, quasi esistenziale, di ‘condividere’. L’idea di ritrovarmi in una camera di albergo da solo mi immalinconisce. Forse è la paura della solitudine, una paura che, come tutte quelle che si provano quando ci si ritrova ad affrontare esperienze nuove nella nostra vita, ti “blocca” e rischia di diventare una limitazione alla realizzazione dei tuoi sogni.
Preparare un viaggio in una remota regione dell’Africa o in una lontana isola dell’Indonesia mi riempie di adrenalina! E sento di doverlo fare senza lasciare che il tempo scorra, perché scorre inesorabilmente. Il tempo è davvero tiranno, ci sfugge, ed il futuro rischia di essere il tempo “in cui ti pentirai di non avere fatto quello che potevi fare oggi”.
Un viaggio che ricordi particolarmente?
È veramente difficile rispondere a questa domanda. Ogni viaggio ha una sua specificità, un suo significato, una sua ragione d’essere. Non c’è stato un viaggio più bello degli altri in assoluto. Molto dipende anche da come l’hai vissuto, dalle esperienze che ne hai tratto. Io adoro moltissimo il mondo asiatico, con la sua spiritualità, l’ambiente così diverso dal nostro mondo occidentale, così come amo profondamente l’Africa, con i suoi paesaggi straordinari e le sterminate savane popolate da animali. Amo i paesi tropicali e mi affascinano tantissimo i deserti. Ne ho visitati tanti, in diverse parti del mondo, quelli con le dune alte sabbiose, rossastre o gialle, che si perdono all’infinito, quelli aridi ed antichi come il Namib, quelli pietrosi e ricchi di fascino come in Giordania. Amo il deserto! Tutte le volte che mi ci sono inoltrato o che ho risalito l’ennesima duna per ammirare l’orizzonte, mi sono sentito pervadere da strane sensazioni, da un senso di leggerezza, forse causato dalla constatazione che siamo anche noi piccoli granelli di sabbia nel deserto dell’universo. Recita un vecchio proverbio berbero: “Allah ha dato all’uomo la terra e l’acqua per vivere e il deserto in regalo affinché trovi la propria anima”.
Una delle tue esperienze più significativa?
Ti racconto del mio incontro con i gorilla di montagna. Siamo ad una certa altitudine e la foresta è ancora avvolta da una fitta nebbiolina palpabile, che si diraderà gradualmente con i primi raggi del sole. Si formano i gruppi, rigorosamente di 8 persone, ciascuno con una guida di riferimento, un ranger, due battitori e due guardie armate di kalashnikov AK 47 (di certo non per proteggerci dai gorilla!!!). A bordo di jeep percorriamo una impervia strada sterrata di terra rossa fangosa che si snoda tra una vegetazione verdissima, sino all’ultimo punto utile da cui iniziare la estenuante scalata sui versanti della montagna. Siamo già oltre i 2000 metri di altezza, tutto è avvolto in una magnifica foresta tropicale; i sentieri, man mano che avanziamo, si fanno molto più impervi e facciamo solo brevi soste, per riposarci e per ammirare lo spettacolo unico dell’eco-ambiente in cui ci troviamo. Scorgiamo anche delle grosse impronte di elefanti che hanno affondato le zampe nei tratti più fangosi e che, come ci viene confermato, sono anch’essi presenti con diversi branchi sui vari versanti delle montagne circostanti. Impieghiamo due sudatissime ore e mezza per arrivare nel luogo dove le guide hanno segnalato la presenza di una comunità di gorilla. Vivono infatti in gruppi familiari, più o meno numerosi, sotto la protezione di un capobranco maschio, facilmente riconoscibile per la sua dimensione ed il colore argenteo della schiena (‘silverback’).

Nell’ultima parte del percorso i sentieri battuti scompaiono del tutto e ci si dovrà fare strada a colpi di machete, tra il fogliame e la vegetazione foltissima, seguendo passo dopo passo gli esperti battitori. Poi, tutto ad un tratto, sentiamo un rumore di cespugli che si spezzano, seguito da un urlo terrificante! (ma è solo un urlo!) … è il tanto atteso incontro con la comunità di gorilla che stazionano in quel versante (un gruppo familiare di 14 elementi) e…restiamo senza fiato! Il grosso silverback ci accoglie con un grugnito, sembra scrutarci. Noi non fiatiamo; poi, con una certa indifferenza, quasi a voler dare la sua approvazione per la nostra visita, si ritira velocemente tra il fitto fogliame, perdendolo di vista. Qua e là, sparsi nei dintorni, scorgiamo gli altri componenti del gruppo familiare, con i più piccoli che in lontananza saltano da un ramo all’altro di un albero. I gorilla non manifestano alcun segnale di aggressività, continuano a masticare foglie e piccoli frutti, permettendoci di avvicinarci sino a qualche metro di distanza.
Devo dire, ad onor di cronaca, che questo viaggio non è stato solo l’incontro con i gorilla di montagna che ci ha lasciato senza fiato. In Uganda ho trascorso poco meno di 2 settimane, visitando tanti posti straordinari, come le Murchison Falls, il punto di congiunzione del Nilo Vittoria con le acque del Lake Albert, dal quale si forma il decorso del grande Nilo Bianco che attraverserà tutta l’Africa subsahariana. Abbiamo attravesato lungo il percorso centinaia di piccoli insediamenti abitativi che sorgono come funghi ai margini della strada principale, tutti affollati di gente, di mercanzia, di frutta, di mezzi di trasporto improvvisati, di motorini e di donne e bambini dai vestiti coloratissimi: è l’Africa che ti aspetti. E cito infine, tra le tante altre cose che affollano i miei ricordi, la crociera mozzafiato sul Kazinga Channel, un canale lungo circa 32 chilometri che collega i due laghi di Edward e di George: lo spettacolo che si può ammirare durante il “boat safari” è memorabile. Le rive del corso d’acqua attirano infatti una gran quantità di animali selvatici dall’entroterra circostante (elefanti, bufali e centinaia di ippopotami), oltre ad una moltitudine di volatili ed ai coccodrilli del Nilo, tutti insieme appassionatamente!
Mettendo da parte i safari e gli animali, mi piace infine accennare alle tante scene di ordinaria quotidianità che vediamo nei tantissimi e poverissimi villaggi, di cui l’intero paese è disseminato. “Mama Africa” è il soprannome di Miriam Makeda, la più grande cantante africana di jazz e world music, divenuta il simbolo del riscatto africano dal regime dell’apartheid. Per me, l’espressione racchiude la raffigurazione di un mondo variegato e colorato, così lontano dal nostro, fatto di facce di bambini dagli occhioni neri che brillano sul bianco della grande cornea, di infanti che giocano scalzi per strada facendo rotolare un logoro copertone di automobile o che dondolano felici su improvvisate altalene che pendono dagli alberi. Un mondo dove le donne percorrono lunghissimi tratti a piedi, trasportando sul capo con eleganza, equilibrio e leggiadria, i grandi bidoni colorati ricolmi di acqua o intere fasce di rami secchi per accendere il focolare. È l’Africa dei piccoli villaggi, dei grandi mercati, dove la mercanzia viene stesa a terra, magari accanto ad una pentola dove bolle un intruglio che viene condiviso tra le venditrici, tra un vociare ed una confusione infernale; l’Africa dove sconnessi sentieri di terra rossa sono intralciati da mandrie e da buoi dalle larghe corna che trascinano carri rudimentali, buoi che ti guardano anch’essi negli occhi e che sembrano insensibili allo stridore del clacson che chiede di ‘fare largo’. È l’Africa delle interminabili file di bambini, splendidi nelle loro divise scolastiche e con la camicia inamidata (e magari scalzi), che si avviano con il quadernetto in mano o lo zainetto verso la scuola rionale. L’Africa delle superstizioni, dei guaritori di villaggio, delle mammane improvvisate, dei sordidi bar dagli scaffali di legno consumato dove ti preparano un pasto ed una bevanda, dove la gente balla per strada ad ogni occasione utile!

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