GENOA, ITALY - APRIL 11: Cagliari Calcio head coach Zdenek Zeman looks on prior to the Serie A match between Genoa CFC and Cagliari Calcio at Stadio Luigi Ferraris on April 11, 2015 in Genoa, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

La nazionale di calcio a Zdeněk Zeman? Sarebbe un’occasione soprattutto per noi

Il giornalista Maurizio Pistocchi ha lanciato una provocazione: diamo la nazionale a Zdeněk Zeman.

Ma siamo sicuri che sia una provocazione o non piuttosto il giusto riconoscimento per una persona preparata e corretta? Ormai il problema dovrebbe essere risolto con l’arrivo di Luciano Spalletti, ottimo allenatore, ma non tocchiamo il tasto della penale che bisognerà pagare al presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis.
Perché si è dunque scartato Zeman tra i vari sorrisetti di compatimento? Vige ancora il pregiudizio del non vincente (non ha mai vinto nulla ed è solo un teorico). Qualche illustre commentatore come il giornalista Italo Cucci, quando arrivò alla Roma, lo definì uno sciamano; qualche altro come l’allenatore, ex giocatore, Ciro Ferrara, passando davanti alla sua panchina, gli sputò ai piedi davanti alle telecamere.
Perché questo livore? Semplice: ebbe il coraggio di denunciare le dannose alchimie di misture e medicinali di certi spogliatoi. E il cosiddetto establishment non glielo perdonò.

Ma chi è Zeman? Una persona che ha innovato in Italia il modo di fare calcio, introducendo la cosiddetta “zona”, dopo le prime diffidenze copiata da Sacchi e compagni. Non posso mai dimenticare la lezione di calcio che ci diede quando, illustre sconosciuto di Praga, con il suo Licata, tutto di giovani palermitani, venne e vinse 3 e a 0 a Siracusa.
Ed ancora il Foggia dei miracoli di Signori, Rambaudi, Baiano che stupì tutti in serie A? Lo si accusa di essere un perdente, ma sul piano morale e comportamentale è stato e sarà sempre un vincente.
Ricordo che quando Sinisa Mihajlovic, minato dal tumore, si presentò a sorpresa alla presentazione dell’autobiografia di Zdenek Zeman “La bellezza non ha prezzo”, lo abbracciò e baciò davanti a tutti, attestato silenzioso ma eloquente di stima e gratitudine per le sue battaglie contro il doping (e la vicenda Vialli* significherà pur qualcosa).
Non dimentichiamo che per questo l’ineffabile Moggi, dominus del mercato, decretò il suo ostracismo costringendolo ad emigrare in Turchia. Tanto di cappello e chapeau ad un grande professionista e ad un uomo di alto profilo morale. Concludo: un’occasione persa per lui o per noi?
(*Viali è morto per un tumore al pancreas e molti lo hanno collegato alle famose cure di estrogeni praticategli da un chiacchierato preparatore olandese della Juve e denunziate da Zeman che avanzò sospetti sui muscoli eccessivi di Vialli e Del Piero. Da qui gli strali di Moggi & C.)

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