Il dettato poetico di Francesca Panarello

Francesca Panarello, messinese, laureata in giurisprudenza, è mediatrice familiare e dei conflitti a orientamento umanistico e facilitatrice di mindfulness transpersonale. Autrice di raccolte di poesie e di racconti brevi – ricordiamo alcune raccolte in cui sono presenti: L’arte di perdere, Aurore, Zenith, Imbrunire, tutte per i tipi di Algra Editore –, ha pubblicato nel 2009 le poesie di Nel segreto del cuore (Ed. Il Gabbiano) e con la casa editrice Eretica le raccolte Muraiola (2018) e Non mi piace la parola nemico (2022).

Il dettato poetico di Francesca Panarello si dipana tra metafore, similitudini, innesti in altre lingue – pensiamo al latino delle citazioni bibliche (altri esempi sono il greco di “Tεττιγοφόρασ” e “Ποδαρκής” che danno il titolo alle omonime poesie, lo spagnolo della lirica “Te quiero”, i latinismi “luscinia” per usignolo, “lucore”, l’inglese di “Heaven”).

L’uso dei verbi all’infinito dilata azioni e riflessioni, l’utilizzo delle ripetizioni ribadisce e “martella” i concetti, idem per quanto riguarda le allitterazioni, le assonanze e consonanze e le onomatopee; vocaboli preziosi come “spatifillo” e “guzmania” denotano il gusto per la parola ricercata (pensiamo anche agli arditi “libramento”, e “inazzurrato”, oltre naturalmente alla parola che dà il titolo al libro, “muraiola”, che indica sia il picchio muratore che un’erba perenne delle orticacee e potrebbe essere un emblema verde della poesia, forma di vita apparentemente semplice eppure ramificata. Muraiola però è soprattutto la lucertola, che come la poesia è “veloce bestia triassica”, “sottile come un enigma”).

Il ritmo è incalzante, i versi sono brevi, quasi versicoli, a volte spezzati da enjambement, e spesso assumono un andamento dialogico (come ne “La casa al faro”); di contro, ci sono esempi quasi di poemetto, di racconto in versi, in cui il rigo si distende e diventa narrativo (“Il gioco”).

Vari i temi, dalle riflessioni esistenziali all’amore (quello sogno, quello passione, quello delusione…), dalla natura, spesso percepita come animata, in rapporto analogico con la vita umana.

L’autrice si vela, svela e rivela: particolarmente riuscito questo autoritratto in versi.

Sono poeta

ridicola

dall’anima infantile,

giocosa

d’illusioni perigliose,

impegolata

anch’io

tra filari di favole.

Significative e dense le ultime sezioni, “Appendice culinaria” e “Quasi degli… haiku”: nella prima cibi odori sapori diventano ritratti sensuali e sensuosi di un momento, esperimenti sulla parola “costretta” a far indovinare aromi, gusti e consistenze – i suoni evocano e “cucinano”, poesia e culinaria scoprono le loro affinità.

Nella seconda la brevitas la fa da padrona: piccoli quadri, flash di sensazioni, immagini, riflessioni fulminanti in tre, quattro versi, à la manière degli haiku giapponesi.

L’altra raccolta poetica, “Non mi piace la parola nemico”, già dalla lirica di apertura mostra una maggiore distensione: versi più lunghi, una dimensione più narrativa e memoriale.

Torna il gusto per la multisensorialità e per le parole preziose (“trencadís” su tutte), l’uso dell’anafora si fa più insistito, la sintassi più complessa (anche se molti componimenti mantengono la misura breve).

Interessante è anche l’uso dei trattini per la divisione in sillabe, degli emoji e del trattino basso – il riconoscimento poetico del linguaggio dei social o forse un esperimento anche questo, per far dialogare parole e simboli.

“pensare

capire

dire parole, è mortale

in terre di nessuno”

E ancora:

La poesia non è una scelta

è un’azione

corrode e scortica

cura e ripara

è l’abbandono del peso

la frammentazione dell’angoscia

è l’azzardo di un sentimento

dissidente

dall’estetica posticcia dei surrogati

è uscire allo scoperto

rivelarsi […].

 

La Civetta di Minerva ha incontrato Francesca Panarello per voi.

Chi sono i tuoi punti di riferimento nella scrittura poetica?

“Tra gli autori che amo ci sono certamente le poetesse come la Plath e la Sexton, l’ermetismo sicuramente, con Ungaretti, Saba e Montale… prediligo il loro tratto, l’artificio legato alle loro forme poetiche. E poi Giudici, Amelia Rosselli, Milo De Angelis…”.

Per quanto riguarda i contemporanei?

Patrizia Cavalli, la Lamarque, la Candiani, cui mi accomunano alcuni percorsi come la mindfulness.

La tua cifra poetica è abbastanza variegata. Cosa puoi dirci in proposito?

“Gioco con più registri… e anche con i temi: cibo, natura, oltre gli spunti lirici interiori naturalmente”.

Ti occupi di mediazione familiare, di giustizia penale… il tuo lavoro influenza la tua poesia?

“La mediazione mi interessa moltissimo. In particolare la mediazione penale e il concetto di giustizia riparativa”. Che hanno forse qualcosa a che fare con la parola, etimologicamente ponte (dal latino parabola ‘similitudine’, parabolé in greco, dal verbo parabàllo ‘confronto, metto a lato’) tra concetti e persone, idee e sentimenti.

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