Lo stato non deve svolgere alcuna attività imprenditoriale? Non la pensava così Enrico Mattei, che pagò con la vita il suo impegno, teso a rendere possibile lo sviluppo dell’Italia del dopoguerra attraverso l’approvvigionamento di risorse energetiche sottratto al predominio delle sette sorelle. Oggi le cose stanno diversamente e persino Mario Draghi (detto Supermario) non è riuscito a spillare che una minima parte degli extraprofitti realizzati recentemente (in fase di pandemia e di misure varate per il contenimento delle bollette) dalle imprese che operano nel settore energetico. Lo stato non riesce a far valere minimamente gli interessi pubblici di fronte ai potenti del settore energetico, nel quale ormai la fanno da padroni assoluti gli interessi privati (di carriera, di potere e di arricchimento personale di manager di aziende in qualche modo pubbliche ma, di fatto sottratte ad un vero controllo pubblico). Qualcosa non va e bisognerebbe correre a rimediare. Ma c’è qualche forza politica che abbia questo tra i propri obiettivi?
Le concessioni dei lidi producono un reddito enorme, ma lo stato incassa canoni irrisori. L’Europa ci chiede di mettere all’asta frequentemente tali concessioni ma i gestori privati protestano e tentano di prolungare sine die l’affidamento in essere e di poterlo trasmettere agli eredi. Considerano quasi un possesso acquisito lo spazio litoraneo ricevuto in affidamento e cercano di ostacolare o scoraggiare l’accesso libero al mare da parte dei cittadini. E la politica (di destra e di sinistra) si inchina al potere dei tanti signorotti dei lidi.
Sino a qualche anno fa molti pensavano che lo stato non dovesse occuparsi della gestione delle autostrade e che fosse preferibile l’affidamento a privati rispetto al modello ANAS (S.p.A. posseduta totalmente da Ferrovie dello Stato). Poi con il crollo del ponte Morandi di Genova e con quello che è saltato fuori, anche per ammissione del tecnico della società di gestione privata, forse tutti si saranno ricreduti: è troppo rischioso lasciare la gestione di strade ed autostrade a privati, che hanno di mira il lucro e i dividendi. Possono anche mettere a repentaglio l’incolumità dei viaggiatori pur di massimizzare i profitti. Come è accaduto a Genova.
I cittadini stravincono un referendum che, al di là del quesito specifico, esprime un segnale inequivocabile di opzione per la gestione pubblica del servizio idrico, ma il potere politico (e qualche frangia corrotta della magistratura) continuano a brigare a sostegno dei gestori privati. E politici ed amministratori pubblici, talvolta anche proditoriamente, insistono per la privatizzazione di quei servizi ancora rimasti alla gestione pubblica dopo la strenua lotta contro ditte private come la famigerata SAI8. Sta accadendo qui, in provincia di Siracusa. Dove qualche sindaco, che nel quarto punto del suo programma si era fregiato dell’impegno proclamato a favore dell’acqua pubblica, non vide l’ora di affidare a nuovi privati (SIAM) la gestione del servizio siracusano, dopo che a SAI8 fu revocata (dal coraggioso ed onesto commissario Buceti del DIA) la concessione e dopo che l’azienda fece ricorso, con una sorta di exit strategy, al fallimento. Ora da parte della ATI si vuole affidare il servizio (per tutta la provincia) ad Aretusacque. Solo l’Amministrazione comunale e il Consiglio di Lentini, all’unanimità, si oppongono; ma vengono messi fuori gioco con il ricorso al commissariamento. Si leggano, al riguardo, gli articoli di Marina De Michele: Servizio Idrico Integrato. Di nuovo la società mista… dopo l’esperienza della Sai8. // Acqua pubblica: il commissario Lutri delibera l’adesione del Comune di Lentini alla azienda Aretusacque S.p.A.
Il governo regionale Schifani intende procedere senza esitazione a favore della nuova privatizzazione. Eppure la possibilità di una gestione pubblica c’è. Come c’è a Napoli con ABC (Acqua Bene Comune) o come c’è ad Agrigento con AICA (Azienda Idrica Comuni Agrigentini) o come ci sarebbe dappertutto attraverso la formula dell’Azienda Speciale Consortile o della società per azioni a capitale interamente pubblico. Ma qui, nel siracusano, si vuole tornare ad affidare l’acqua ai privati, sia pure con una società in cui il privato entri solo con il 49 % delle azioni. Ma si sa bene che, anche con quella quota minoritaria ma equipollente, sarà poi il socio privato a risultare determinante nelle scelte che saranno comunque orientate al lucro ed ai dividendi. Invece in una società pubblica i guadagni sarebbero tutti investibili in manutenzione e in altri obiettivi pubblici. Perché questa scelta? E… chi c’è tra i possessori di quella quota quasi paritaria (49%) di azioni? La Civetta lo scoprirà e lo rivelerà ai lettori. I sindaci e i consigli comunali hanno solo una alternativa: perdere la faccia di fronte ai cittadini elettori o impegnarsi insieme per ribaltare questa triste situazione e tornare alla gestione pubblica, tanto strenuamente difesa, alcuni anni or sono, dai Comuni della zona montana degli Iblei e da altri, tra cui Floridia.
Ma il cancro della privatizzazione, pur curabile attraverso una conquista di consapevolezza e una affermazione di orgoglio civico, è molto più esteso di quanto non sembri e corrode la società e la democrazia da molto tempo. Basti pensare alla complessa questione del colossale debito pubblico, che è dovuto, sì, alla spesa disinvolta di governi diversi, che si sono succeduti ed alternati, ma è dovuto anche, strutturalmente, ad un sistema di monetazione affidato a istituti di emissione privati. Molti non sanno ancora (ma lo si è appreso solo dal 2005) che la Banca d’Italia è posseduta per il 95% da banche private e da istituti di assicurazione privati. Lo stesso vale anche per le altre banche “nazionali” degli altri paesi dell’Unione: sono nazionali solo in minima parte. E insieme queste banche, nazionali solo di nome, formano il SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) e possiedono la BCE. La possiedono! Questa situazione presenta un solo vantaggio: assicura che la quantità di moneta emessa non sia dipendente dalla volontà dei governi. Questo obiettivo (positivo in quanto favorisce la stabilità del valore monetario) potrebbe essere raggiunto con una sorta di autonomia rafforzata di un ipotetico Istituto Centrale di Emissione, interamente pubblico. In tal caso però la moneta emessa non sarebbe trasferita a costo zero o a costo irrisorio alle banche e poi, da queste, prestata ad interesse agli Stati. La moneta di nuova emissione seguirebbe un percorso inverso: sarebbe accreditata agli stati dell’Unione, in proporzione alla loro consistenza demografica. Senza oneri! Le banche invece la otterrebbero solo dai risparmiatori, pagando loro il giusto interesse. Ciò eliminerebbe un pernicioso fattore occulto, che è concausa dell’indebitamento pubblico. Alcuni corollari di questa riforma (esposti in altri articoli della Civetta e in un documento presentato, anni or sono, a varie forze politiche) consentirebbero di ridurre, parzialmente, anche il debito pregresso. Questa tematica è stata sviscerata da Siracusa Resiliente, pensatoio molto vicino alla Civetta, ma non è entrata nella mente dei politici locali e nel dibattito pubblico. Eppure l’operazione culturale compiuta da SRRS ha un senso formidabile. Un tema caro ad ambienti di destra sovranisti e reazionari è stato purgato dai connotati negativi e reso interessante e potabile per quanti (di destra o di sinistra) abbiano a cuore la supremazia degli interessi pubblici rispetto a quelli privati. Anzi, questa predominanza degli interessi pubblici dovrebbe interessare soprattutto ai cittadini con orientamento politico di sinistra. Ma la sinistra non ha raccolto il suggerimento e la destra continua a perseguire politiche dettate da una mentalità predatoria, iperliberista, privatizzatrice delle risorse pubbliche e di ogni possibile fonte di guadagno o di profitto. Non ci si attende certo che sia la destra a trasformare la BCE (posseduta da privati) in ICE (Istituto Centrale di Emissione, istituzione pubblica dell’Unione Europea, autonoma dal potere politico ma non sovrana). Dovrebbe farlo la sinistra, ma non sembra culturalmente attrezzata per comprendere la portata e gli effetti di questa sottrazione della emissione monetaria ad un potere interbancario privato, anche se ammantato di paramenti di diritto pubblico.
In contrapposizione al sovranismo nazionalista di una destra nostalgica del passato, che vorrebbe l’abbandono della moneta unica e il ritorno ad una moneta nazionale qualsiasi (come se già la lira non venisse emessa a debito, esattamente come l’euro di oggi) e in netta opposizione contro l’alienazione storica della sovranità monetaria (delegata oggi ad un istituto di emissione sostanzialmente privato come la BCE), una politica che sia degna di rispetto ed una sinistra degna delle migliori tradizioni di cura degli interessi pubblici e del bene comune avrebbero una prateria riformista sconfinata davanti a sé. Senza invocare affatto un ritorno ad una sovranità nazionale o un’uscita dall’euro o dall’Unione o altre corbellerie simili! Peccato che la sinistra nostrana (con la sola, parziale, eccezione di Paolo Ferrero) rimanga pressoché indifferente rispetto a questi temi e non se ne appropri, dopo che essi (grazie a SRRS) sono stati emendati della loro macchia originaria.
Che dire, inoltre, della privatizzazione delle leggi e della contaminazione della mente di coloro che dovrebbero applicarle nel modo più equo? Una legge recentemente approvata è stata “dedicata” alla memoria di un personaggio politico (certamente non compianto da chi scrive!), che in vita si è avvalso di leggi emanate ad personam e che ha trasgredito le leggi vigenti in materia di fisco, tanto da essere condannato. A quel tale sono stati tributati onori funebri sproporzionati, come il lutto nazionale; mentre si sa che il cavallerizzo non è rimpianto affatto da moltissimi probi cittadini. Ma ormai il mandato politico non è visto come affidamento di una funzione pubblica di servizio, ma piuttosto come conquista del potere, esercitabile persino come imposizione del lutto a tutti. O tempora!
Che dire, infine, di quella perversa mentalità che ha contagiato il modo di vedere e di interpretare le leggi di alcuni magistrati indagati per essersi lasciati influenzare dal sistema Amara? Uno di tali magistrati ha presieduto la sezione del Consiglio di Giustizia Amministrativa di Palermo che ha ribaltato una precedente sentenza dello stesso C.G.A., sentenziando «che, soprattutto per influsso del diritto comunitario, l’oggetto tutelato in via prioritaria dall’ordinamento non è più rappresentato dagli interessi dell’amministrazione, ma, al contrario, da quelli delle imprese che operano nel mercato». Corretta interpretazione di orientamenti comunitari? C’è da dubitarne. Fortissimamente! Tanto più che, dopo che fu revocata la concessione a SAI8, i numerosi ricorsi della ditta privata non ebbero alcun successo. Per fortuna non tutta la magistratura antepone la tutela degli interessi privati a quelli pubblici. Ma qualcuno lo ha fatto. E questo episodio dimostra che è in corso un sovvertimento delle coscienze (per fortuna non generalizzato), che si prostrano agli interessi privati. Anche nell’esercizio della funzione giudicante.
Forse è appena il caso di aggiungere che non solo è calpestato l’interesse pubblico, ma persino la democrazia è posta a repentaglio dalla mentalità di quei politici lobbisti che operano per la rappresentanza di interessi privati nelle sedi parlamentari. Ricordiamo bene i signori del Parlamento Europeo che hanno elargito prebende a destra e a manca e che hanno intascato somme provenienti da un regime extracomunitario. Per quali scopi? Sono i soli ad averlo fatto? Probabilmente no. Ma questo non li scusa e non allevia la gravità di ciò che han fatto. Che la politica sia intesa come rappresentanza di interessi è un fatto che deve preoccuparci non poco. Né serve il ricorso al termine straniero stakeholder per rivestire di un’aurea di nobiltà l’asservimento ad interessi di parte. Gli stakeholder devono trovare legittimamente uno spazio solo in contesti aziendali privati, in quanto componenti di un consiglio di amministrazione e rappresentanti di detentori di asset proprietari (cioè di azionisti) o di altri soggetti aventi cointeressi con una azienda privata. Nel pubblico ci devono essere solo interessi pubblici da tutelare. Se ne ricordino quei politici troppo sensibili o troppo cedevoli alle sirene ed alle serenate di privati, che magari, forse nel migliore dei casi, promettono ed elargiscono solo sostegni elettorali in termini di pacchetti di voti. Null’altro? Diffidiamo, cittadini elettori, di quella fauna politica troppo accondiscendente rispetto agli interessi privati e troppo incline alle privatizzazioni. Ostracizziamola.
Concetto Rossitto

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