Forse non è un terremoto ma certo un forte sommovimento si può definire. Eppure pare lo abbiano avvertito solo in Tribunale. Si consuma nel silenzio, nel rifiuto di un qualsiasi commento da parte dei protagonisti, il divorzio tra quattro avvocati consiglieri dell’Ordine e il resto del massimo organo di rappresentanza della categoria. Qualche giorno fa, senza alcun clamore, gli avvocati Lucia Sciacca, Sebastiano Grimaldi, Nunzio Boccadifuoco, tutt’e tre della lista Ritorno al futuro, e l’indipendente Massimo Baglieri hanno rassegnato le proprie dimissioni. 4 consiglieri sui 15 componenti il Consiglio non sono pochi, segnalano un disagio profondo dell’importante organismo, probabilmente un suo imperfetto funzionamento.
I motivi devono essere seri e un atto così clamoroso, forse inedito nella storia dell’Ordine, deve pur avere un obiettivo, una finalità, anche se sembrerebbe che si voglia lavare i panni in famiglia dal momento che nulla trapela. Una scelta tuttavia comprensibile alla luce del ruolo che i consiglieri hanno svolto: l’obbligo di riservatezza evidentemente resta anche per chi decide di sbattere la porta.
Ma la questione non è irrilevante. Non è, dal nostro punto di vista, di esclusivo interesse degli oltre 1400 avvocati iscritti all’Ordine di Siracusa (né sappiamo quanti sappiano dell’accaduto) ma di tutta la comunità cittadina proprio per la funzione che la categoria svolge in quel sistema giudiziario che spesso, in un modo o nell’altro, si interseca con il quotidiano di noi cittadini comuni.
Per comprendere i motivi della tensione possono aiutare, a questo punto, solo i documenti pubblicati sul sito dell’ordine, i verbali delle riunioni, pur se pieni di omissis (correttamente nel rispetto della privacy delle persone) e non di semplice lettura per chi è fuori da quelle dinamiche. A far intuire quale sia stato il casus belli, c’è il verbale di luglio. All’ordine del giorno l’approvazione del nuovo regolamento del Consiglio dell’Ordine che, a quanto si legge, propone novità rispetto al passato.
una componente del Consiglio dell’Ordine
Ad apertura di riunione, i quattro consiglieri, futuri dimissionari, propongono infatti, come già richiesto con pec, una mozione d’ordine per trattare prioritariamente il punto relativo all’approvazione del Regolamento. Una mozione che viene rigettata e provoca l’allontanarsi “per protesta” di due dei consiglieri mentre gli altri due restano a spiegare i motivi della loro richiesta.
Per ben quattro volte la discussione sull’argomento è stata rinviata arrivando così al 25 luglio, a ridosso delle ferie. Tra l’altro, il non aver potuto anticipare la discussione l’ha fatta iniziare in ritardo mortificando l’auspicata e approfondita disamina delle novità ostacolata anche dal fatto che il presidente, Antonio Randazzo, ha inviato solo il giorno prima una sintesi priva di tutti gli emendamenti presentati (una sintesi da qualcuno neanche ricevuta).
Uno in particolare sembra essere il punto di contrasto: la nuovissima regola, inserita all’articolo 8, per cui l’eventuale rilascio di copia degli atti del Consiglio dovrà essere preceduto da una richiesta scritta alla segreteria, “ragioni squisitamente organizzative – spiega il presidente – senza alcuna limitazione o preclusione dei diritti e delle prerogative dei consiglieri” a nessuno dei quali viene “precluso il diritto di potere consultare e visionare tali atti”.
Una regola probabilmente vissuta come uno stretto controllo sull’attività dei consiglieri e forse anche un bavaglio, soprattutto nei rapporti con l’esterno, la cui violazione prevede per giunta non ben specificate sanzioni. “Le notizie apprese mediante accesso sono soggette al segreto amministrativo, la cui violazione comporto le responsabilità civili, amministrative e penali previste dalla legge – recita l’articolo 8 -. Nei rapporti interni al Consiglio è riconosciuta ai Consiglieri la paternità di idee, iniziative e l’attività svolta in favore dell’Ordine, mentre nei rapporti con gli iscritti e, comunque nei rapporti esterni al Consiglio, deve essere preferita la riconducibilità all’Ordine nel suo insieme, ai fini della sua valorizzazione come istituzione pubblica (!)”.
E una ‘stretta’ appaiono anche le indicazioni all’articolo 10, ferree sulle modalità della discussione nelle riunioni dove non viene neanche consentita “l’allegazione a verbale di documenti, atti o dichiarazioni scritte a firma dei consiglieri o di terzi” tutti lasciati a quella “verbalizzazione sintetica del segretario” che chiunque abbia fatto parte di organi collegiali sa essere possibile fonte di estenuanti contestazioni. E se poi è possibile al massimo fare due soli interventi come in parlamento nelle interrogazioni a risposta immediata – una di presentazione della proposta (5 min.) e l’eventuale replica (2 min.) – il gioco è fatto. Anche gli ultimi due dissidenti abbandonano la riunione e il tentativo di riportare in discussione il regolamento con tutti gli emendamenti e la possibilità di un sereno confronto viene elusa.
Si va alla delibera. Il regolamento viene approvato, da quanti non è riportato. La decisione apparirebbe unanime ma se si fanno i conti i sì sono stati 8 su 15. I commenti appaiono inutili. I quattro consiglieri ci pensano un po’ e si dimettono dopo due mesi.

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