Caro Luca, il passaggio di testimone che suggerisci nel tuo intervento su “La Civetta” (https://www.lacivettapress.it/2022/08/02/politica-ultima-chance-per-un-possibile-passaggio-di-testimone-sarebbe-bello-se-la-vecchia-guardia-si-mettesse-al-servizio-delle-nuove-leve/ – ndr – ) è quello che molti tra noi della “Vecchia Guardia” auspicano. È possibile poi che alcuni nostri comportamenti contraddicano questo auspicio, ma il nostro desiderio è che l’impegno politico tra la gente e nelle istituzioni veda protagonisti i giovani, ossia la generazione dei nostri figli.
Più difficile è capire come questo possa avvenire e quali circostanze possano favorirlo.
Se ripenso alla mia esperienza politica, iniziata nelle istituzioni quando avevo più o meno la tua età, non ricordo alcun passaggio di testimone. Non avevo esperienza di partito, non avevo mai militato in una forza politica: venivo, come molti altri dei miei compagni, dall’impegno nelle associazioni di volontariato. Circa un anno prima delle elezioni amministrative avevamo fondato a Siracusa l’associazione “Verdi del Sole che ride” e con essa riuscimmo ad ottenere l’elezione di un nostro rappresentante al Consiglio Comunale di Siracusa e di un altro rappresentante al Consiglio Provinciale: correva l’anno 1990. Così è iniziato il mio percorso, proseguito in “Laboratorio Città Progetto” e poco dopo nella Giunta Fatuzzo. Non ci fu dunque nel mio caso, come in quello di altri giovani di allora, nessun diretto passaggio di testimone; non vi fu alcuna “investitura” dall’alto (se così vogliamo dire), ma il tentativo (credo riuscito) di costruire un rapporto di rappresentanza con una parte della città che ci assicurò quel consenso necessario per ricoprire incarichi istituzionali.
Un’altra caratteristica che ha poi contraddistinto fortemente quella esperienza, approdata successivamente in “Agire Solidale”, è stata la dimensione collettiva nella quale essa è maturata ed è stata vissuta. Posso garantirti (ma tu lo sai) che quella intensa attività non ha generato fibrillazioni individuali. La nostra forza è stata nel gruppo, nel sentirsi inseriti in un progetto condiviso. Un progetto, beninteso, che presentava anche forti limiti e insufficienze, ma non quello di essere soffocato da personalismi e pulsioni individuali di carrierismo politico. Quella vicenda, iniziata trent’anni fa, ha avuto il suo corso: i suoi successi e i suoi insuccessi. Ha segnato, se non la vita della città, certo quella di alcuni di noi che in essa si sono spesi.
Cosa accade adesso? Cosa è possibile fare?
Caro Luca, da un po’ di tempo ho più domande che risposte da offrire al confronto con gli altri. Il contesto è molto mutato e non sento di avere la capacità di interpretarlo. Per non parlare delle forme in cui oggi l’attività politica dovrebbe svolgersi: assai diverse da quelle che noi (Vecchia Guardia) abbiamo sempre praticato. Dal mio punto di vista riesco ad intravedere più le difficoltà che le opportunità. La mia impressione (perché di impressione si tratta) è che il “bacino”, a cui allora attingemmo per le disponibilità all’impegno diretto o per il sostegno elettorale, si sia ulteriormente ridotto. I giovani che, per formazione e disposizione, potrebbero essere interessati all’esperienza politica si riducono numericamente sempre più. La città presenta quasi un vuoto generazionale: gli studenti e le studentesse che vanno via, scegliendo sedi universitarie diverse dalla vicina Catania, sono sempre più numerosi. Chi come te sceglie di rimanere ha da costruire intorno a sé una realtà operativa non facile da coagulare. Un compito, questo, che comunque andrebbe assolto più facendo leva sulla capacità di innovare che sull’esperienza pregressa.
Ma vi è un altro aspetto che secondo me ha un peso maggiore rispetto al rapporto possibile tra Vecchia Guardia e giovani. Ne fai cenno anche tu nella tua riflessione. Si tratta della nostra (“nostra”, dico, come forze progressiste) incapacità di entrare in relazione diretta con zone e fasce della popolazione cittadina, diffidenti nei confronti della politica o che esprimono posizioni culturalmente distanti dalle nostre. Qui si tocca una difficoltà che nasce non da differenze generazionali, ma dai modi e dalle forme in cui siamo soliti praticare il nostro lavoro politico. È forse questa la scommessa più difficile da vincere. È su questo che bisogna mettere in campo creatività e innovazione. La politica senza capacità di rappresentanza è svuotata di senso ai nostri occhi. Si riduce, appunto, a parabola individuale; dà luogo a strumentalizzazioni e punta esclusivamente al successo personale: niente per cui valga la pena spendersi. Ti abbraccio.
Francesco Ortisi

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