Giorni fa il Sindaco Italia ha presentato i suoi progetti per Ortigia. Non voglio qui discutere della loro utilità o meno, perché come ogni cittadino che vede spendere soldi pubblici in opere pubbliche nella città che abita, mi sarei sentito in diritto di farlo prima e non ad annuncio compiuto. Italia ha detto anche che le opere saranno finanziate con i fondi della cosiddetta “legge Ortigia”, per cui vale la pena ricordare la finalità di quella legge regionale, la n. 70 del 1976:
– l’art. 3 stabiliva come obiettivo “il recupero sociale, culturale e funzionale dell’isola di Ortigia al fine di assicurarne la rivitalizzazione economica, nel rispetto dei legittimi interessi degli abitanti»
– l’art. 2, in particolare, obbligava i Comuni a perseguire, oltre la «conservazione e riqualificazione del patrimonio storico, monumentale ed ambientale», anche «il recupero edilizio ai fini sociali ed economici» e soprattutto «la permanenza degli attuali abitanti». Una preoccupazione legittima, perché l’abbandono di Ortigia aveva visto scendere la sua popolazione dai 22.793 abitanti del 1960 ai 10.877 del 1976, anno di pubblicazione della legge. Ma anche dopo i residenti sono diminuiti sempre, ogni anno, ed oggi possono essere stimati sotto i 3.800 (l’ultimo dato fornito dal Comune risale a aprile 2020 ed indica 3.878 residenti). Se l’obiettivo del recupero edilizio di Ortigia può dirsi oggi sufficientemente centrato, quello del suo recupero sociale è dunque fallito (e non solo per il crollo dei residenti, che ne è giusto un indice).
Si dirà che quella legge è vecchia di 46 anni, che oggi la realtà è quella di un centro storico finalmente guadagnato al turismo e che i conti vanno fatti considerando anche chi vi dimora d’estate, seppure occasionalmente. Ma anche volendo aggiornare la lettura della legge per Ortigia, in che modo, attingendo ai suoi fondi, l’amministrazione comunale ne ha reinterpretato le finalità? Ovvero, a quale esigenza danno risposta i progetti annunciati dal Sindaco?
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Abbiamo appreso di un progetto di riqualificazione di largo Aretusa che si propone «di concepire un luogo dove poter incentivare delle dinamiche percettive cognitive emotive, assumendo come orizzonte teorico la sfera delle interazioni umane»; di una passerella tra Passeggio Adorno e Largo Aretusa, con annesso ascensore, quale “elemento catalizzatore e volano per lo sviluppo di servizi turistici”, di un ponte ciclopedonale tra via Eritrea e piazza delle Poste per «raggiungere più velocemente il centro storico»; e poi di ripavimentazioni, arredo urbano, manutenzioni stradali. Si tratta dunque di interventi per lo più finalizzati a migliorare l’aspetto fisico dell’isola, volti al suo abbellimento o, per citare il Sovrintendente Martinez, tesi a “valorizzare e riconfigurare spazi specifici”.
Un obiettivo accettabile, ordinario, ma bisogna da chiedersi: è questa la priorità? Sta lì il problema di Ortigia? O non è forse nella sua congestione senza governo, in tutto ciò che ha trasformato quella che era una città – o una sua parte – in un caotico “parco turistico”? Nella «insostenibile anarchia» (per usare le parole dell’assessore Granata) di molte sue attività? E in che modo queste opere intervengono su questi aspetti? Risposta: in nessun modo. Esattamente come avveniva, a scuola, con quei compitini ben scritti ma “fuori tema” che tradiscono una visione interessata più all’immagine facile che alla difficile complessità, più al marketing di un centro storico già spremuto commercialmente fino all’osso, che non alla regolamentazione ed al riequilibrio delle sue componenti. Senza aver fatto alcun serio tentativo, da anni, per invertire questa tendenza.
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Ci sono degli aspetti positivi che vanno riconosciuti, perché questo processo ha comunque generato nuova occupazione, recupero edilizio, incremento turistico. Ma ha anche allontanato Ortigia dal cuore dei siracusani, che da un lato la considerano luogo di privilegi e attenzioni non rivolte ad altri quartieri, e dall’altro qualcosa ormai staccato dalla loro città e consegnato allo sfruttamento turistico.
Io penso che contrastare questo sentimento debba essere la principale preoccupazione di una amministrazione comunale. Non soltanto perché la città dev’essere percepita da tutti come un unicum ma anche perché il problema di Ortigia si risolve soprattutto fuori da Ortigia.
Voglio dire che se in una piccola area si concentrano giornalmente migliaia di persone, turisti e cittadini, tutti con la legittima esigenza di mangiare, svagarsi e divertirsi, i problemi generati da quel sovraffollamento soltanto periodico sono forse insormontabili. La risposta può cercarsi nel tentativo di distribuire quel sovraccarico su una superficie più ampia, riducendone così la densità e le difficoltà di gestione che esso comporta. Con il vantaggio di rendere partecipi altre parti della città delle opportunità che il turismo offre, sia pure in subordine, o anche solo di dare a noi cittadini la possibilità di fruire di luoghi potenzialmente attrattivi ma oggi sottoutilizzati.
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Siracusa possiede molti di questi luoghi, che dovrebbero essere adeguatamente valorizzati. Penso, solo per fare degli esempi, alla Piazza Santa Lucia, al parco Robinson di Bosco Minniti, al centro di Belvedere. E molte altre aree sarebbero preziose per arricchire l’offerta complessiva della città, se ci si lavora per renderle fruibili: penso alla Tonnara di S. Panagia, alle latomie dei Cappuccini o ai percorsi interni al parco della Neapolis, che non per forza deve restare chiuso dopo le 18. Senza dire di quell’autentico tesoro inutilizzato che sotto il profilo urbanistico rappresenta l’arco costiero del porto grande, con l’enclave militare dell’ex idroscalo. Ciascuno che legge può immaginarne e proporre altri luoghi, o diversi, ma è indubbio che attraverso una serie di interventi mirati, si offrirebbe un’alternativa al quel turista che, in taluni momenti del suo soggiorno, potrebbe preferire alla calca di Ortigia l’autenticità di uno spazio inconsueto. Ma la si offrirebbe anche a quella famiglia che, volendo fare una passeggiata in un bel posto, avrebbe più scelte oltre all’unica attuale di imbottigliarsi nelle strade che portano ad Ortigia. O farci andare tutti ad un bellissimo concerto rock in un teatro all’aperto alla Mazzarona, con alle spalle il mare. Fare in modo, insomma, che altri luoghi della città diventino frequentati da tutti e non solo da chi vi abita vicino. Questo, mi pare, aiuterebbe a ricucire la città e la sua comunità.
Lo sforzo che l’Amministrazione Comunale sta compiendo per partecipare ai bandi del PNRR è importante e da apprezzare. Quasi tutti i progetti hanno come target le zone a nord della città (in particolare Akradina e Bosco Minniti) con interventi che mirano alla dotazione di attrezzature scolastiche, servizi di quartiere e riqualificazione degli spazi urbani. Anche se l’84% di questi progetti attende un finanziamento, si tratta di interventi singolarmente utili in quanto tesi a migliorare le condizioni di abitabilità di chi vi risiede intorno. Il limite strategico dell’operazione sta, a mio avviso, nell’assenza di un filo rosso che li unisca tra di loro dotandoli di una finalità che superi i confini del singolo quartiere, che ricerchi una permeabilità complessiva, con l’obiettivo di far muovere i cittadini dall’uno all’altro quartiere e renderci tutti partecipi di una sola città.
Forse quello che ho detto prima può essere quel filo rosso che ci serve. Lo dico senza alcuna pretesa di verità, come stimolo alla riflessione ed alla discussione sul futuro della città. Magari con l’auspicio che questo tema sia messo al centro della prossima campagna elettorale, nella prossima primavera.

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