Il 23 luglio scorso ci lasciava all’età di 88 anni Otello Profazio, cantautore e cantastorie folk.
Calabrese di Rende, intendeva il Sud non folkloristicamente ma come “categoria dello spirito” e si considerava un ricercatore.
Vincitore del disco d’oro per l’album “Qua si campa d’aria”, rielaborò e reinterpretò brani della tradizione siciliana, calabrese e pugliese; noto anche a livello internazionale – si esibì praticamente in tutto il mondo –, utilizzò anche altri media come la carta stampata (celebri le sue “Profaziate” su “La Gazzetta del Sud”), la radio, la TV – memorabile l’esecuzione di “Addio a Lugano” nel 1964 insieme a Giorgio Gaber, Saverio Pisu, Lino Toffolo ed Enzo Jannacci.
Nel 2016, presso il Teatro Ariston di Sanremo, fra gli interpreti di canzoni non proprie (quindi non cantautori), nell’ambito della quarantesima edizione del Premio Tenco, a trionfare fu Peppe Voltarelli con “Voltarelli canta Profazio”, dedicato al repertorio del grande folksinger calabrese, che nel corso della lunga e straordinaria carriera ha accompagnato e seguito l’Italia del dopoguerra, del boom economico, dell’emigrazione, degli scandali politici, degli atavici problemi del Mezzogiorno, tra impegno e ironia contadina, poesia e saggezza popolare.
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Il tour 2023/ 2024 dell’artista – che, ricordiamo, è stato il fondatore e frontman del gruppo Il Parto delle Nuvole Pesanti e tra carriera con il gruppo e solistica alle spalle 21 album – è stato a Siderno il 6 settembre cantando proprio il repertorio di Otello (e ricordiamo che Profazio è stato rievocato a Ferla, nell’ambito del festival Lithos, il 2 settembre scorso, da Massimo Ferrante).
È quindi a Peppe Voltarelli che chiediamo un ricordo di Profazio.
Ho un ricordo molto vivo di Otello perché negli ultimi dieci anni ho avuto la fortuna di conoscerlo, frequentarlo e suonarci insieme. Una grande persona, ironica, pungente, colta, divertente e nello stesso tempo un maestro in grado di trasmettere alle nuove generazioni la lezione della musica popolare, il blues del Mediterraneo e la sua poesia meridionale, mai nostalgico.
Come ha conosciuto Otello?
La prima volta che lo incontrai eravamo a Vibo Valentia per una serata dedicata a Domenico Modugno… era seduto ad un tavolo nella hall dell’hotel 501 con un cappello molto vistoso – penso che fosse australiano -, mi presentai e facemmo subito amicizia.
Qual è stata la sua influenza sulla musica che lei compone ed esegue?
Conoscere Otello mi ha dato una grande consapevolezza della forza del mio dialetto in chiave letteraria, ma anche sul cantato: lui era in grado di fare delle cose molto interessanti con la voce che ho provato ad imitare e a fare mie, poi mi piaceva molto il suo modo di suonare la chitarra acustica, sempre pizzicata un modo basico ma incredibilmente efficace e aderente al suo canto.
Qual è il lascito più importante che sente di aver ricevuto da lui?
I momenti trascorsi insieme, i viaggi i pranzi al ristorante quando lui raccontava i suoi spettacoli in America, in Argentina e in Australia… la gioia di aver rappresentato una parte importante nel cuore della comunità: lui sapeva che tutti lo conoscevano e cantavano le sue canzoni e questo gli dava gioia. Mi faceva sempre sorridere quando diceva che io ero l’unico che da solo con la chitarra riusciva a tenere il pubblico anche in una grande piazza come faceva lui.
Come vede il futuro di questo genere musicale?
Ci sono tanti artisti che oggi cantano e scrivono cose interessanti in dialetto e con lo stile legato al folk… penso che nei prossimi anni ci sarà una nuova scena molto forte e determinata che sarà capace di fondere il dialetto ai suoni contemporanei con una nuova chiave metodologica: sono molto fiducioso che anche i media diano più spazio a queste ricerche.

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