La mia generazione è quella cresciuta con il mito del sacrificio dei propri genitori, con il mito del posto fisso, rieducata all’essere “imprenditori di sé”, che ha vissuto l’Europa, la generazione Erasmus, che ha visto anche il suo arrancare, cresciuta con il prezzo del dover “restituire” prima o poi tutto, perché in debito con le generazioni precedenti.
Una generazione che ha smarrito il senso civico ma che vive di mode e celebrazioni quotidiane?
Un settaggio imbrigliato in un adattamento obbligato, la flessibilità ha preso spazio nel lavoro, nel vivere il rapporto col divino fino ad intaccare le relazioni intime, amicali e familiari, imponendo una logica che poggia sul mood costante del Tu vali, Io me lo merito o del Anch’io l’ho fatto.
Il Tu vali inciampa nella difficoltà di trovare uno spazio di valore nel rapporto con l’altro perché è un’idea che poggia su miti antichi, un tempo stabili, ormai oggi al tramonto. In questo albeggiare di uno smarrimento collettivo la narrativa del quarantenne contemporaneo, che sia uomo, donna o altro, è la narrativa che racconta l’incapacità di poter dire “quaranta” perché terrorizzata ed angosciata dal peso dello scorrere del tempo. Si opta, quindi, per due torte con menzione di “20 + 20” perché i secondi 20 anni della vita forse potrebbero essere come un ripartire da un forever young: un atto di speranza o una forma illusoria per congelare gli anni più spensierati?
La mia una generazione che vive della moda di un corpo allenato, prestante, forte e botulinato da mostrare, con seni nuovi e glutei scolpiti da serie infinite di squat per giungere al modello di riferimento dettato dagli influencer del momento, che vale sia per gli uomini che per le donne senza sconti. L’assunto dominante è quello che un corpo, per essere in salute, deve essere snello e performante, perché attraente, con rigidi dettami estetici, pieno di creme e di sieri, disponibili in commercio per ogni grado di sensibilità cutanea, che combattono il tempo, con tentativi costanti per tornare a quei 20 anni.
La bellezza è quel qualcosa che da sempre l’essere umano ha ricercato costantemente tra anima e corpo, tra natura, spiritualità e scienza ma oggi si ripete ritualizzando pratiche quotidiane estetiche, attente al corpo, che dimenticano la dimensione spirituale, con ritocchi corporei continui, intrappolata ad un’età in cui ancora il corpo produce collagene autonomamente! L’invecchiamento è rifiutato, i segni del tempo devono essere combattuti, la crescita è come fosse congelata ad un’idea di giovinezza che domina imperante; una generazione, la mia, che vive la vita come fosse un gioco, un videogioco; la leggerezza diventa l’unica strada possibile da solcare, in un mondo che parla di resilienza, come Pinocchio si rintana in un perpetuo paese dei balocchi, costruito su misura per Sé tra social e realtà, tra illusione e disillusione, tra mezze verità e piene menzogne, tra immagini dei nuovi dei dell’olimpo, gli influencer, tra parole d’odio on line e tra guerre, tra crisi economiche e disinformazione.
Una generazione, la mia, che vive di comunicazione, che ricerca la comunicazione efficace dimenticando un dialogo interiore che all’improvviso pretende spazio.
Come un MEME la vita si avvolge di un umorismo, apparentemente giocoso ed istantaneo, e si disperde in poco tempo e si torna alla ricerca di un altro meme divertente per allietare il momento presente. L’interazione deve essere leggera, giocosa, con l’altro, tutta da condividere, che sia virtuale o reale non importa, ed il cuore del discorso non prevede il domandarsi altro: comanda il gioco giocoso e leggero, che giustifica tutto perché è un gioco.
È un movimento che non aggiunge altro, che vive di sé per alimentare il divertimento ed allontanare ogni possibile forma di “pensiero pesante”, di responsabilità: unica responsabilità, unica regola, il diritto del piacere e del divertirsi.
La gioia di vita si riduce a vivere un viaggio il più delle volte per poterlo “raccontare” nelle “storie” e per fare narrazione dell’esperienza del viaggio e per poter dire, postando, “anch’io sono stato lì”, “anche io me lo sono meritato”, e lo stesso modus operandi si estende per tutto il resto, per sentirsi autentici, liberi, per perseguire la logica della trasparenza per chi ci guarda, il più delle volte attraverso un filtro.
Un rimanere imbrigliati a quei 20 anni, per essere avvolti, come Peter Pan, da un’eterna giovinezza annebbiata, che il più delle volte detta una difficoltà nel voler avanzare e nel voler vivere tappe nuove di vita, in un ripetere costante di ciò che, forse, è stato perché è stato un tempo spensierato e felice?
Il mito costruito dalla mia generazione è un mito di felicità che poggia sul ricordo nostalgico, ripescato e reso attuale, di un’epoca ormai tramontata, i magnifici fine anni ’80 con i calzini di spugna alti, i giubbottoni di Jeans oversize abbinati ai pantaloncini super “strizzati” che cadono appena sotto il ginocchio, oggi indossati e reinterpretati per aderire ad un’immagine nostalgica di un tempo reso quasi eterno.
In questa eternità, perduti in un forever young, che imprigiona un Sé in pezzi intrappolato in un post, come tanti Dorian Gray, per coltivare un destino che vive di un futuro eternamente bloccato nel presente, un futuro che il più delle volte rimanda la maternità e la paternità o smembra famiglie perché “non ci sono le condizioni”, perché potrebbe esserci altro di più piacevole, oppure forse, non si è pronti, non resta che appellarsi al fatto che “lo Stato non te lo permette” e che la vita è cara.
Allora essere eternamente figli spensierati, leggeri, performanti, forse è una soluzione, escludendo così la possibilità di fare l’upgrade e di passare al livello successivo, deresponsabilizzandosi. Un avanzare impossibile perché le condizioni economiche non potrebbero garantire quel benessere per “tutti”, per una famiglia, un benessere individuale al quale nessuno vuole rinunciare, in cui prevale la narrativa del mio-benessere e del io-mi-basto-solo.
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Una generazione che ha dimenticato il concetto del lavoro stabile e che ha smarrito il concetto di diritto del e nel lavoro perché non accede a contratti che diano dignità alla persona, una continua, eterna, svilente e perpetua gavetta con stage non retribuiti e apprendistati proposti al quarantenne come ad un ventenne: la mia generazione è in lista di attesa?
Una generazione, la mia, che vive l’incertezza come unica certezza, che “sente” parlare di guerre sempre più vicine a sé, che non legge più i giornali e che non guarda più la televisione, che si informa per mezzo social, che ascolta i podcast; una generazione, la mia, che tra pandemie, cambiamento climatico e crisi economiche si perde nella paura.
Ecco edificati spazi e mondi di infelicità e solitudine: il futuro precario si edifica in un disincanto e il corpo è la sola certezza. Un riadattamento continuo e collettivo, alle volte faticoso, che trova soluzioni facili e del momento, magari ogni tanto una lezione di Yoga al parco o in riva al mare, che poi ha cadute e scollamenti continui nel quotidiano e moti ondulatori emozionali e affettivi, come nel lavoro anche nelle relazioni e nell’intimità.
L’amore come la sessualità si smarrisce e non è più orientato alla famiglia, risponde solo ai bisogni di un consumo soggettivo, con veloci fughe tra un trovarsi e un perdersi, per sostenere una precarietà economica, relazionale ed affettiva perché inaccettabile e inesorabile. Potrebbe forse essere una risposta di adattamento ad una realtà che risponde al “come dovrebbe essere” ma che non trova spazio possibile nella realtà, da lì una fuga nei vent’anni come uno spazio e un tempo di conforto, di rassicurazione, di illusoria libertà, per sentirsi liberi, sia per chi una famiglia l’aveva creata, vissuta e poi l’ha smembrata, sia per chi a 40 anni una famiglia non l’ha mai fondamentalmente pensata come realtà possibile nella sua esistenza o vi ha rinunciato.
Vige lo slogan del “prenditi cura di te”, “pensa prima a te stesso”, “vivi la tua vita”, “prima devi stare bene da solo” ma da slogan a culto il passo è breve se si vive la parola senza consapevolezza.
Una cecità che cede il passo al buio ed alle volte il buio diventa tenebra. Una solitudine irrompe a livello strutturale, un’idea di solitudine che non ha l’intenzione del conoscersi ma del viversi in senso edonista, ed in preda agli impulsi, domina l’eco del “IO ME LO MERITO”.
Le compagnie, che siano amori o amicizie, diventano transitorie, temporanee come lo è il lavoro: relazioni stagionali, come il lavoro, sono accompagnate da una disillusione degli affetti e presto la noia ne è la padrona.
Dare spazio a sé pretende un lavoro più certosino, una presa di coscienza che si interroghi sulla direzione desiderata, una messa in discussione personale che autorizzi ad avanzare nella vita, che permetta di fare esperienze pacificate, comprese, desiderate e godute, che guardi l’altro come una scoperta e con curiosità, non come un libro già scritto, o una foto sui social, ma come un mistero. Ritrovarsi in cammino ad aver cura di sé e ad accogliere un destino chiamato vita che si rivolge alla vita stessa, che nell’inatteso si compie e che sappia accettare anche la paura.
Una vita che si rivolge al desiderio di stare al mondo, che si conceda l’occasione di pensare umanamente alla vita senza le distrazioni del momento, oltre un piacere momentaneo e precario e che si dia la possibilità di incontrare e conoscere con gioia l’altro in carne e ossa.
Una generazione figlia degli anni’80, forse, un po’ smarrita che dovrebbe chiedersi dove sono e dove sto andando.
Una generazione la mia che dovrebbe ricordare quando i nonni e le nonne, i padri e le madri, compivano i loro 50 anni di vita e ad esser festeggiato era il loro “mezzo secolo”, che rappresentava la somma di quegli anni, che con orgoglio custodivano un tempo vissuto e scandito da tappe di vita, da scelte, da responsabilità, dal lavoro e dalla famiglia.
Ma la mia generazione a 50 anni come si immagina?

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