Dopo il voto del 25 settembre: tra disastri, sconfitte e afasia politica

La vittoria del centrodestra alle elezioni del 25 settembre è stata netta (non si presta a sottovalutazioni politiche), dirompente (per l’egemonia di FdI, guidato da una leader donna, vero e proprio “animale politico” e persuasiva interprete di un populismo carismatico: fermo restando che la vedremo a breve alla prova dei fatti), ed anche attesa (per i segnali: sondaggi, sensazioni diffuse, umori sociali, ecc., chiari da tempo). Se è pur vero che il consenso dello schieramento del centrodestra raccoglie una quantità di voti pari a quelli del 2018 (con il partito della Meloni che accresce i propri consensi sottraendo molti voti alla Lega e, in parte, a FI), la riduzione in termini assoluti dei votanti rende più alte le stesse percentuali di consenso a favore dello schieramento vincitore, pur se lo stesso non è cresciuto in termini di voti. Tuttavia, l’immaginario collettivo – inevitabilmente “preso” dagli effetti di una chiara e dirompente discontinuità politica sancita dal voto – non tende a porre attenzione al fatto che il centro-destra poggia il proprio consenso sul 28% dell’intero corpo elettorale. Al punto che ci si dimentica con facilità che in precedenti tornate elettorali il fronte del centrodestra, a guida Berlusconi, aveva toccato vette più alte (pari al 48% dei consensi) di queste del 25 settembre (oggi, al 43%).
Detto ciò, queste considerazioni non intendono né sminuire la vittoria politica del centrodestra, né sorvolare sul disastro complessivo del PD – un vero e proprio terrae motus – e dell’intero centro-sinistra. Anzi, queste note sono tese a ragionare sui gravi errori politici, comunicativi e tattici commessi dal PD – sin dai primi giorni dell’avvenuta crisi del Governo Draghi –, perché, essendo il partito più ampio del centrosinistra, al segretario Enrico Letta spettava con lungimiranza ed intelligenza politica prendere in mano la palla, condurre le squadre e sbrogliare la matassa di un gioco di relazioni, sì, inizialmente impervio, ma da portare avanti senza incertezze con i soggetti dell’auspicabile schieramento. Nessun esito era scontato, ma chiudersi in anticipo e con rigidità di fronte all’evento repentino del voto anticipato, è apparso un grave limite tattico-politico. Un partito – una leadership – è tale (saper corrispondere alla “cosa”) se sa cogliere l’intero panorama frastagliato ed inquieto che agita sia gli umori e lo stato sociale del paese, sia i diversi protagonisti della scena politica, i loro “interessi”, il loro tatticismo, od anche l’insofferenza verso lo stato di cose.
Capisco che, per alcuni, questo tipo di ragionamento potrebbe apparire una sorta di “processo del lunedì”, ma qui non è come in certe partite di calcio, dove a volte “il caso” (l’errore di un difensore nella propria area, un tiro in porta che colpisce il palo e impedisce il goal, ecc.!) cambia o può mutare lo scenario del risultato. No! Qui non è in questione la pretesa di voler parlare/giudicare le dinamiche politiche “a cose fatte”, a seguito del risultato acquisito, anche perché ho già provato in altre sedi a svolgere alcune di queste riflessioni – diciamo così – “in corso d’opera”, già in quei momenti che hanno scandito il farsi stesso del percorso che ha poi condotto alle scelte politico-elettorali finali. Sia chiaro: nessuno intende celare o sottovalutare quella sorta di boria o tracotanza politica che ha scandito gli atteggiamenti di quel “centro politico” – espresso da Calenda e Renzi – imperterrito nel voler testardamente inseguire le loro chimere divisive. Non è un caso che se oggi, “a cose fatte”, appaiono già chiare le evidenti differenze (o diffidenze neanche sotterranee) di un centro-destra avviato sulla via del governo Meloni, non si può non registrare che, pur in presenza di analoghe differenze presenti nel centrosinistra, la somma delle forze politiche dell’intero fronte del possibile “campo largo” – quello che aveva sostenuto il Conte2 – porta una dote numerica superiore a coloro che si apprestano a governare il paese: tra poche settimane, e forse per 5 anni!
Non si tratta di rivendicare presunte ragioni ora che si sa già come la storia è andata a finire, bensì provare a ricollocarsi “in diretta” di fronte agli “eventi” quando essi non avevano preso ancora una direzione chiara e univoca. In fondo, nei primi giorni successivi all’apertura della crisi, non vi era bisogno di doversi irrigidire da subito su una “narrazione frettolosa” – “la colpa della crisi è di Conte!” (così, Letta), dimenticando la spregiudicatezza decisiva del centrodestra nella caduta di Draghi –, né vi era l’obbligo o la necessità di dover mettere al centro quale “idea-forza” prioritaria l’opzione “Agenda Draghi! Agenda Draghi!”, nel momento stesso in cui, aprendosi un inedito scenario politico-elettorale (oltre che comunicativo), quest’Agenda era già scomparsa nell’immaginario di un corpo elettorale in sofferenza. E peraltro, qualche suggerimento Letta e il PD lo avevano proprio avuto e ricevuto: Pier Luigi Bersani aveva centrato il “nodo”, proprio indicando da subito il cuore del tranello elettorale nell’imbecillità di una legge – il Rosatellum! –, già penosa al suo esordio, e ancor più disastrosa per gli esiti che si prospettavano, con un centrodestra di (finta) unità, teso a nascondere le vistose differenze di idee, ma furbo nel lavorare unito nella sfida per vincere più seggi nella quota dell’uninominale.
Ed era evidente che la priorità da mettere al centro – nelle relazioni ed alleanze da costruire con i vari soggetti – era lo snodo, anzi la gerarchia “tattico-elettorale”, quale presupposto derivante da una legge che implicava necessariamente un’altra costruzione dell’agire politico, dovendo necessariamente immaginare che ogni divisione o la mancata costruzione di un’alleanza politica ampia sarebbe stato un regalo al centrodestra. Se è vero che non sappiamo quale esito avrebbe sortito questo tavolo “tattico-politico” (dovendolo giocare convintamente con tutti), non è escluso che probabilmente, cambiando le “parole d’ordine” della prima narrazione comunicativa del PD, la percezione della priorità imposta dal dover fronteggiare il capestro del Rosatellum avrebbe consentito al PD di mantenere la costruzione del “campo largo” (M5S compreso, e certamente altri), mettendo in campo un’ipotesi “politica” ed anche di programma – lavoro, diritti, riforme, fisco, lotta alle diseguaglianze, ecc. che, unificando più forze, avrebbe “rappresentato” meglio una base sociale in vistosa sofferenza – reggendo con maggiore vigore la competizione politico-elettorale con il centrodestra, senza dover mettere al centro quella “sfida ideologica” tra il PD e il partito di Meloni – «o noi, il PD, o loro: la destra ex fascista!» –, tutta giocata sul terreno scivoloso e poco convincente della critica alla regressione valoriale – che accentuava lemmi e riferimenti trascorsi – espressa da FdI, ma che non apparivano prevalenti nel diffuso immaginario collettivo e sociale dentro cui la Meloni aveva già pescato i suoi inediti e diffusi consensi.

“A cose fatte” e riflettendo sulle “impressioni” avvertite da moltissimi di noi nel corso della campagna elettorale, lo si può dire che la narrazione elettorale del PD sortiva questa sofferenza “politica”, quel certo disagio che – tra astensioni e percentuali di consenso – l’esito finale del voto ha poi confermato.
Solo per chiudere: c’è da sperare che il dibattito nazionale in corso nel PD – inquieto, confuso, a tratti smarrito, tra l’esacerbato e i segni di rivendicazioni di “ragioni” che affiorano “solo ora”; di differenze e contrasti celati e tenuti sopiti nello scrigno della “non-azione” (che è la morte della politica e di ogni soggetto politico) lungo questi anni – riesca ad aprire davvero una stagione nuova: la voglia reale di “un nuovo inizio”: di quell’azione inaugurale e libera che Hannah Arendt invocava come necessaria e ineludibile nei grandi passaggi epocali. E questo lo è: per l’Italia, per l’Europa, per i problemi del mondo. Ed allora: fine delle “correnti”, apparse solo una difesa di consorterie – visto che di idee/progetti diversi tra loro non se n’è accorto nessuno –, aprendo una discussione nazionale che attraverso “idee politiche” che si reggano su “Tesi di rappresentanza di un’ampia base sociale e valoriale” servano a parlare liberamente al paese offrendo la finalità di voler costruire una nuova “comunità politica”. Sarà così? Vedremo!
Intanto, visto che niente accade, o inizia dal “basso” – quando il disastro è un vero e proprio Terrae Motus nazionale –, ricordo sommessamente che iniziare a riflettere politicamente su Siracusa e sul suo vicino destino politico-amministrativo – nel giugno 2023 si vota per il nuovo Sindaco e consiglio comunale –, non è responsabilità del PD nazionale impegnato per il Congresso e la nuova “forma politica” prevista per il marzo 2023 (nome, rifondazione, autocritica, “cultura politica”, credibilità dei gruppi dirigenti, statuto ecc.), bensì costituisce l’ABC dell’agire politico nel “luogo effettivo” di rappresentanza e di esistenza politica.


Il PD di Siracusa (oggi senza dirigenti, idee, organismi, e alquanto spento nell’animo e negli umori, oltre che diviso!) ha il compito, ADESSO – non nell’aprile o, peggio, nel maggio del 2023! – di lavorare perché entro dicembre 2022-gennaio 2023 possa e sappia indicare il nome (uomo o donna che sia!) del proprio candidato/a Sindaco della città di Siracusa. Una figura ricca di qualità, spessore politico, competenze e riconoscimento sociale, offerta così al giudizio dell’opinione pubblica, che insieme al corpo del partito si impegni a costruire un ampio confronto programmatico e di idee ed un percorso politico che serva a dar vita ad un “campo largo” politico-sociale di alleanze, aperto e inclusivo. Senza escludere che, in vista del voto amministrativo, la scelta finale del candidato Sindaco sia frutto di una competizione di “Primarie”, tra più concorrenti dello schieramento.
Non vi sono scusanti, per nessuno. Anche perché c’è un solo modo per reagire alle “catastrofi” – dal vuoto di politica si esce solo riempiendo di fatti politici il proprio ruolo, la propria funzione –, non leccandosi le ferite. “Catastrofe”, nell’etimo, significa “mutamento di stato”. O il PD di Siracusa fa questo, adesso – lo intenda fare davvero! –, oppure rischia di rimestare sul “già visto”!

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