WE DON’T NEED NO THOUGHT CONTROL

Ci sono dei momenti formativi nella vita che cambiano inaspettatamente ed in maniera incisiva il corso delle cose. Sono spesso frasi o brevi racconti che si ascoltano distrattamente, eventi o suoni percepiti in maniera ovattata soprattutto se diretti agli animi ribelli. Potremmo definirle correzioni nell’accezione opposta alle Correzioni di Jonathan Franzen. Si potrebbe aprire un intero capitolo su quanto incida la pratica educativa o i singoli apprendimenti didattici sulla formazione personale, se sia realmente efficace l’utilizzo di mezzi ripetitivi e impersonali. In tempi da sovraesposizione mediatica sembra quasi di vivere circondati da analfabeti funzionali, da creature magiche uscite fuori da un video gioco, create dal nulla e plasmate dai loro stessi pensieri.

Alcuni, ospiti fissi più o meno autorevoli nei dibattiti televisivi, dissertano per puro esercizio di stile sul fallimento di un sistema sociale fuori controllo, mutevole e pieno di variazioni spesso determinato da un governo che non tiene le redini, altri emulano i primi spostandosi dal piano terra al sesto piano dentro una cabina ascensore. Quello che si coglie è un pensiero rapido, veloce, sintetico che punta il dito ma non si impegna a virare, a cambiare prospettiva ma soprattutto non coglie altri punti di vista.

Ma se l’incrinatura non risiede nell’addestramento didattico perché attribuire l’apparizione di Fatima alla visione dei tre pastorelli che ascoltavano solo il suono dell’eco?

Perché un evento sicuramente formativo che da suono diventa visione e nel tempo ascolto per milioni di persone non è stato messo in mano a uomini istruiti? È stato sabotato un accordo?

I muri crollano, alcuni dissolti dal suono di vinili che hanno fatto la storia  altri abbattuti con i picconi in date che hanno fatto la storia: con la velocità di un battito di ciglia è stata sabotata ogni convenzione e abbiamo ripetuto con ossessione We don’t need no education ed esattamente dieci anni dopo abbiamo memorizzato e studiato i fatti precedenti l’anno 1989.

La nostra istruzione non ha interferito nella sostanza ma la fluidità degli eventi ha preso forma collettiva formandoci. Vediamo immagini, ascoltiamo parole e suoni, avvertiamo ciò che ci circonda mettendo a dura prova le nostre percezioni sensoriali: in un mondo iperconnesso nessuno è solo se non per scelta intuitiva dettata dal sesto senso, nel mentre impariamo continuamente inserendo in contesti familiari situazioni spiazzanti che ci formano diventando strumenti da passare in altre mani. L’apprendimento è una forma d’arte ad ogni sensibilità la propria scelta, l’accostamento più vicino alla propria natura per creare un incipit che possa stimolare interessi crescenti.

Se ci fermiamo a criticare ciò che appare massa incolta, senza riconoscere e distinguere i fili d’erba, apriamo un vortice che è impossibile da decodificare per chi non sta sulla stessa riva del fiume. Se rendessimo fluida la conoscenza cambiando solo l’ordine delle cose potremmo tentare di raddrizzare la rotta. È sufficiente sconvolgere la comune percezione tenendo le basi solide: provare ad utilizzare una scala da entrambi i lati, dove salire o scendere, in un’ottica palindroma, dà la stessa risposta. Creare una sorgente Escheriana che alteri la prospettiva per rendere ogni comprensione solo apparentemente impossibile.

Le condizioni che ci formano stanno dentro le alleanze, i sistemi educativi di istruzione e i nuclei familiari sono importanti ma rappresentano una porzione di qualcosa di più grande, una catena che per crescere deve alimentarsi per passare in moto perpetuo la staffetta.

E dentro questa staffetta potremmo parlare di entomologia e miscelare le Metamorfosi di Kafka per educare al diverso, trattare di chimica dopo avere visto Breaking Bad per analizzare le alterazioni cerebrali nei consumatori di metanfetamina, riflettere sui diritti, sulla legge del taglione ben accolta nel diritto islamico, prendendo spunto dall’amore di Paolo e Francesca nell’inferno dantesco.

Potremmo portare nelle scuole il romanzo a fumetti Maus di Spiegelman per spiegare l’Olocausto, far ascoltare Heroes di Bowie per parlare della caduta del muro di Berlino, miscelare le terribili immagini dei conflitti che vedono ritratti anziani soli e smarriti che stringono giovani mani, per parlare di Enea e del suo anziano padre, per accrescere il valore ed il rispetto verso gli anziani che gli anni di covid hanno depotenziato.

Fare ascoltare Kate Tempest per parlare di povertà ed emarginazione sociale, potremmo far comprendere il sentimento e il rispetto per la donna attraverso il Diario di Adamo ed Eva di Twain.

Miscelare per correggere ed essere pronti a intervenire nelle scuole con la Lezione di sesso dei Monty Python per ridicolizzare chi come il Pillon di turno sostiene che i bambini li porta la cicogna.

Mescolare Spara Jurij dei CCCP al  dadaismo fino a comprendere la netta differenza tra performance provocatoria e insolente logicità nell’indossare una maglietta salviniana che ritrae Putin.

Miscelare per formarsi e discernere è un modello che permette ad un sistema sociale di non soccombere, un utile esercizio alla portata di tutti che deve avere un timone guidato anche dai settori della cultura di massa e dell’informazione. Un’alleanza, quest’ultima, attenta e vigile che dopo le priorità elencate a tutela del Marchio “Italia”, del Mare, del Merito e delle Mamme alla Convention di FdI sia anche preparata secondo la scala di cui sopra, a spiegare che le parole chiave che iniziano con “M” sono da riferire alla Meloni e non al Mein Kampf, nel caso la fluidità del pensiero prendesse il sopravvento, s’intende.

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