Policrisi e migranti. Non tutti possono essere accolti. E per gli altri? Una idea su cui riflettere

Tra le svariate cause ci sono certamente la povertà dei paesi di origine, le guerre e i conflitti locali, le avversità dovute all’aggravamento della crisi climatica, le espropriazioni di terre vendute a grandi potenze (Cina) in cerca di terre fertili, la depredazione del patrimonio ittico costiero e lacustre/fluviale, la seduzione di un approdo risolutivo alle terre europee viste come il paese di bengodi, la reale esistenza di un divario sempre più evidente tra luoghi del benessere e luoghi dove la vita appare un inferno… Fuggire dall’inferno ed approdare al paese di bengodi appare una prospettiva perseguibile anche a costo di rischiare tutto. Non solo per poter rimettere risparmi ai familiari ma anche per vivere una vita vivibile.

È facile sostenere che la soluzione sia quella di migliorare le condizioni di vita nei luoghi di origine. Soluzione pienamente condivisibile in linea di principio! Ma proiettata in un futuro lontano, irraggiungibile per chi si trova a vivere oggi. Soluzione meramente auspicabile, ma non realizzabile di fatto. Anche ipotizzando di poter spargere aiuti a pioggia nei vari paesi poveri del mondo (azione di cui non si intravede neanche la minima intenzione nei paesi ricchi), si dovrà constatare che l’efficacia di una tale azione sarebbe svuotata dai regimi attuali, che sperpererebbero tali aiuti per altre finalità. Leggasi, al riguardo, La grande fuga di Angus Deaton, Il Mulino. “Aiutiamoli a casa loro” è uno slogan irrealizzabile e insincero perché viene pronunciato con l’intenzione di voler significare: “aiutiamoli o costringiamoli a tornare a casa loro”.

“Accogliamoli tutti o aiutiamoli tutti. Cosa sono 120.000 profughi in un anno per l’Europa benestante?” è questa la posizione tipica degli idealisti sinceri ed anche dei campioni del “politicamente corretto”. Ma è una posizione meno condivisa ed è, probabilmente, impraticabile nel presente e rischiosa in prospettiva: innescare o favorire una migrazione senza limiti e in crescendo può rendere del tutto insostenibile in futuro un fenomeno che è già adesso difficilmente gestibile e controllabile, proprio per le dimensioni che esso rischia di assumere in conseguenza della policrisi (climatico-ambientale, economica, politica, bellica…), congiunta alle previsioni di sviluppo demografico dei paesi di origine. C’è da augurarsi che la previsione dell’esplosione demografica risulti sbagliata (ed è possibile che si riveli tale!) ma le concause del fenomeno migratorio sono varie e complesse ed è difficile che esso regredisca spontaneamente.

In ogni caso è certamente necessario governare questo fenomeno: gestirlo, controllarlo, razionalizzarlo… ed agire, per quanto sarà possibile, sulle sue cause: cercando, ad esempio, di varare politiche internazionali che mirino alla stabilità dei paesi di partenza (e di tutti i paesi del mondo) e abbandonando le relazioni predatorie per lasciare posto a interscambi più equi. Facile a dirsi, ma difficile da realizzare, anche perché l’idea di un mercato eslege (scolpita nel paradigma culturale dominante) non risulta sino ad oggi conciliabile con criteri umanitari di equità. L’unica equità che il mercato recepisce è quella dell’equilibrio tra domanda ed offerta. Peccato che quell’equilibrio risulti, di fatto, illusorio, in quanto il rapporto è sempre sbilanciato a sfavore di chi è costretto (dalla fame o dal bisogno o dai debiti) a svendere le sue risorse e il suo lavoro. E molti paesi poveri sono stati furbescamente raggirati e sottomessi al giogo del debito. Per capirlo meglio bisognerebbe leggere il libro di John Perkins (Confessioni di un sicario dell’economia). A corollario di quest’ultima affermazione è necessario e doveroso aggiungere che una parte della responsabilità circa le cause della migrazione attuale ricadono sui paesi ricchi (di Occidente e di Oriente) e sulle loro politiche predatorie. Questo è vero ed innegabile; ma i poveri e gli sfruttati di questi paesi ricchi non hanno colpe dirette. La faglia che separa sfruttati da sfruttatori attraversa anche i paesi opulenti. All’interno dei quali molte persone che si ritengono di sinistra hanno smarrito la coscienza di un impegno umanitario (da esercitare in ambito interno come anche in contesti planetari), accontentandosi di alimentare forme marginali di filantropia volontaria che giocano il ruolo di tranquillanti delle coscienze. Non di rado chi esercita una attività predatoria o chi riesce a realizzare introiti smodati si mette a posto con la propria coscienza, devolvendo qualcosa ad associazioni di volontariato sociale o magari cavalcandole per mettersi in bella mostra. Ciò non vuol dire che queste associazioni siano da smantellare.

Un impegno più sostanziale deve però passare attraverso politiche nuove: nazionali, per quanto concerne l’accoglienza possibile; e internazionali, per ciò che riguarda interventi realizzabili in altre aree del mondo.

Un’accoglienza possibile non è conciliabile con l’idea che basti prestare un po’ di assistenza solo per alcuni mesi, perché tanto poi gli accolti sciamano altrove, nonostante le resistenze di paesi più ambiti del nostro. Una politica seria deve programmare realisticamente il numero di immigrati integrabili nella società e farsi carico di realizzare una vera accoglienza ed un processo di integrazione.

E se il flusso risulta esuberante? Bisogna governarlo e sottrarlo agli interessi dei trafficanti di esseri umani. Per alcuni, ciò comporta la prospettiva di un respingimento degli esuberi. È questa la terminologia, brutale, di alcuni individui della destra al governo. Ma un semplice respingimento non è praticabile in base alle norme vigenti e non è umanamente proponibile, in quanto molti migranti non hanno più un sito al quale poter tornare: non hanno di che vivere nel loro paese di origine e spesso questo non li accetta più in quanto oppositori del regime al governo. Coloro che per gli altri sono esuberi saranno da indicare, più correttamente, come non accogliibili o non integrabili. Ma non saranno da respingere come fa l’Australia. Forse sarebbe possibile accompagnarli verso una terra diversa, dove si potrebbe predisporre e curare una loro accoglienza.

Dove e come? Un progetto “Terra Promessa” potrebbe essere realizzato, per esempio, nel sud della Libia, in zona attualmente desertica. Non tutti sanno che nel sottosuolo di tale territorio esiste un mare di acqua dolce. È invece a tutti noto che l’irraggiamento solare in tale area è tale da suggerire l’impianto di generatori fotovoltaici. L’energia prodotta in ore diurne potrebbe consentire l’estrazione di notevoli quantitativi d’acqua. Il deserto può essere messo a frutto: lo dimostra l’esperienza storica di Israele e la più recente iniziativa dell’Arabia. La realizzazione di filari di pietrame e di piante grasse (cactus, opunzie, e simili o di oleandri), che assorbono l’umidità atmosferica notturna, impedisce il movimento sabbioso ad opera del vento (il fenomeno che dà luogo alle dune); la tecnica dello zai (o degli zai pits) accelera la fertilizzazione della sabbia e l’irrigazione a goccia consente la messa a coltura con ottimi risultati e con un modesto impiego di risorse idriche. L’acquisto di una vasta estensione di deserto dovrebbe essere alla portata delle risorse disponibili in Europa, purché ci sia voglia di investire in un grande progetto umanitario. L’attuale frammentazione della Libia in due regimi contrapposti e l’esistenza di tribù politicamente ondivaghe possono essere obiettive complicazioni ma, paradossalmente, possono anche rappresentare opportunità contingenti: un regime forte e solido potrebbe opporre maggiore resistenza a proposte di acquisto.  L’impresa si prospetta difficilissima per vari motivi, tra i quali, in primo luogo, l’insipienza e la neghittosità di una Unione Europea incompiuta e, per molti aspetti, inconcludente. Ma, in sé, l’idea non mi sembra malvagia. Il progetto potrebbe essere proposto e caldeggiato. Le difficoltà per realizzarlo appaiono difficilissime da superare, ma varrebbe certo la pena di tentare. Si tratterebbe di mettere insieme esperienze varie ricavabili dalla memoria storica: l’Alaska fu letteralmente acquistata. Israele ha messo a frutto il deserto, popolandolo con la formazione di kibbutz e rendendolo coltivabile con l’irrigazione a goccia. Perché non provare a creare insediamenti simili ai kibbutz in un territorio acquistato per offrire una terra d’accoglienza ad esseri umani in cerca di una sede? Ovviamente tali kibbutz dovrebbero essere protetti dall’ONU ed assistiti dall’UNHCR per tutto il tempo necessario. Poi, in futuro, la nuova comunità potrebbe autogestirsi, auspicabilmente, e rendersi autosufficiente.

Le difficoltà sono enormi ma non insuperabili. Se le alternative sono una finta accoglienza senza limiti (densa di conseguenze imprevedibili) o il respingimento più impietoso, manu militari, allora val bene la pena di riflettere su questa ideuzza e, magari, di sforzarsi per migliorarla e per renderla appetibile alle forze politiche, che sino ad oggi pensano solo a contrapporsi e a polemizzare. Soprattutto la sinistra, a corto di idee, scarsamente propensa a sintonizzarsi con la realtà e con il sentire degli elettori, la sinistra che si vergogna di Minniti (che ha esplorato, con qualche successo, le vie della diplomazia e del pagamento degli stati dirimpettai), farebbe bene a riflettere seriamente. Quella strategia di Minniti non funziona più. Ci espone a capricci e ricatti e ci rende dipendenti da tirannelli. È preferibile esplorare strategie nuove. Urge trovare idee e verificarne la realizzabilità. Con spirito costruttivo. Non è giusto mirare solo a mietere consensi strumentalizzando la situazione esistente. Essa va cambiata. Occorre ideare e proporre un senso, una direzione ed un verso per questo cambiamento. Se l’idea sopra esposta non è quella giusta, se ne trovino altre. Non si può dire: “Lascia che accada”!   Buona riflessione.

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