È una cosa assurda che ancora oggi l’assistenza sociale (pensioni sociali e d’invalidità) sia a carico del fondo pensioni dei dipendenti pubblici e privati. Quale motivo lega questo fondo a quello dell’assistenza sociale? Abbiamo sempre meno lavoratori che contribuiscono alle pensioni di vecchiaia, già oggi il rapporto supera il 50% e nel 2030 si prevede che il sostegno ad un pensionato sarà di un lavoratore e mezzo. Sono problemi aggravati dal fatto che varie aziende mancano nella retribuzione. Per cui è inammissibile tutto questo carico sui lavoratori – lo afferma Mimmo Bellinvia, neo segretario provinciale dei pensionati Cgil – continuando così andremo a nuove riforme o meglio a nuovi innalzamenti dell’età pensionabile con più bassi cedolini. L’assistenza sociale è una responsabilità che deve caricarsi la fiscalità generale.
Viceversa rappresenta indirettamente uno scippo per tutti i lavoratori da parte dello Stato?
Assolutamente, si sa che la pensione è un obbligo di legge, una rendita che l’azienda è obbligata a dare all’Inps. Ma sono soldi che ottiene il lavoratore nella sua vita lavorativa, non appartengono allo Stato. Eppure finora non c’è stato un governo che ha posto la questione della divisione previdenza-assistenza. Anche perché tanti lavoratori non hanno capito cosa li aspetta nei prossimi anni. Per vedere il vero cambiamento, introdotto dalla legge Fornero si dovrà aspettare ancora qualche anno. Là s’osserverà la netta differenza tra metodo contributivo e retributivo. Oggi chi sta andando in pensione va col sistema misto. Un domani il lavoratore che procederà col solo contributivo otterrà una riduzione almeno del 30%. Nel concreto una pensione attuale di 1.400-1.500 euro diventerà di 850-900 euro. È per questo che noi cerchiamo, ma con difficoltà, di far capire ai lavoratori d’aprirsi una buona pensione complementare di cui una parte viene pagata dall’azienda e non prendersi alla fine della carriera tutto quello che hanno accumulato, ma sommarlo alla pensione Inps. Già siamo riusciti a ottenere il vantaggio di avere detassata tutta la pensione complementare.
Il sindacato dei pensionati Cgil nella provincia di Siracusa quanti iscritti ha?
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Siamo circa 19 mila.
Si discute del salario minimo cosa ne pensa?
Devo ammettere che c’è incoerenza nel sindacato, perché alcune categorie contrattano con le aziende negli enti bilaterali. Lì viene più facile a queste categorie acquisire aumenti sulla previdenza e sanità complementare. Conviene alle imprese che sui contributi versati godono di un regime fiscale favorevolissimo, nato negli anni 90 per istituzioni a carattere solidaristico. Però alla fine della contrattazione, il salario generale rimane basso.
Così sorgono differenze fra le categorie che hanno questi enti rispetto ad altre meno protette?
Certamente, ma c’è di più. Vi sono grosse contraddizione ed errori nel sindacato. Ad esempio è di qualche mese fa la chiusura del contratto di categoria della vigilanza in cui si è firmato un contratto per 6,5 euro l’ora lordi, mentre si fa la battaglia per 9 euro l’ora. Infatti, so che dopo la firma nella categoria si sono aperte discussioni. Mi dico: non potevano ancora rimanere senza contratto? Erano passati 11 anni dalla scadenza, oggi potevano collegarsi alla battaglia aperta sul salario minimo.
Sull’inflazione che attualmente avanza il pensionato è protetto!
Per nulla. Questa è una battaglia che ci assumiamo da tempo, perché vogliamo questo automatismo. Oggi, funziona solo su disposizione del bilancio del governo il quale dà mandato all’Inps che fa il ricalcolo. Invece il governo e il parlamento dovrebbero avere nelle previsioni di bilancio il calcolo automatico dell’inflazione estraendo il denaro da un fondo senza emettere ogni volta una legge legata alla finanziaria, mentre noi pensionati aspettiamo e i prezzi continuano a salire.
C’è una voce insignificante di trattenuta (0,01 euro mensili) che appare nel cedolino di tutti i pensionati è chiamato “contributo ex Onpi”. Cosa è e perché questa decurtazione?
Era l’Opera nazionale dei pensionati d’Italia un ente che aveva il compito di garantire un alloggio agli anziani italiani bisognosi e privi di risorse adeguate. L’ente non esiste più, ma il contributo deve ancora essere pagato. Ora è inviato alle Regioni in proporzione al numero di pensionati Inps che risiedono all’interno del loro territorio. Le Regioni, poi, in base alla legge, hanno il compito di distribuire queste somme ai soggetti istituzionali o privati che si occupano dell’assistenza agli anziani bisognosi. A tutt’oggi questo piccolo contributo di solidarietà porta nelle casse dell’Inps circa 300 milioni l’anno.
Il sindacato non può proporsi verso la Regione nel sapere che fine fa questo denaro di solidarietà, intervenire nel chiedere la trasparenza di questi percorsi? Alla fine sommandoli diventano milioni di euro.
Devo ammettere che è una questione mai affrontata. Non si era posto il problema data l’entità in centesimi. Però addizionando queste trattenute si giunge ad un cospicuo importo di denaro che poi andrà a crescere con l’aumentare di pensionati.
Cosa dire sul reddito di cittadinanza?
Il pensionato non è toccato direttamente dal provvedimento d’abolizione, ma a livello familiare sì. Sappiamo che in migliaia di famiglie la figura del pensionato è fondamentale per il reddito totale. Egli è importante per i compiti che compie verso figli e nipoti, ma c’è l’aspetto economico che gioca una grossa parte nelle famiglie più bisognose (disoccupati, salario povero, famiglie numerose). Ora con la soppressione del RdC viene a mancare quell’entrata, fra spesa e servizi (fatture, medicine, ecc.). Penso che se volessimo vedere una rivolta sociale basterebbe chiudere la posta, altro che l’eliminazione del RdC. Perché se i pensionati non prelevassero, soprattutto al sud, scoppierebbe la rivoluzione e sarebbe compiuta dai giovani che dipendono dai nonni.
È vero che c’è molta povertà che il governo non vuole vedere.
Assolutamente, bisogna conoscere, ascoltare, guardare per capirla. Le voglio riportare un episodio avuto pochi giorni fa: ho incontrato un vecchietto con una pensione sociale di 530 euro mentre mi raccontava la sua storia, quasi piangeva. Premesso che si riteneva fortunato per avere la casa di proprietà il suo problema che denunciava era un altro. Infatti, era carico di patologie e tante volte si trovava davanti a una scelta o quella d’andare in farmacia e comprare le numerose medicine per curarsi, ma non pranzare, oppure andare a fare la spesa per mangiare, ma non potersi curare. Di queste persone, che vivono così e anche in situazioni peggiori ce ne sono. È per questo che la Cgil ha iniziato la lotta per la sanità pubblica. Noi cerchiamo anche di muoverci in altro modo per quello che possiamo. Infatti, per il pensionato iscritto alla CGIL abbiamo ottenuto agevolazioni presso un laboratorio d’analisi in cui si ottiene un risparmio del 10% anche per la TAC.

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