Andrea Purgatori, tra giornalismo e cinema la passione di raccontare storie attraversando linguaggi diversi

Andrea Purgatori é stato un grande giornalista d’inchiesta, un cronista esperto e rigoroso, autore e conduttore di programmi televisivi, saggista e sceneggiatore per il cinema. Una mente brillante ed anche una bella persona dotata d’ironia, nel ricordo di chi lo ha conosciuto. La sua improvvisa scomparsa rattrista anche noi e lo vogliamo salutare riproponendo l’intervista fattagli in occasione dell’edizione dello scorso anno di Ortigia Film Festival di Siracusa, alla quale Purgatori partecipò come presidente della giuria esaminatrice dei film in concorso.

Andrea Purgatori, a Ortigia Film Festival ormai sei un habitué. Una manifestazione di cinema arrivata alla quattordicesima edizione è già un successo. Tanto più in una realtà locale e direi nazionale dove le difficoltà per la cultura e  lo spettacolo, fra le altre,  non mancano. Pertanto non si possono non fare i complimenti a chi mette impegno e cuore per realizzarlo. A te l’impostazione di questo appuntamento annuale di cinema  piace e convince così com’è o, spassionatamente, suggeriresti qualche modifica?   

Direi che la formula funziona, tra l’altro in controtendenza dato che il film italiano non lo guarda quasi nessuno, e qui la programmazione dei lungometraggi nell’Arena grande, in piazza Minerva, è solo di cinema italiano, dove la gente scopre che ci sono dei bei film da vedere. E questo secondo me è molto interessante. Soprattutto adesso che c’è una crisi tremenda delle sale cinematografiche, vedere due piazze in contemporanea che si riempiono, una con uno schermo che mostra film italiani, e un’altra con una programmazione di documentari e corti, secondo me deve far riflettere. E’ vero sono arene, è estate, la gente è più disponibile, però evidentemente c’è qualcosa che sfugge agli esercenti che forse dovrebbero chiedersi perché la gente non va in sala. Possiamo trovare tutte le scuse che vogliamo, i televisori a 70 pollici e tutto quello che ci pare. Ma non credo che questa sia una giustificazione. Io credo che noi siamo rimasti molto indietro rispetto ai circuiti delle sale di altri paesi europei, per non dire di quelli americani. E questo ha penalizzato moltissimo, fortemente tutto il cinema italiano, non solo quello che si vede in sala.

Ho letto nella tua biografia online che sei diventato giornalista professionista nel 1974 a soli 21 anni e a 23 eri già inviato del Corriere della Sera. Sempre da giovane hai poi cominciato a scrivere soggetti e sceneggiature per il cinema. Due forme di scrittura differenti – quella giornalistica e l’altra di tipo creativo – che pratichi a livello professionale da decenni. C’è stata qualche circostanza particolare a stimolare il tuo approccio al mestiere di sceneggiatore?

Rispetto al cinema in realtà ho cominciato facendo film in Super 8 nei primi anni Settanta, quando li realizzavano Nanni Moretti e molti altri. Nel Super 8 – quello con le giunture e i nastri delle pellicole attaccate con lo scotch che si rompevano sempre – si faceva di tutto: l’attore, il regista e poi si montava il girato. In quegli anni sono stato anche assistente alla regia nell’ultimo lungometraggio di Giuseppe De Santis (Un apprezzato professionista di sicuro avvenire (1972) n.d.r.). Quando poi ho iniziato a fare il giornalista a tempo pieno ho smesso di stare sul set.

Dunque sei entrato prima nel mondo del cinema e dopo nel giornalismo!?

Vengo da una famiglia di cinema. Mio cugino Giorgio Salvioni è stato sceneggiatore, fu anche candidato all’Oscar per il film Casanova’70. Mio padre per moltissimi anni ha avuto una società che comprava e vendeva film all’estero, e io sono cresciuto nella sua sala di proiezione. Diciamo che il cinema l’ho respirato sin da piccolo. Pensa che all’esame per giornalista professionista scrissi un articolo sul film L’esorcista che era uscito lo stesso anno.

Mi aveva incuriosito che nella tua filmografia la prima sceneggiatura accreditata è di un film horror italiano del 1986, Spettri, del regista Marcello Avallone. Ma ora mi rendo conto che la tua familiarità col genere è di vecchia data.

Sì è vero, ho cominciato l’attività di sceneggiatore scrivendo horror come Spettri e Maya. La mia gavetta è stata quella. Qualche anno dopo ne ultimai una per un film di genere di Lucio Fulci, che purtroppo non fece in tempo a girare perché morì.

L’elenco delle sceneggiature che hai scritto per il cinema e la tv è lungo. Non solo storie drammatiche, ma certo tra i film più noti ai quali hai collaborato ce ne sono diversi tratti da fatti reali, in qualche caso di denuncia civile come Il giudice ragazzino che racconta del magistrato siciliano Rosario Livatino ucciso dalla mafia, Fortapàsc dedicato al giovane giornalista napoletano Giancarlo Siani vittima della camorra, e naturalmente Il muro di gomma, film di Marco Risi del 1991 ispirato alla strage di Ustica e alla tua vicenda personale, di cronista, ad essa legata.

A proposito di Ustica, sono trascorsi 42 anni da quella sera del 27 giugno del 1980, nella quale il Dc-9 Itavia partito da Bologna e diretto a Palermo esplose nel cielo di Ustica, i pezzi caddero nel mar Tirreno e morirono tutte le 81 persone, tra viaggiatori e componenti dell’equipaggio, che si trovavano a bordo. Sono altresì passati quasi 40 anni, era il 1984, quando sul Corriere della Sera con un’inchiesta a puntate fosti il primo a smentire la versione ufficiale dell’aeronautica militare. Col tuo scoop sui risultati delle perizie effettuate sui resti del Dc-9, rivelasti che i periti avevano trovato tracce evidenti di un esplosivo utilizzato nella fabbricazione di testate per missili aria/aria o di mine. Il che rendeva più concreta l’ipotesi che c’era stata una battaglia aerea in cui si era trovato in mezzo il Dc-9 e un missile aveva potuto colpirlo per sbaglio. Altri tasselli importanti si sono aggiunti in seguito a questa tesi, ma – così come per altre, troppe stragi avvenute in Italia fra gli anni Sessanta e Novanta – la verità giudiziaria definitiva non è ancora arrivata. Perché secondo te?

Noi dobbiamo immaginare Ustica come una strage diversa da tutte le altre che ci sono state. Nel senso che è davvero un giallo internazionale dove ci sono sicuramente quattro paesi coinvolti: la Libia, la Francia, gli Stati Uniti e l’Italia.  E ciò è tanto più chiaro se si contestualizza quello che è successo al 1980, quando Gheddafi era il nemico numero uno dell’Occidente – come poi lo sarebbero stati Saddam Hussein, Osama Bin Laden, ecc. – e il Mediterraneo era il luogo più critico per la tensione dei due blocchi Est-Ovest. In quella situazione si è consumata quella strage in cui c’è andato di mezzo un aereo civile, che non volava nel Golfo Persico ma nel Tirreno.

Riguardo alla verità giudiziaria, come dico e ripeto da molti anni: affermare ogni tanto che “se ne sta occupando la magistratura” evidentemente è un alibi. Perché si sa benissimo che il magistrato può arrivare fino a un certo punto e non può andare a bussare alla Casa Bianca, all’Eliseo. Ci vuole dietro uno Stato che lo supporti da questo punto di vista. Ma se lo Stato fa parte dei quattro Paesi prima ricordati, che hanno direttamente o indirettamente una responsabilità in ciò che è successo, ebbene in un contesto internazionale così complicato difficilmente si daranno a quei magistrati, quindi alla giustizia, gli elementi per dire fino in fondo quello che è accaduto.

Detto ciò, noi la fotografia di quello che è accaduto quella notte comunque ce l’abbiamo. Ci manca l’ultimo miglio. Ci mancano forse gli ultimi minuti per capire con certezza definitiva Chi Come Dove.

Ricordiamo che nel 2011 il Tribunale civile di Palermo, con una sentenza poi confermata in Cassazione, ha condannato i ministeri italiani della Difesa e dei Trasporti al pagamento complessivo di oltre 100 milioni di euro in favore dei familiari delle vittime della strage. Nelle motivazioni i giudici hanno accreditato con forza la ricostruzione che “l’’aereo civile sarebbe stato abbattuto durante una vera e propria azione di guerra svoltasi nei cieli italiani”, “che l’incidente si sia verificato a causa di un intercettamento, realizzato da parte di due caccia, di un velivolo precedentemente nascostosi nella scia del Dc-9 al fine di non essere rilevato dai radar”, ed altro. E già c’erano state le affermazioni dell’ex presidente della Repubblica Cossiga che in due occasioni disse di aver saputo (da anni) che il Dc-9 era stato colpito da un missile lanciato per sbaglio da un aereo francese che voleva abbatterne uno libico che trasportava il leader Gheddafi. Ed in anni più recenti, nel dicembre 2017, sul Corriere della sera e nella tua trasmissione su La7, la testimonianza di un americano, all’epoca dei fatti marinaio della portaerei Saratoga, che ha dichiarato di aver visto, la notte della strage di Ustica, due caccia Phantom rientrare “scarichi” sulla nave militare ancorata vicino al Golfo di Napoli, dopo essere andati in missione ad abbattere due Mig libici. Insomma, nonostante depistaggi, verità nascoste e muri di gomma, la strage non ha quasi più misteri. Ma la sintesi definitiva ancora non è stata fatta sul piano penale.

Sì, assolutamente. La sintesi però io l’aspetto dalla Procura della Repubblica di Roma dove l’inchiesta è ancora aperta e dove, probabilmente, quest’anno la chiuderanno. Hanno fatto un grosso lavoro, anche di ricostruzione minuto per minuto del volo del DC-9. Da cui si vede molto nitidamente che almeno un altro aereo, se non due si nascondevano nel segnale radio dell’aereo di linea colpito.

foto Off

Della storia infinita di Ustica ti sei occupato più volte anche nella trasmissione Atlantide che curi e conduci sulla rete de La7. Dove negli ultimi mesi hai dedicato varie puntate alla guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. Nel corso della tua carriera sei stato per molto tempo inviato  di guerra in Libia, Iran, Iraq e su altri fronti e scenari bellici. Riguardo al conflitto in Ucraina, in particolare nei primi mesi ci sono state molte fake news e polemiche dure sulla gestione dell’informazione. Con accuse, per lo più ingenerose, nei confronti di molti dei giornalisti inviati sui fronti della guerra in corso, che secondo i loro critici avrebbero dato per buone solo le notizie provenienti da fonti ucraine; di contro, la pubblicazione di elenchi indiscriminati con i nomi di presunti filo-putiniani, compresi alcuni giornalisti che avevano espresso delle perplessità anche legittime. Vuoi ricordare la tua posizione?

Fin dall’inizio ho detto: se vogliamo raccontare una guerra non dobbiamo fare il tifo, dobbiamo essere lucidi e raccontare tutto. Naturalmente a qualcuno non piace raccontare tutto. Per esempio che dopo quattro giorni dall’invasione ucraini e russi si erano seduti al tavolo, ma qualcuno ha deciso che non dovevano chiuderla in quel momento e dovevano andare avanti. Il Financial Times pubblicò la bozza d’accordo in 14 punti. Poi si sono messi di mezzo gli Stati Uniti, che notoriamente fanno sempre fatica a comprendere quello che succede. Nel momento in cui s’incasina tutto è difficile riuscire a capire dove vanno a finire queste cose.

Un altro piccolo elemento che va considerato: fino a un certo punto gli ucraini hanno ricevuto informazioni puntuali, addirittura sulla posizione dei carri armati sul loro territorio, per non dire delle navi della flotta russa. Poi ad un certo punto non hanno ricevuto più queste informazioni e i russi sono andati avanti. Qualcuno se la fa questa domanda? Non è che la stessa entità che ha impedito che si chiudesse subito la guerra, adesso ha pensato che forse è il caso di chiuderla e quindi sta mettendo Zelensky e gli ucraini nella condizione di accettare una trattativa? Trattiva che sarà peggiorativa rispetto a quella di quattro mesi fa.

Speriamo di no. Concludiamo questa conversazione ritornando al tuo rapporto col cinema. Sei comparso alcune volte in qualche cammèo, più o meno breve. Ci sono altre apparizioni in vista?

Sì, ogni tanto mi diverto a fare l’attore. Adesso ne escono quattro di cose che ho fatto. Alcune puntate su Netflix sulla vicenda ancora non risolta della sparizione di Emanuela Orlandi, in cui  non sono un attore ma il giornalista che racconta la storia. Invece nella nuova serie di Boris interpreto lo stesso personaggio dell’avvocato Kalemzuck apparso già in un episodio della serie precedente. Poi compaio in una serie tv sulla mafia diretta dai registi Fontana e Stasi, e in un altro film.

 Ricordo lo spassoso Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti in cui eri il camerata Fecchia, uno dei protagonisti. Film tratto dagli sketch realizzati qualche anno prima all’interno de Il caso Scafroglia, un programma satirico di Rai 3 che purtroppo durò poche puntate, di cui eri uno degli autori con Guzzanti e altri. Insomma, ti trovi a tuo agio pure col registro satirico mescolato al comico!?

Con Corrado abbiamo collaborato molti anni. La satira mi piace e aggiungo che a me i linguaggi interessano tutti. Ad esempio qualche anno fa ho scritto sei monologhi per Teatro civico di Marco Paolini. Penso sia importante attraversare tutti questi linguaggi per trovare una strada. Per esempio quella della trasmissione Atlantide dove propongo il racconto di fatti legati all’attualità ma anche vicende passate. In ogni puntata tutte le storie sono costruite un po’ come delle sceneggiature cinematografiche. Come dire: ti racconto un tema cercando d’interessarti come se stessi guardando un film.

 

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