di Sara Campisi, filosofa redattrice presso Frammenti
Il saggio La vita e le forme: Sulla crisi della potenza istituente (Apalòs, 2023) di Roberto Fai è un saggio complesso. Complesso come solo sanno esserlo quei lavori che, fedelmente alla radice etimologica del termine, cercano di tessere e di tenere insieme – nell’unicum di una riflessione ampia ed articolata – le discrasie, i nodi e le contraddizioni più essenziali del nostro tempo.
L’indagine del filosofo siracusano sul rapporto inquieto tra vita e forma ci conferma, ancora una volta, che da Platone in poi, in fondo, «la Filosofia interroga il medesimo». Un medesimo riconducibile, in questo contesto, ad una dialettica ancestrale come il mondo, di cui di volta in volta sembrerebbero essere solo i nomi dei soggetti coinvolti a cambiare, contrariamente alle dinamiche originate dalla loro frizione. Uomo-mondo, materia-forma, natura-tecnica, vita-forma, vita-istituzioni, non sono in fondo modi diversi di dire il medesimo? Di rievocare quel primordiale scontro tra cosmo e caos al centro della cosmologica greco-arcaica?
La penna di Roberto Fai ci conduce dunque per un itinerario remoto ed impervio e nell’esaminare un rapporto tra polarità in causa, sceglie di scartare dalla semplice evidenza della frattura per tentare la via della ricongiunzione; di guardare, ovvero, non meramente a ciò che già le separa, ma soprattutto a ciò che ancora le non unisce. Un cammino tortuoso quanto necessario, che si assume l’onere di rispondere ad una delle criticità più acute ed urgenti generate da questa disgiunzione: la crisi della legittimità delle istituzioni democratiche dispiegantesi sì su scala globale, ma più che mai manifesta, nella sua sintomatologia, all’interno dei nostri confini nazionali. Una disgiunzione figlia di quel disagio che al tramonto del secolo scorso già Calvino riconduceva ad una «perdita di forma constat[ata] nella vita»; un disagio riconducibile, per Georg Simmel, che scrive nei primi decenni del ‘900, al «carattere frammentario della cultura e dell’esperienza soggettiva racchiuse nella dialettica vita/forma». Una disgiunzione, dunque, che per il soggetto post-moderno si trasforma prima crisi e poi in destino.
Ma non rassegnarsi alla fatalità, se è davvero questo il destino di ogni soggetto iscritto nelle trame cangianti dell’oggettivazione dell’esistenza, significa ri-trovare e re-inventare un «linguaggio delle cose che ritorni a noi carico di tutto l’umano che abbiamo investito» in esse. Dobbiamo ritrovare – reinventare? – quel bilanciamento tra polarità che può essere raggiunto solo previa interrogazione di vita e forma nella loro costituzione sostanziale; discostandoci dalla deduzione – erronea nella banalità della sua immediatezza intuitiva – secondo cui la vita sarebbe quel fluire carsico e sregolato che solo all’imperativo della forma e alla sua promessa di equilibrio sarebbe concesso redimere. Affinché la forma non comprima la vita schiacciandone la tensione spirituale sotto il peso dei propri margini, è necessario infatti che essa interroghi dapprima la propria configurazione; che comprenda, cioè, come modellare se stessa per costruire un rapporto non di coercizione, ma di aderenza, in un sapiente bilanciamento di rigidità e flessibilità. Solo così le forme, non divenendo «altro dalla vita, ma espressione della vita stessa» potranno trasformarsi in «trame di mediazione in cui [potrà] svolgersi l’esperienza vitale».
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Solo così sarà possibile «aprire la forma al corso del tempo», consentendole di tratteggiare un nuovo nesso tra libertà e margine, consentendole di accogliere quel Novum filiazione di ogni prassi umana. Prassi descritta da Ubaldo Fadini come quella «pratica su base comunque creativa […] che provoca la riformulazione continua dei tessuti istituzionali, o anche la loro radicale trasformazione». Il filosofo Roberto Esposito, riferimento teorico centrale per la riflessione dell’autore, afferma come le istituzioni, negli ultimi decenni, siano state «sottoposte a mutamenti epocali che ne hanno eroso in profondità le pieghe, le sfaccettature, il riconoscimento sociale, sino a de-formarne ogni consistenza, delegittimandone la funzione». Ci troviamo, pertanto, dinanzi ad istituzioni opache, che hanno del tutto perduto il loro ruolo di cerniera tra corpo politico e corpo sociale. Ad accomunare questi ultimi oramai è solo la volontà di delegittimazione reciproca: ciascuno parrebbe voler dimostrare all’altro di potersi reggere da solo, indipendentemente da ogni ipotesi di mutualità.
Dalla profonda crisi della “potenza istituente”, la necessità di recuperare quel «vitam instituere» marciano che rievoca l’antico – perduto? – legame tra carattere vitale delle istituzioni e potenza istituente della vita, tra sopravvivenza biologica ed ineluttabilità delle dinamiche di formalizzazione istituente. Un legame che ci interroga – anche e soprattutto in vista delle sfide che la nostra contemporaneità ci chiama ad affrontare qui ed ora – su che comunità intendiamo diventare, che comunità intendiamo rappresentare per le nostre istituzioni. E le istituzioni? Quale ruolo hanno intenzione di rivestire per essa? Sceglieranno di essere «ciò che tiene insieme gli interessi contrapposti, evitando che il conflitto politico degeneri in violenza», in diffidenza, sfiducia, astensionismo, monadismo dei soggetti sociali, o, al contrario, sceglieranno di costituire realtà meramente «incardinate a dispositivi di sovranità e potere» non più a contatto con le esigenze della propria comunità di riferimento?
Una cosa è certa. In questo scenario, come sostiene Roberto Esposito, «il compito della filosofia contemporanea, se ce n’è uno, [è] proprio questo: non opporre, o sostituire, il paradigma istituente a quello biopolitico, ma integrarli in un modo produttivo per entrambi». Chissà che non sia questa, in fondo, la via da percorrere per raggiungere un modello di istituzione concretamente in grado di preservare l’anima da tutto ciò che rischia di schiacciarla sotto il peso «dell’ingiustizia, della menzogna, della bruttezza» (Simone Weil). Ma è proprio qui, come chiosa Roberto Fai, che la Filosofia «come sempre si arresta sulla soglia degli eventi a venire».

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