C’è un passaggio nell’ultimo breve e, come sempre efficace, intervento dell’archeologo Fabio Caruso che vale la pena di riprendere per cercare di offrire una più corretta chiave di lettura a quanto accaduto al primo concerto dei Negramaro con l’invito a ballare sul palco, cioè sull’“orchestra” (questo il termine corretto con cui si indica lo spazio tra la “scena” e la cavea su cui siedono gli spettatori) trasformata nell’occasione in pista di discoteca “ma solo per un lento” (sic!). Un’informazione che forse non tutti hanno, che forse manca anche all’assessore alla cultura Fabio Granata per il quale si sarebbe trattato di “un piccolo episodio poi ingigantito” ma comunque “un errore per il quale l’organizzatore è stato richiamato”, o a chi ha chiesto, irridendo, quale nefasta conseguenza avrebbe mai potuto avere sulle solide rocce del teatro l’improvviso spostamento (incontrollato) di alcune decine di spettatori, tra l’altro considerando ininfluenti nella valutazione dell’episodio il mancato rispetto di quelle norme di sicurezza che diventano focali solo a disastro avvenuto (è vero, sono state alcune decine a salire sul palco ma se all’invito di Sangiorgi avessero risposto in 500 invece che in 50? o in 5000? Come si fa a prevederlo? E se invece di un lento gli avventori avessero ballato e saltellato un rock?)
Fabio Caruso, nel ricordare il concetto di inviolabilità del teatro – “un luogo nel quale nessuno può mettere piede, ma deve mantenersi rigorosamente ai margini e sperimentare così il brivido del sacro” – accenna alle particolari caratteristiche dell’ “intangibile” orchestra “che conserva parte delle tarsie marmoree dell’antica pavimentazione, cava al di sotto e quindi fragilissima”.
È questo il punto: l’orchestra non è come la cavea (assolutamente anch’essa da proteggere per quello che ancora ne resta perché unica nel suo genere, non paragonabile né al teatro di Taormina, né all’arena di Verona, come lo stesso Caruso ha efficacemente spiegato innumerevoli volte, l’ultima solo con quattro immagini a confronto). Al di sotto del piano ‘elastico’ in coccio pesto e opus caementicium, ci sono dei cunicoli fragili dal punto di vista strutturale, puntellati, e un antico passaggio sotterraneo, con le cosiddette ‘scale carontee’, ancora oggi usato nel corso delle rappresentazioni classiche per realizzare effetti scenici e l’improvvisa comparsa degli attori sulla scena.
Ed è tale ‘vulnerabilità’ a far sì che, in vista degli allestimenti degli spettacoli, la maggior parte delle prescrizioni dettate dalla Soprintendenza – la cui autorizzazione al calendario degli spettacoli non viene neanche preventivamente acquisita dalla Commissione Anfiteatro Sicilia (da sopprimere!) sebbene sia essa, l’unità archeologica, ad avere esclusiva tutela del bene – fa riferimento proprio a preservare quest’area da vibrazioni e sollecitazioni statiche e dinamiche.
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E questo dovrebbe ovviamente valere anche nel corso delle rappresentazioni classiche che si immagina tengano conto delle prescrizioni… almeno così dovrebbe essere, sebbene non manchino i dubbi, infatti nel tempo si è consentito all’Inda di introdurre sulla scena automobili, camion militari, carri armati (magari non reali) e a plotoni di soldati di marciare sull’orchestra con scarponi da marines …
Ma per avere sulla problematica in questione un parere specialistico – e non ‘emotivo’ ‘di parte’ ‘politico’ ‘di sterile propaganda’ ‘pretestuoso’ ecc. (come spesso si ama bollare le sollecitazioni “finché si è ancora in tempo” al rispetto del monumento, Bene dell’Umanità e non degli amministratori di turno) – abbiamo voluto interpellare la dottoressa Beatrice Basile, archeologa già Soprintendente di Siracusa, che si è posta decisamente nel solco di quanto evidenziato già nel 2008 – in tempi non sospetti quindi – da Giuseppe Voza: “Il teatro, a causa delle radicali spoliazioni e dei gravissimi danni subiti dal logorio del tempo e dall’azione distruttiva dell’uomo, è oggi solo la gigantesca impronta nella roccia di una prodigiosa creazione architettonica… Se si aggiungono la particolare, delicatissima natura della roccia in cui è ricavato il monumento di cui è stata rilevata l’“estrema vulnerabilità” è assolutamente doveroso attendere a costanti opere manutentive, evitare eccessivi traumi meccanici, anche da calpestio …”.
– “L’intervento, come sempre stimolante di Fabio Caruso, tocca un punto chiave laddove rileva la paradossale “doppia verità” sull’uso del teatro – chiarisce la Basile – : da un lato l’inviolabilità delle superfici imposta ai comuni turisti, cui è precluso l’accesso a cavea ed orchestra, restando percorribile il solo corridoio centrale; dall’altro l’autorizzazione all’uso indiscriminato delle stesse superfici nel periodo estivo tra montaggio, spettacoli e smontaggio per circa cinque mesi. È lo schizofrenico risultato di un conflitto di competenze sul monumento: per la gestione ‘normale’ valgono le prescrizioni della Soprintendenza (ovviamente basate su ragioni tecniche); nel periodo degli spettacoli la competenza sugli stessi (scelta, tempi ecc) si attesta alla famigerata Commissione Anfiteatro dove di tecnici non c’è neppure una lontanissima ombra, e rispetto alla quale l’inerme Soprintendenza ha solo il potere di emanare “prescrizioni d’uso” per lo più largamente e impunemente disattese dagli organizzatori degli spettacoli; in pratica un atto formale.
Salta così agli occhi il contrasto (la doppia verità) fra quel che viene imposto ai turisti e quello che viene consentito all’Inda. È ovvio che non ci sia assolutamente paragone fra la dimensione e la qualità di usura indotta sul teatro dalla frequentazione ‘regolamentata’ di gruppi di turisti, per quanto numerosi, durante i pochi mesi all’anno in cui le superfici restano scoperte (piuttosto che “prive di protezione”, perché è tutto da dimostrare che le cosiddette protezioni non siano di per sé, come giustamente rilevano gli specialisti, un aggravio di danno) e i veri e propri danni prodotti da montaggi, smontaggi, urti, sfregamento di migliaia di piedi, anche senza tener conto dei rimbalzi dell’ultimo spettacolo. In effetti, quelle misure di “inviolabilità a tempo” furono adottate, diversi anni fa, non solo per limitare i danni ma per far capire a tutti (mission completamente fallita) che il teatro è un monumento a rischio; e difatti erano accompagnate da prescrizioni d’uso più stringenti e puntuali anche per gli spettacoli dell’Inda. Perché – e su questo ha ragione chi lo evidenzia – è verissimo che il primo fattore di degrado antropico (poi c’è anche quello naturale, e questa è un’altra faccenda) è proprio l’uso del teatro che ne fa l’Inda: lungo nel tempo, pervasivo nella dimensione, sempre più impattante per la complessità degli allestimenti. In un mondo ideale, dovremmo dire, per onestà “Sentite, abbiamo sbagliato, riportiamo gli spettacoli al modo in cui si svolgevano all’inizio, con le condizioni imposte, allora, da Paolo Orsi: una ventina di rappresentazioni ogni quattro anni, una scena priva di allestimenti, con pochissimi elementi a suggerire l’ambiente, tutta affidata alla sola interpretazione”.
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Ma siamo in una città che ha costruito sul teatro greco uno dei suoi miti identitari e, fatto molto più concreto e cogente, uno dei cardini della sua economia: quindi, tornare al passato per quanto riguarda durata e frequenza degli spettacoli è oggi improponibile. E allora? L’unica strada percorribile è, a mio parere, tentare un difficile, ma non impossibile bilanciamento di interessi (e sorvolo, visto il contesto generale, sul fatto che l’interesse alla salvaguardia più completa del monumento dovrebbe essere l’unico criterio da tener presente); vale a dire che possiamo cercare di tenerci le rappresentazioni classiche e di rallentare per quanto possibile il deterioramento del monumento.
Quindi: NO a rappresentazioni extra Inda; NO ad ulteriori allungamenti del periodo d’uso oltre i due mesi previsti dall’ Inda; NO a scenografie troppo complesse e impattanti su quelle superfici archeologiche così ben descritte da Caruso; inviolabilità del teatro durante i mesi in cui è libero; operazioni programmate e sistematiche di restauro, risarcimento e consolidamento nei suddetti mesi; sì allo studio di forme di copertura meno dannose nelle fasi di montaggio e smontaggio. Ma poiché questo, che è il minimo sindacale per il rispetto del monumento, presuppone un saltino di qualità sotto il profilo culturale, rinunciando a vedere il teatro come una vacca da mungere e a trattarlo per quello che è, prezioso e fragile, ovviamente… non si farà” – .
E a questo punto non resta che riproporre la nostra intervista del gennaio scorso al professor Lorenzo Lazzarini, tra i massimi esperti al mondo nei campi “della Petrografia Applicata (specie dei materiali da costruzione), dell’Archeometria (marmi e ceramiche usati in antico), della Geoarcheologia e delle problematiche scientifiche connesse alla conservazione e restauro dei dipinti (murali e di cavalletto) e delle pietre sui materiali lapidei”, competenze troppo spesso dimenticate da chi (forse) è esperto in altro.

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