Il pupo, manovrato dai fili di un maniante, può diventare paradossalmente un simbolo e uno strumento di libertà

Il pupo, manovrato dai fili di un maniante, può diventare paradossalmente un simbolo e uno strumento di libertà.

Tramite la fantasia, l’immaginazione.

Perché grazie ai pupi si possono raccontare non solo le immortali vicende dei cavalieri del ciclo carolingio, variamente riprese e rimodulate come è accaduto per la materia stessa dei “cantàri” che narrano le loro storie (pensiamo a Boiardo, Ariosto e a tutta la tradizione del poema cavalleresco), ma anche vicende attuali che assumono un valore non solo estetico e letterario ma anche memoriale e valoriale.

Valori sempre attuali perché eterni. Memoria dinamica, non rituale ma viva.

Questa è l’opera dei pupi, oltre il folklore, oltre il riconoscimento della stessa come patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’UNESCO.

Angelo Sicilia, palermitano, è stato insignito lo scorso 29 luglio a Raffadali (AG) del prestigioso premio speciale della direzione artistica nell’ambito della XXVI edizione del Premio “Alessio Di Giovanni” a motivo del suo impegno per la legalità.

Sì, perché si può fare antimafia nelle piazze, nelle scuole, nelle carceri anche con i pupi, proprio come fa Angelo Sicilia con il suo progetto nato nel 1999: Orlando e Rinaldo diventano Falcone e Borsellino, le storie del ciclo carolingio lasciano il posto a quelle di Peppino Impastato e del beato Rosario Livatino…

“La Civetta di Minerva” ha intervistato il “puparo antimafia” per voi.

Com’è nata la tua vocazione per quest’arte? Come l’hai imparata?

Tutto è iniziato quando ero bambino e mio padre, che aveva visto da ragazzo, negli anni ’50 e ’60, la vecchia Opera dei Pupi, mi trasmise questo mondo fantastico, popolato di cavalieri e dame. Durante il liceo ebbi la fortuna di frequentare  il biennio dei corsi del Teatro Scuola dell’E.A. – Teatro Massino di Palermo e quando cominciai a studiare, anni dopo,  il mondo del teatro dei pupi, mi accorsi che il ciclo carolingio non era che una parte della serie sterminata di episodi narrati dai pupari dell’800 e del ‘900: vi erano, infatti, il ciclo religioso, quello shakespeariano, quello storico, ma anche e soprattutto un ciclo legato alle gesta dei fuorilegge quali il bandito Testalonga, Pasquale Bruno, Musolino e tanti altri. A quel punto io, che avevo già iniziato a rappresentare gli spettacoli tradizionali con la mia giovanissima compagnia e che avevo anche compiuto un percorso di intensa militanza antimafia a Palermo, decisi di sostituire alla celebrazione delle imprese dell’antistato la storia di chi aveva combattuto la criminalità.  Insomma mi buttai. Dovevamo avvicinare il mondo ormai lontano dei pupi alle nuove generazioni. Frequentai allora tanto il Museo Internazionale delle Marionette di Palermo e seguii le poche compagnie rimaste all’epoca per fare gavetta. Imparai così quest’arte antica e appassionante.

Qual è il tuo rapporto con la tradizione? In Sicilia ci sono tante famiglie di pupari (penso ai palermitani, ai catanesi, ai siracusani come i Vaccaro-Mauceri)… come ti inserisci in questa scia di artisti dell’opera dei pupi?

Devo precisare che tra le 12 compagnie della Rete siciliana dell’Opera dei Pupi di cui facciamo parte, io sono il solo che non appartiene ad una famiglia di pupari. Io ho scelto di fare il puparo e i miei spettacoli in realtà sono tradizionali, perché l’unica cosa che cambia è il repertorio che racconto. Quando decisi di fare l’opera dei pupi a modo mio, tolsi le armature ai miei pupi e li rivestii con giacche, pantaloni, divise da carabinieri e poliziotti, ma anche con i jeans e le magliette dei ragazzi che utilizzai per lo spettacolo sulla storia di Peppino Impastato o con l’abito talare di Don Pino Puglisi. Lo stesso feci con gli scenari, misi da parte la reggia di Carlo Magno e l’accampamento saraceno e cominciai a dipingere Radio Aut, l’Aula Bunker di Palermo, il Palazzo di Giustizia: nacquero così i pupi antimafia. All’epoca, più di venti anni fa, non mi accorsi che, mantenendo la rigorosità della messa in scena e della manovra, nonché della costruzione dei pupi e delle scene nello stile della scuola palermitana, stava nascendo un nuovo e inedito ciclo epico che raccontava l’orgoglio dei siciliani e non più la celebrazione e l’apologia degli atteggiamenti mafiosi”.

Com’è nata l’idea dei pupi antimafia?

L’idea dei pupi antimafia nacque più di venti anni fa. Precisamente nel periodo in cui frequentavo la casa di Peppino Impastato a Cinisi. Era all’inizio degli anni 2000, Peppino era già stato ucciso dalla mafia tanti anni prima.  Io conoscevo da tanti anni Felicia Bartolotta, l’anziana mamma di Peppino, che mi aveva quasi “adottato”. Lei mi raccontava ogni giorno un aspetto diverso del carattere di suo figlio, la sua caparbietà nel combattere la mafia e da quelle commoventi conversazioni nacque l’idea di rappresentare la storia di Peppino Impastato con i pupi. Io già da alcuni anni facevo spettacoli tradizionali (La storia dei Paladini di Francia per intenderci) e decisi di togliere le corazze ai miei pupi per mettere in scena la storia di Peppino e del suo grande coraggio nello sfidare la mafia! Da lì è nato negli anni un ciclo epico nuovo: i pupi antimafia con oltre 20 spettacoli che raccontano le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, di Padre Pino Puglisi, del giudice Livatino, di Pio La Torre, del bambino Giuseppe Di Matteo, del detective italo-americano Joe Petrosino e tante altre”.

Come hai capito che il tuo lavoro potesse essere nello stesso tempo memoriale ed educativo ma anche “scomodo”?

Il mio è il teatro della memoria. Un popolo che non ha memoria non va da nessuna parte, ma è anche il teatro dell’impegno civile erede del glorioso movimento antimafia che in Sicilia ha lasciato sul campo centinaia di morti e lutti. I giovani devono sapere qual è stata la nostra storia recente ed è per questo che i pupi antimafia sono nati per essere mostrati alle nuove generazioni. È per questo che il nostro pubblico principale è costituito dai bambini e dai ragazzi delle scuole siciliane e non solo.  Certo il messaggio può risultare anche scomodo, quando in certe piazze veniamo aggrediti solo per aver condannato la latitanza dorata di Matteo Messina Denaro, come è successo di recente, ma questo l’abbiamo messo nel conto. Non possiamo fermarci, i nostri giovani devono conoscere e sapere chi erano Falcone, Borsellino, Pio La Torre, Peppino Impastato, Rosario Livatino, Lia Pipitone, Lea Garofalo, Padre Pino Puglisi e tutti gli altri eroi uccisi dalle mafie.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Intanto continueremo con gli spettacoli dei pupi antimafia in giro per la Sicilia in estate. Saremo in lungo e largo per l’Isola: Avola (presso il cortile della Biblioteca comunale alle 20.30 del 22 agosto), Ragusa, Messina, Palermo, Caltanissetta, Marsala. Poi gireremo con i nostri spettacoli anche in Calabria assieme alla cantastorie Francesca Prestia con gli spettacoli dedicati a Lea Garofalo e Felicia Impastato. Per ciò che riguarda le nuove produzioni, stiamo per mettere in scena la storia di Danilo Dolci, sociologo ed educatore triestino, che negli anni ’50 scelse di venire in Sicilia per combattere lo sfruttamento delle classi meno abbienti e per lottare per l’emancipazione dei più umili con lo strumento della non violenza. Lo spettacolo verrà messo in scena il 24 agosto nel Carcere minorile Malaspina di Palermo ed è stato realizzato con i ragazzi detenuti grazie ad un laboratorio teatrale sui pupi antimafia che teniamo ogni anno in carcere dal 2018.

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