“Di acqua di mare e conzo”, il racconto appassionato di una vita trascorsa a contatto con il mare

Sarà presentato ad Augusta, presso lo splendido salone comunale, alle 18 del 24 novembre, il libro autobiografico scritto da Mimmo Patania, decano dei pescatori di Augusta, con la collaborazione di Valeria Paci, docente e appassionata di letteratura, che lo ha affiancato nella realizzazione di un progetto che ha richiesto un lungo periodo di gestazione.

“Di acqua di mare e conzo” è il titolo di un libro di memorie vive, il racconto appassionato di una vita trascorsa a contatto con il mare, con le sfide, le difficoltà e le gioie di un mestiere antico, proprio della tradizione augustana e oggi quasi scomparso.

Domenico Patania, ovvero Mimmo perché in città lo si riconosca più facilmente, fa parte della confraternita di Sant’Andrea, che riunisce da decenni i pescatori augustani, e la presentazione del volume si inserisce proprio nei festeggiamenti in onore del loro Santo patrono.

Ne approfondiamo i contenuti incontrando Valeria Paci che, come accennato, ha collaborato con Patania nella stesura dei contenuti del libro.

“Da quando non pesca più – spiega Valeria Paci – lui ha iniziato a scrivere le sue memorie di pescatore. Nel tempo aveva accumulato appunti sui suoi ricordi e cercava qualcuno che lo aiutasse a scrivere un libro, poi ha incontrato me e da subito mi ha chiesto di iniziare a lavorare insieme, abbiamo lavorato ben sei anni, con alcuni periodi di pausa, per arrivare a questa pubblicazione. Altri hanno preso spunto dai suoi racconti, che però sono stati trasformati in denuncia sociale sulla presenza degli impianti industriali nel territorio, ma di questo non c’è traccia nel libro. Quello che volevo fare, invece, era restituire il suono della sua voce e il suo modo di raccontare che è davvero affascinante”.

Quali sono allora i contenuti del libro?

“Nel libro ci sono i suoi ricordi in ordine cronologico e le sue parole, leggermente modificate. Io mi sono occupata di mettere insieme questi appunti e fare ordine nei suoi racconti, lavorando anche sulla spiegazione dei termini più difficili. Spesso, infatti, usa termini legati alla pesca o alla vita quotidiana, propri di un siciliano che non si parla più”.

Cosa puoi dire a proposito del linguaggio utilizzato?

“Il linguaggio che usa nei suoi racconti, oggi non è più parlato. Una lingua, se non viene parlata, muore o si dimentica, in questo lavoro c’è anche il desiderio di salvaguardare un linguaggio antico, un vero tesoretto da tramandare. Non usa il siciliano che parliamo abitualmente, ma usa parole antiche che non conoscevo e per le quali gli ho chiesto spiegazioni, queste sono state riportate in italiano con note a margine del testo, in modo che siano accessibili a tutti”.

Oltre al racconto autobiografico, c’è anche il riferimento alle tradizioni marinare e dei pescatori di Augusta?

“Si ci sono dei riferimenti alla vita quotidiana, considerazioni sul valore del lavoro e del sacrificio, ma si riportano anche canti e giochi, tipici dei tempi.”.

Tra tutti i momenti che descrive quale ti ha colpito di più?

“C’è il momento in cui il padre decide che deve abbandonare gli studi per iniziare a lavorare come pescatore, oppure l’impossibilità di giocare con i ragazzini della sua età, perché con la barca tornava a casa sempre troppo tardi. In una occasione, gli dissero che se avesse voluto giocare con i suoi coetanei si sarebbe dovuto buttare in mare e raggiungere la riva a nuoto, lui lo fece davvero. L’infanzia un po’ gli è stata rubata, ha cominciato a lavorare a otto anni. Dai racconti emerge anche il legame con il fratello e il rapporto di solidarietà con gli altri pescatori. C’era molta solidarietà nella comunità augustana, infatti, la confraternita di Sant’Andrea nasce come società di mutuo soccorso. Le mogli, nel suo racconto, sono sempre silenziose e pazienti, costrette a lasciare andare i bambini a lavorare così piccoli. Gestivano tutto da sole, visto che l’assenza dei mariti e dei figli poteva durare anche mesi, le barche della sua famiglia, ma anche delle altre famiglie di pescatori augustani, infatti, si spingevano fino in Grecia o fino al golfo di Napoli, i pescatori augustani erano molto coraggiosi”.

Questo libro lo porterete anche nelle scuole, immagino che i ragazzi possa essere molto interessati?

“Ancora non ci siamo mossi in questo senso, ma ti confesso che mi piacerebbe. Sarebbe anche bello organizzare un incontro con l’autore, lui sarebbe anche pronto a spiegare ai ragazzi come si fa il mestiere, ovvero, come si fa a vogare o ad usare gli attrezzi. Vorrebbe trasmettere l’arte della pesca per non farne perdere la memoria, anche se spera sempre che i più giovani possano riprendere questa attività e queste tradizioni”.

 

 

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