Martedì 31 ottobre con un excursus video-musicale dedicato al regista John Carpenter in occasione dei 45 anni del suo film di culto Halloween, si conclude all’Urban Center la terza edizione del Cine Oktober Fest, manifestazione ideata da Giuseppe Briffa che ne è l’art director, promossa con l’associazione Post-Cinema di cui fanno parte Ludovico Leone e altri giovani.
Durata un mese fra proiezioni, approfondimenti e dialoghi col pubblico la rassegna oltre all’Urban Center si è tenuta al Biblios Cafè di Ortigia. In questo locale del centro storico gestito da Paola Tusa, già da diversi mesi si susseguono serate dedicate al cinema in un’atmosfera che, per certi aspetti, potrebbe ricordare i cineclub d’altri tempi.
Paola ha lavorato come traduttrice in altre città per diversi anni, tornata a Siracusa ha rilevato il Biblios Cafè ed ha iniziato a occuparsi anche di illustrazione e graphic design.
Come è nata – le chiediamo – la collaborazione con Giuseppe Briffa?
“Poco più di un anno fa un’amica comune mi parlò di Giuseppe e del suo Cine Oktober Fest che in quei giorni si svolgeva all’Antico Mercato di Ortigia. La sera che andammo a vedere il Nosferatu di Murnau gli chiesi se aveva voglia di organizzare qualcosa al Biblios Cafè. E a dicembre 2022 abbiamo dato inizio a In the mood for Biblios, rassegna dedicata al grande cinema di tutti i tempi con proiezioni di capolavori del muto e conferenze su film e registi contemporanei. Così sono nate una collaborazione e un’amicizia destinate a durare”.
Soddisfatta delle attività organizzate fino adesso?
“Il Cine Oktober Fest è un’iniziativa con cadenza annuale in cui credo molto, che offre alla città conferenze e proiezioni di film che difficilmente arriverebbero da queste parti. Nel frattempo stiamo ultimando la programmazione per la stagione autunno-inverno di In the mood for Biblios, e sono sicura che Giuseppe continuerà a portarci alla scoperta di registi e film eccezionali. Al Biblios Cafè si è creato un nucleo di appassionati e un’atmosfera intima e partecipata, con tanto d’interventi e domande. Il che non è così scontato in un’era in cui si tende a diventare spettatori passivi e silenziosi”.
Oltre agli incontri dedicati al cinema prevedi di approntare altri momenti culturali?
“Continueremo a ospitare presentazioni di libri, e spero di potere organizzare serate a base di letture teatrali e altri eventi, perché la nostra vocazione è principalmente la diffusione della cultura”.
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Il trentacinquenne Giuseppe Briffa è un accanito e vorace cinefilo, studioso autodidatta di talento ha pure conseguito un master in filmologia dopo aver vinto una borsa di studio alla Iulm di Milano, città dove ha lavorato con alcune agenzie nei settori della fotografia e dei video. Ritornato a Siracusa ha, tra l’altro, curato la catalogazione e l’allestimento del nuovo Museo del Cinema, realizzato con la vasta e preziosa collezione che il dottor Remo Romeo ha donato al Comune di Siracusa.
Giuseppe, questa terza edizione del Cine Oktober Fest volge al termine. Hai messo su un programma dai contenuti validi, proponendo storici cartoons in bianco e nero; opere di qualche giovane promessa, o presunta tale, del cinema italiano; film degli ultimi anni passati da festival anche importanti, qualcuno pure premiato ma tutti o quasi poco noti al grande pubblico; una sezione dedicata alla cinematografia scandinava più recente ed altro ancora. Il tutto per ben 21 serate del mese di ottobre, e negli appuntamenti all’Urban Center pure film in seconda serata. Forse un po’ troppo per una cittadina come Siracusa, nel suo insieme culturalmente pigra, abitudinaria e sempre più anziana. E aggiungo la scarsa collaborazione all’interno dell’associazionismo culturale, dove peraltro i giovani sono pressoché assenti. Che ne dici?
“Dico che cercare di fare un festival indipendente della durata di un mese, con pochi mezzi, poco budget e niente ospiti ammetto che è una follia. Ed è sicuramente un azzardo proporre doppie o triple visioni in un’unica serata, cercando d’incapsulare il fruitore in un mondo lontano (che sia esso nord-europeo o asiatico) e chiedendo fiducia per quanto concerne gli aspetti contenutistici che non hanno nulla di consolatorio. Ma toccare per un momento altri punti del globo e portare cinematografie sconosciute o poco conosciute nella nostra realtà mi è sembrato giusto, oltre che darmi particolare soddisfazione”.
“Il cinema del nostro passato è il cinema del nostro futuro” è la frase-slogan, il messaggio lanciato dal Cine Oktober Fest. Che significato dai a quest’affermazione?
“Ho coniato quello slogan per evidenziare il gap generazionale, anagrafico e concettuale che la cinematografia contemporanea ha subito nel corso di questi ventitré anni del nuovo millennio. Il cinema, nato a manovella ovvero meccanico, ha vissuto trasformazioni e contaminazioni passando dall’analogico a nastro magnetico al digitale ormai in uso. In passato aveva un peso dettato dalle “pizza” ovvero dalle bobine che ne determinavano il volume e la grandezza. Amarcord di Fellini pesava 20 kg, M-Il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang, 32. Voglio dire che il cinema aveva una sua valenza fisica che, secondo me, a partire da Inland Empire di David Lynch – pioniere della digitalizzazione – è venuta via via ad assottigliarsi mediante le schede di memoria e il cloud nell’etere della rete globale. In era contemporanea il cinema del passato determina rimandi a tutto ciò che ha contraddistinto il Novecento e il suo peso specifico. Ma il cinema odierno non è la summa teorica di ciò che lo ha contraddistinto in precedenza, quanto il divenire di nuovi stilemi cinematografici senza l’ausilio di quel corpo che era la celluloide. Citando David Cronenberg che su Videodrome inneggiava alla ‘nuova carne’, il nuovo corpo del cinema è l’infinito ritorno dell’eterno divenire dell’immagine, che viene decodificata e plasmata mediante le più innovative tecniche e strumentazioni odierne”.
Quali concetti racchiude il nome Post-Cinema col quale avete chiamato la vostra associazione?
“La post cinematografia non è qualcosa che giunge ‘dopo’, ma corre su una linea parallela che, nonostante sia impregnata di cinematografia classica e canonica, subisce per volere dei propri autori una virata eccezionale rispetto al percorso prescritto dalle leggi filmiche. In musica ad esempio vi è il rock e il post-rock, il punk e il post-punk. Si potrebbe asserire che traendo spunto da tecnica e grammatica narrativa tradizionale e assorbendone le stesse architetture, il post-cinema prova a proporre una versione alternativa della medesima”.
Nella storia dell’arte cinematografica quando si può cominciare a parlare effettivamente di post cinema?
“Credo che il primo vero film post cinematografico sia per certi versi Un cane andaluso di Luis Bunuel, il quale frappone il racconto (soggetto e sceneggiatura) ad una visione onirica dello stesso rispettando i canoni preesistenti. Nella sequenza del taglio dell’occhio propone quindi una seconda visione di lettura, una rinnovata e fresca rivalutazione contraddittoria di tutta la cinematografia comprensibile al fine di giungere ad innumerevoli piani e sotto livelli di lettura”.
Citazione per citazione, mi viene da pensare all’importanza che Italo Calvino – in una delle sue Lezioni americane – dà a quello che chiama “cinema mentale” dell’immaginazione nella successione delle fasi in cui le immagini di un film prendono forma. Ma oggi i film vecchi, nuovi, girati in analogico o in digitale si guardano sempre meno nelle sale tradizionali, che continuano a chiudere inesorabilmente, in Italia anche per mancanza di adeguato e intelligente sostegno pubblico, diversamente dalla Francia; mentre l’offerta delle piattaforme di streamings cresce e migliora. Ciò constatato, vedere al Biblios Café persone che si appassionano e dibattono del significato dei film, di autori e attori è interessante.
“Non c’è una linea di mezzo fra la monosala di un tempo e il cinema multisala con 18 sale e altrettante proposte. Questi mostri cementificati determinano la fine di un’era novecentesca. E le piattaforme, straordinarie nei loro cataloghi generalisti e tematici, offrono un’alternativa concreta alla mancanza di mediazione fra il piccolo estinto e il colosso inarrestabile dei multiplex. In quello che faccio tento una condizione di mezzo: provare a riportare il Novecento nel 21esimo secolo con il cinema di questo millennio, mediante il format ormai desueto del cineclub basato su introduzione-visione-dibattito. So di potere fallire ma, sotto questo punto di vista, preferisco essere un disilluso idealista fuori da tempo”.
Quindi il celebre “No, il dibattito no!” in Non sono un autarchico di Nanni Moretti, almeno ogni tanto lo possiamo ribaltare e far diventare “Sì, il dibattito sì!”

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