Il “tramonto” del superlatitante, Matteo Messina Denaro arrestato dopo 30 anni di coperture e complicità a più livelli

15 gennaio 1993: arresto di Totò Riina: 30 anni.

1993: le stragi a Firenze, Milano e Roma in risposta all’inasprimento delle azioni dello Stato contro Cosa Nostra: 30 anni.

30 anni di impegno e di mobilitazione delle Forze dell’Ordine nel seguire, con professionalità ed impegno eccezionale, e catturare lo stragista Matteo Messina Denaro, segnano il tramonto del superlatitante. “Tramonto” è il nome dato all’operazione da parte dei Carabinieri, come il titolo della poesia della piccola Nadia Nencioni di appena 9 anni, scritta il giorno precedente il suo assassinio, coinvolta, insieme alla sua famiglia, il 27 maggio 1993 nella strage dei via Georgofili a Firenze.

30 anni di omertà, di silenzi, di connivenze da più parti che ancora oggi sono evidenti, come dimostrano i riscontri  emersi nella prosecuzione delle indagini successive all’arresto di Denaro. La forza di Cosa Nostra deriva dalla sua fitta rete di relazioni con il mondo economico ma anche dal consenso che ha alimentato la latitanza trentennale del superboss, basti pensare che viveva nella sua città.

Occorre interrogarsi su quell’insieme di ombre che rimangono dopo le stragi di mafia. Un impegno di verità, un debito verso le tante vittime delle mafie.

150 anni di fatica, di percorsi coerenti della società responsabile. Dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella la Regione Sicilia vara la Legge Regionale n. 81 del 5 giugno 1980, che prevede l’erogazione di esigui contributi per interventi svolti dalle scuole e dalle università siciliane per sensibilizzare gli studenti contro la mafia. Solo nel 1982, dopo l’omicidio del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto dalla Chiesa, sarebbe stato introdotto nel codice penale l’articolo 416-bis, che introdusse l’associazione a delinquere di stampo mafioso e la legge sulla confisca dei beni, legge che porta la firma di Pio La Torre, assassinato il 30 aprile del 1982, cinque mesi prima dell’omicidio del generale Dalla Chiesa. Già da più di vent’anni questi nomi sono entrati a pieno regime nelle aule scolastiche, grazie all’impegno infaticabile degli operatori del mondo dell’educazione. Gli studenti si interrogano, si confrontano, sfilano, manifestano tutta la loro rabbia ed i loro sentimenti di condanna alle mafie. Si narra per un principio di responsabilità educativa. Una narrazione collettiva che la scuola ha innescato. Una narrazione non epica ed eroica che descrive le vittime delle mafie come eroi.  Guai a percepirli come tali, significherebbe abnegare alla partecipazione e all’impegno contro le mafie.

Mentre vengono celebrati i funerali di fratel Biagio Conte, Palermo vive una vittoria. È difficile capire come la città possa esprimere queste contraddizioni così stridenti. Ma dove c’è la mafia c’è anche una forte antimafia, solidarietà e giustizia sociale.

Non c’è dubbio che il 16 gennaio 2023 rappresenti una tappa fondamentale nella lotta alle mafie perché viene assicurato alla giustizia un mafioso di grosso calibro, componente di spicco dell’ala stragista di Cosa Nostra, che ha anche sciolto nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo. Il 16 gennaio di quest’anno verrà ricordata come una giornata di festa per tutti, per i familiari delle vittime delle mafie, per chi si impegna ma, non illudiamoci, le mafie non sono riducibili ai loro capi, non lo sono mai state. Le mafie cambiano pelle, hanno una straordinaria capacità di interpretare i cambiamenti sociali, di mimetizzarsi, di incunearsi nelle falle e nelle pieghe del sistema, adottando la strategia dell’immersione, immettendosi nella “zona grigia”, infiltrandosi nel tessuto socio-economico, creando forti legami con il mondo dei professionisti ed entrando nei gangli dello Stato.

Senza trascurare i metodi tradizionali di controllo del territorio e di guadagno di profitti illeciti, come lo spaccio delle sostanze stupefacenti ed il racket delle estorsioni. Insomma, le mafie esistono, sono vive e vegete. “La lotta alla mafia non si arresta con Matteo Messina Denaro perché l’ultima mafia è sempre la penultima”.

Oggi, occorre una risposta di terza generazione. La risposta di prima generazione si è avuta nel 1982 con il maxiprocesso; quella di seconda generazione si è verificata con l’arresto dei latitanti. Ora c’è bisogno di una strategia di terza generazione che aggredisca sempre più le ricchezze mafiose, controlli ed utilizzi razionalmente le risorse esistenti, non ultime le ingenti somme previste dal PNRR, che, attraverso i processi, assicuri l’emersione delle complicità a tutti i livelli.

La mafia teme la mobilitazione delle coscienze, per questo occorre tenere alta la tensione e scendere in piazza. La società responsabile è e rimane l’unico punto di riferimento irrinunciabile.

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