Sono bastati pochi minuti, poco dopo le ore 11,00 di mercoledì 16 marzo, dall’annuncio del Ministro Franceschini che il titolo di “Capitale italiana della cultura 2024” era stato assegnato alla città di Pesaro perché sui social si dipartisse un profluvio di commenti polemici, giudizi critici, ironie, e via dicendo, per il fatto che la città di Siracusa fosse così rimasta a bocca asciutta. Un caleidoscopio di luoghi comuni, frasi fatte (ma anche giudizi più sobri e atteggiamenti di disincanto) che s’è trascinato sino alla vigilia dell’incontro del “Comitato cittadino per la candidatura” – convocato dal Sindaco prima ancora che la Commissione decidesse a chi assegnare il titolo –, che s’è svolto questo venerdì 18 marzo. Se è pur vero che i due precedenti incontri del Comitato lungo il lavoro del “Dossier” erano stati molto partecipati e motivati, con un pubblico numeroso e vari interventi, in quest’ultima assemblea, nella sala Borsellino erano molte le sedie vuote e si respirava una sorta di mestizia, ventiquattro ore dopo l’annuncio del titolo assegnato alla città di Rossini (e non solo).
Comprensibile che l’assessore Granata e il Sindaco Italia – preso atto con rispetto ed equilibrio della decisione della Commissione nazionale – cercassero di rimotivare le persone presenti in sala, con l’obiettivo di mettere a frutto il lavoro progettuale messo nel Dossier, con l’annuncio di considerare il Comitato come l’organismo titolato, insediandolo come una sorta di “cabina di regia” finalizzata a costruire la “politica culturale” in modo stabile e dinamico in questo tempo a venire. Bene: potremmo dire! Di più, finalmente! Ma allora, dopo anni di insipienza, di pressappochismo, di approssimazione organizzativa e “occasionalismo culturale”, ci voleva Umberto Croppi per ricordarci opportunamente che il Ministero della Cultura, proprio alla luce della proficua mobilitazione di decine e decine di città italiane (Siracusa compresa) che nel 2013 avevano concorso al Bando per il titolo di “Capitale Europea della Cultura 2019” (vinto degnamente da Matera, mentre la prossima occasione del titolo di spettanza dell’Italia sarà nel 2033), aveva avuto il guizzo di ideare il concorso annuale per “Capitale Italiana della Cultura”, proprio al fine di stimolare una percorso “imitativo” tra medie e grandi città italiane poco propense a costruire “logiche di sistema” significative nel governo delle comunità. Fermo restando che lo sfondo ideativo della “logica” che aveva mosso il Ministero non era (né è) la mera misurazione quantitativa di “eventi culturali”, ma l’insediamento di una logica di governo sistemico del territorio urbano per incidere in tutti gli snodi – materiali e immateriali – di una comunità.
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Se vogliamo dirla tutta, risiedono proprio in questa differenza “strutturale” tra Pesaro e Siracusa le ragioni della scelta della Commissione incaricata di assegnare alla prima il titolo di “Capitale” per il 2024. Molte città piccole o medie – con un minor “passato” storico-archeologico rispetto a Siracusa – in questo decennio hanno capito proprio quest’esigenza, costruendo una “politica culturale” che ha saputo rispondere ad una duplice finalità:
A) una reale tessitura ideativa e di collaborazione tra l’Istituzione di governo e il vasto arcipelago delle realtà culturali;
B) l’obiettivo di profondo equilibrio territoriale tra le iniziative culturali e il “corpo urbano-sociale” della città (servizi; mobilità; trasporti; attività; eventi culturali, tessitura tra centro storico e periferie, ecc.), sì da offrire una “qualità della vita” di alto gradimento.
Siracusa, pur offrendo un “importante passato” ricco e stratificato – che va dai greci all’industrializzazione del secondo ‘900 – ha mostrato i limiti profondi nei punti A) e B), che rimandano a decenni di inadeguata amministrazione e che non potevano essere superati frettolosamente nel giro di due mesi.
Come noto, se dal 2015 in poi (1° anno del titolo italiano), si scelse di conferire il titolo di Capitale italiana della cultura a cinque città (Ravenna, Cagliari, Lecce, Perugia, e Siena), opportunamente a partire dal 2016 il titolo è andato ad una sola città (Mantova) – proprio per focalizzare un processo di valorizzazione su una sola città, anche a fini turistico-culturali –; poi nel 2017 a Pistoia; nel 2018 a Palermo – non assegnato nel 2019, in concomitanza col titolo europeo di Matera –; nel 2020/21 a Parma; nell’anno in corso a Procida; nel 2023 sarà la volta di Bergamo/Brescia (in cui è evidente il significato di un rilancio civile a seguito delle vittime e disastri del Covid). E nel 2024, nel concorso appena concluso, a Pesaro.
Procida
Ed allora chiediamoci: perché sono trascorsi inutilmente 5-6 anni senza il benché minimo tentativo da parte delle Istituzioni di governo di strutturare un «governo sistemico» della politica culturale? Perché il General intellect (il “cervello sociale”) della comunità si è lasciato deperire, o è stato lasciato naufragare nel suo consueto viatico individualistico, o nell’isolamento delle sue potenzialità creative, nonostante esprima vivacità, specialismi, competenze e “relazioni” con punti/luoghi alti e significativi della produzione e ricerca dei diversi ambiti e “linguaggi” culturali di respiro nazionale?
Speriamo che si sia compresa la lezione – pur se amaramente sembra che ad ogni tornante ci si trovi al punto di partenza: una sorta di “falso movimento” che spegne energie, disponibilità e competenze –, e vogliamo augurarci che d’ora in poi si stabilizzi la strada di un ragionamento comune sulla “politica culturale”, a partire da: un piano di risorse finanziarie; individuazione selettiva di progetti; definizione dei vettori più significativi del genius loci e dei canoni linguistico-culturali su cui puntare; riequilibrio tra Ortigia e altri quartieri; sedi e luoghi di fruizione della cultura – assegnando spazi culturali all’associazionismo culturale, attraverso convenzione con il Comune per una gestione in “autonomia” – ed altro ancora.
Qualche commento credo sia giusto verso alcuni “luoghi comuni” che hanno informato il giudizio critico sull’esperienza, che abbiamo dovuto leggere a seguito di questa vicenda della candidatura. Quello più patetico, segnato da un gretto sapore di provincialismo ed offensivo è stato quello espresso dal sindaco di Palazzolo, che ha accusato così l’intera Commissione di aver assegnato il titolo a Pesaro, visti i legami politici esistenti tra il sindaco della città e il Ministro Franceschini. Molti altri hanno sostenuto che Siracusa non doveva neppure partecipare al Bando, in ragione delle tante criticità civili e sociali o per le tante questioni irrisolte. Speculare a questi ultimi commenti sulla non partecipazione, un giudizio segnato da una sorta di aristocrazia impolitica, secondo cui Siracusa non doveva partecipare al Concorso perché, nonostante i suoi limiti strutturali di sporcizia, di disordine, di abusivismo e via dicendo, la fama della città è talmente imperitura, scolpita nei suoi canoni mitici e simbolici – da Archimede a S. Lucia, ecc. –, per cui non vale né valeva la pena abbassarsi a questi concorsi.
Ora, sorvolando sul fatto che lungo questo quindicennio, in termini di “luoghi comuni”, ce n’è voluto per sconfiggere quello tra i più patetici e volutamente capziosi, formulati dall’ex Ministro Tremonti, secondo il quale «con la cultura non si mangia!», e avendo dimostrato – ed essendocene finalmente tutti accorti – che la cultura, le attività culturali, l’ideazione e la promozione culturale sono in grado di accrescere la qualità della vita di un’intera comunità quando si sa costruire una forte sinergia tra Istituzioni e “specialismi”, ci preme ricordare che – ammettiamo per pura comodità d’esempio – già solo il riconoscimento del titolo apporterà alla città vincitrice, da parte del Ministero della Cultura, la cifra di 1 milione di euro, che diviso per i 12 mesi del 2024, significa una cifra di 83.000 mila euro al mese: che non sono mica bruscolini! Mettendo pure nel conto che il mero fatto stesso dell’assegnazione del titolo di “Capitale italiana della cultura” è un potentissimo veicolo comunicativo, simbolico e di intensificazione dell’immagine del luogo.
Ciò per dire che fare cultura “costa”, e che gli eventi culturali se pur necessariamente “costano”, sono anche in grado di moltiplicare le somme spese – come dimostrano i numerosi “Festival culturali” che da oltre un ventennio animano tante città italiane – da Mantova a Modena, da Genova a Ragusa (“A tutto volume”); da Pordenone, a Perugia a Trani, e così via, nei quali se si spende 100, vi è un ritorno (diretto o indotto) pari a 700. È una banalità dire che Siracusa deve darsi finalmente una seria politica di governo politico-amministrativo che sia all’altezza di risolvere problemi atavici di carattere strutturale che elevino la “qualità della vita” ed incidano contestualmente in un accresciuto livello di civismo sociale di diffusa responsabilità, fermo restando che alla politica, all’impegno e al compito del “politico” – ed anche nei ruoli politico-istituzionali di prestigio (a volte, neppure meritati!) – non servono enfatici proclami da “torre d’avorio” o dal sapore barocco che sembrano nascere da quella sorta di boria dei dotti, come l’avrebbe definita il grande Benedetto Croce. Ma anche questo è il segno di quello strano mix di consorterie e provincialismo che affetta Siracusa.

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