ISTITUZIONE: una parola “controtempo”?

Forse potrà incuriosire i miei tre-quattro amici “in odor di filosofia”, ma l’idea di questa nota mi ha accarezzato proprio per il contenuto che qui a breve provo ad argomentare. Se è vero che la fine del governo Draghi (peraltro, davvero imprevista nei termini in cui s’è svolta!) costituisce solo il precipitato finale di una instabilità collettiva che inquieta e attanaglia la condizione politico-sociale del paese, è pur vero che la sensazione di un clima, di un humus di “collasso sociale” o, per dirla con Georg Simmel, di «intensificazione della vita nervosa» (Nervenleben), rinvia (e siamo generosi!) a questo ultimo decennio. Sta di fatto che un mix di pensieri ed umori mi si affastellava in queste settimane, sovrapponendo la dinamica che ha condotto alla “fine del Governo Draghi” a questa diffusa sensazione di “collasso sociale” – che a me sembra stagliarsi come la Stimmung (“tonalità emotiva”) prevalente delle nostre società. Entrambi vettori che mi facevano tornare in mente il saggio che Roberto Esposito (tra i filosofi della politica italiani, il più tradotto e studiato nelle Università estere) ha pubblicato col Mulino nel gennaio 2021.

Il saggio di Esposito è intitolato “ISTITUZIONE”. Qualche mese dopo l’uscita, lo recensivo con un ampio articolo che aveva un taglio più teoretico sulla Rivista Kasparhauser.net (chi volesse può cercare la mia lunga recensione su google: “Kasparhauser Roberto Fai Istituire la vita”), ma in questa sede le mie intenzioni sono quelle di capire, o meglio, far comprendere, le ragioni che hanno fatto affiorare in me un legame tra il lemma “ISTITUZIONE” (una sorta di “parola controtempo”: così infatti, “il Mulino” presenta la collana editoriale cui afferisce il saggio di Esposito) e la sensazione di quel sentimento che connota lo Zeitgeist (“lo spirito del tempo”) in cui siamo “destinalmente” tutti immersi e immobilizzati come spettatori impotenti e che, a mio modesto parere, s’è estrinsecato di fronte agli atti, gesti, stridulo vociare e furbizia irresponsabile che ha segnato la spregiudicata fine del Governo Draghi. L’impressione – più che una sorta di “liberazione” – è quella della profonda sofferenza istituzionale che ha iniziato a fare capolino davanti a tutti noi dal momento che un quadro di disordinata accelerazione ci condurrà al vicinissimo voto del 25 settembre – nell’attuazione frettolosa di norme istituzionali (sic!) – e al suo incerto esito, mentre il nostro sguardo si allarga perplesso sul precipizio messo a nudo dal fronte della lotta al Covid tuttora in corso, dalla guerra in Ucraina con tutte le sue complicazioni globali – con un’Europa potenzialmente lacerata per il venir meno della “coralità d’azione” di tutti i suoi Stati membri –, mentre i rischi di una preoccupante recessione  indeboliscono la già fragile tutela verso i ceti più deboli in un paese segnato da un indebitamento spaventoso. Ed è dentro questa cornice che va approvata la Legge finanziaria 2023.

Sia chiaro, pur lontani da ogni torsione catastrofista, non possiamo negare che è questo il quadro di debolezza e fragilità istituzionale che è in gioco. Non possiamo, infatti, non mettere a confronto questo realistico scenario “nazionale” qui delineato con lo stato di profonda insofferenza sociale del nostro paese, oramai da oltre tre decenni segnato dal peso egemonico di uno “stato di governo globale del mondo” che ha accentuato ed esaltato, sino ad esasperarla,  ogni forma di “individualismo” di fronte alla quale si staglia, inossidabile, la trama di un potere tecnologico-economico-finanziario mondiale – comprese le tentazioni del “capitalismo politico” della Cina – che ha reso, ai nostri sguardi, inosservabile e invisibile il classico “posto del Re” o del Sovrano. Di fronte a ciò, la condizione sociale – qualcuno direbbe: del “popolo”, rischiando di rinchiudere in una categoria asettica differenze sociali anche profonde – è apparsa vieppiù bloccarsi in un epilogo amaro e sconfortante, allegoria di quel beckettiano finale di partita, davvero aporetico: vale a dire, l’estendersi di un’ampia platea di moltitudini – persone, giovani, donne, esclusi, immigrati e “vite di scarto” –, costretta a dover ricercare “precariamente” (come ha scritto, a suo tempo, acutamente Zigmunt Bauman) soluzioni biografiche a contraddizioni sistemiche.

È dentro questo vortice che va inscritto anche «l’Evento» della stessa crisi del Governo Draghi. Capisco che a qualcuno possa sembrare una forzatura questo accostamento, tuttavia è da qui che dovremmo ripartire. «Che cos’è un’ISTITUZIONE?». Questa è la domanda che si snoda lungo tutto il saggio di Roberto Esposito. Ed è attraverso una ricca e penetrante ermeneutica filologica-filosofica, che lo studioso prova a dipanare l’ampia costellazione speculativa entro cui s’è venuto svolgendo lungo i secoli, anzi i millenni, l’ampio spettro del carattere performativo che rende l’ISTITUZIONE (ogni Istituzione!) qualcosa di profondamente diverso dalla secca e asfittica riduzione in cui inevitabilmente la “parola” (ed il suo senso) s’è andata adagiando. Ora, nel nostro colpevole riduzionismo linguistico ed esperienziale, siamo inevitabilmente portati a “inchiodare” il concetto – ruolo, compiti, senso, significato, funzioni, presenza, ecc. – di ISTITUZIONE, nello STATO. Già, proprio così: lo STATO! Lo Stato è, per convinzione comune, per esperienza consolidata, la massima Istituzione che, da sempre, catalizza, include, articola, come pure sembra “formare”, rinchiudere e svolgere la “vita dei soggetti”, il governo delle comunità umane – dai sudditi ai cittadini!

Dicevamo del carattere performativo dell’ISTITUZIONE, di ogni Istituzione. E cosa vuol dire? Intelligentemente e con rara sapienza ermeneutica, Roberto Esposito esordisce, nell’incipit con cui apre il suo saggio, col rinvio a quel lemma del giurista romano, Marciano, che sancisce l’implicazione intrinseca, il legame ontologico che sin dall’origine lega e vincola vita e istituzione, conficcato nella nostra tradizione occidentale: tale lemma è dato dall’espressione “vitam instituere! E che cosa ci dice questo lemma? Ci dice che sulla relazione tra Istituzione e vita  – qui, con le parole dell’autore«bisogna resistere alla tentazione ricorrente di considerale due polarità divergenti, solo ad un certo momento destinate a incontrarsi, o scontrarsi. E riconoscerle, piuttosto come i due lati di un’unica figura che delinea insieme il carattere vitale delle Istituzioni e la potenza istituente della vita […]. Perciò non è possibile, per gli uomini, anche nelle circostanze più drammatiche, smettere di istituire la vita, di ridefinirne contorni e obiettivi, contrasti e occasioni. Dal momento che è la vita stessa ad averli istituiti, immettendoli in un mondo comune che fa tutt’uno con i simboli che di volta in volta lo esprimono. Questa dimensione simbolica, che plasma le istituzioni non meno di quanto è plasmata da esse, non è qualcosa che si aggiunga alla vita umana dall’esterno, ma ciò che la rende tale, distinguendola da ogni altro tipo di vita […]. Essendo sin da sempre istituita, la vita umana non coincide mai con la semplice materia biologica, anche quando è schiacciata, dalla natura o dalla storia, sulla sua falda più dura […]. Perciò, per restare in vita, non possiamo rinunciare all’altra vita, alla vita con gli altri, cui si lega il senso più intenso della communitas. Ciò vale sul piano orizzontale della società e sulla linea verticale delle generazioni. Compito primario delle istituzioni non è solo quello di consentire a un insieme sociale la convivenza in un dato territorio, ma anche di assicurare la continuità nel mutamento, prolungando la vita dei padri in quella dei figli. Anche a questa necessità va ricondotto il senso dell’institutio vitae. Prima ancora che al loro impiego funzionale, le istituzioni rispondono al bisogno degli uomini di proiettare qualcosa di sé al di là della propria vita – della propria morte – prolungando, per così dire, la prima nascita nella seconda». (Esposito, pp. 7-11).

Ecco! Credo che l’eco di questi pensieri vitali rimandi alla netta percezione di quel “vincolo” per cui l’istituzione della vita e la vita delle ISTITUZIONI – proprio per l’ontologica connessione che ne articola il loro intreccio e il loro reciproco fondo espansivo – conferma il fatto che il transito tra physis (natura) e cultura, vita naturale ed artificio (vita e forme, potremmo dire!), oltre che inesauribile, è sempre aperto, sì che vita e istituzione, pur mostrando il reciproco e pur “mosso” (e a volte teso) legame, mantengono sempre il carattere di una relazione che scorre inevitabilmente tra i due ambiti, la cui “soglia di giuntura” Roberto Esposito chiama e definisce col termine di «prassi istituente»: per cui, come «ogni prassi umana tende naturalmente a istituzionalizzarsi, ogni istituzione è modificata dall’insorgenza di una nuova prassi che non cessa di mobilitarla» (p. 88). Da questo punto di vista (così giungiamo a quella dinamica “politica” che ci porta al nostro intento), è indubbio che la stessa dialettica agonistica tra Istituzioni e movimenti – stagliatasi, a partire dagli anni ’60-’70, in una rigida contrapposizione – rischia di determinare uno scollamento tra politica e società se l’Istituzione si chiude in una bolla conservativa, refrattaria ad ogni trasformazione, mentre dall’altro i “movimenti” proliferano dentro una spirale “anti-istituzionale”, con l’esito perverso di bloccare ogni dialettica politica di “reciproco” rinnovamento.    

E tuttavia, questa urgente istanza di reciproco rinnovamento non è che riguarda o chiama in causa solo la vita delle Istituzioni, anche perché – affinché ciò sia chiaro! – sono anche ISTITUZIONI tutti i partiti, come i “movimenti politici” e gli organismi professionali, i “corpi sociali” e le associazioni collettive, i “mondi vitali” o del volontariato e le aggregazioni umane, le strutture imprenditoriali come i sindacati. In altri termini, tutte le trame di mediazione solida che formano autonome e specifiche communitas sono esse stesse un luogo collettivo di estrinsecazione vitale: in altre parole, ISTITUZIONI esse stesse. Organismi vitali collettivi, segnati da una doppia logica: estendere, qualificare e includere nuove domande sociali, rappresentando istanze, bisogni e culture che mentre accrescono e qualificano il “cervello collettivo” di tali Organismi, consentono e si muovono per trasferire tale nuova “linfa vitale” nel cuore della ISTITUZIONE per eccellenza – lo Stato. Facendo sì che la relazione tra politica e società, contribuendo a riqualificare la stessa vita delle Istituzioni, possa innervare ricorsivamente e senza intoppo il compito permanente di istituire la vita!

Ed allora, la domanda decisiva diventa: cosa sono diventati – o come si sono ridotti –, oggi, questi “soggetti collettivi”, queste trame di mediazione tra società e politica? Possono partiti e “movimenti politici” – per riferirci agli organismi che hanno una diretta implicazione con l’ISTITUZIONE generale – avvitarsi nella deriva che li scandisce da molto tempo e che sembra aver impoverito la loro capacità vitale? Se la loro dialettica interna – sì: politico-istituzionale! – si svolge in “aree” o gruppi che anziché qualificare e vitalizzare confronti di merito su strategie o obiettivi qualificanti, accrescere e valorizzare competenze, imprimere innovazione, sono piuttosto intente a baloccarsi in mere consorterie ristrette ed amicali, animate dalla logica di fedeltà “ai capi”? Quali «prassi istituente» possono svolgere ed esercitare organismi politici collettivi così segnati da logiche parossistiche di mortale mediazione inconcludente? Solo se partiti e movimentiISTITUZIONI esse stesse! – sapranno tornare ad esprimere un agire politico che si riallacci al senso della loro vocazione vitale originaria potrà essere rivitalizzata non solo la partecipazione collettiva ma anche l’aprirsi accogliente delle altre ISTITUZIONI che assolvono funzioni di governo – territoriale, regionale e nazionale.

Si tratta allora di chiudere, “tagliare”, finalmente – “decidere di tagliare”: già, proprio in questo “doppio senso”, dal momento che Krinein è, ad un tempo, “crisi” e “decisione”; scelta e taglio – questo “nodo di Gordio” (fatto di mere logiche di autoriproduzione di potere interno) che attanaglia la logica dei partiti e movimenti. Solo così la potenza creativa di tutte le Istituzioni potrà assolvere al compito urgente di istituire una nuova vita?        

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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