Per una volta, vorrei allontanare la vostra attenzione dai tempi cupi che stiamo vivendo, dalla guerra in Ucraina, dai rischi di una guerra nucleare, di un coinvolgimento più o meno diretto anche del nostro Paese.
Vi parlerò d’una “guerra”, una mia personalissima guerra, ma che è comune a tanti di noi, deprivati delle più elementari tutele della salute, vittime come siamo di strutture sanitarie inefficienti, se non addirittura inesistenti. E tutto ciò nonostante le lotte, le mobilitazioni, gli impegni strappati alle Istituzioni, alla Politica, ma ahimè sempre e comunque disattesi.
Ho lasciato da alcuni giorni l’ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda, un centro d’eccellenza come pochi in Italia, presso la cui U.O. di Chirurgia Epato-Bilio-Pancreatica, sono stato operato, il 17 febbraio scorso, dell’equipe del Dott. Girelli, per l’asportazione d’un tumore alla papilla di Vater, un intervento di Duodenocefalopancreasectomia con preservazione del piloro e colecistectomia, anastomosi, con tecnica robotica. Tutto perfettamente riuscito grazie alla perizia, all’alta specializzazione e alla tempestività dell’intervento. Delle nove ore e mezzo di intervento ricordo solo l’ingresso in camera operatoria, i primi istanti di colloquio con gli anestesisti, l’ambiente operatorio assolutamente avveniristico con ben otto postazioni operatorie, dotate delle più moderne attrezzature, capaci di operare in simultanea, e successivamente il risveglio in una camera di terapia intensiva, dove sono stato monitorato per ventiquattro ore da medici e infermieri eccezionali, camera in cui avevo persino la televisione per distrarmi. Successivamente sono stato portato in reparto dove ho avuto modo di stupirmi (dirò poi perché) e apprezzare l’assoluta dedizione, professionalità, sensibilità, empatia, risposte tempestive di tutto il personale: chirurghi, infermieri (giovani, ben motivati, laureati) dediti al “lavoro” senza se e senza ma, 24/h, operatori sanitari a vario titolo, la cui gentilezza è stata una carezza continua capace di farti superare i momenti più difficili. Il tutto in una struttura moderna e razionale: camere ampie e a due posti, con televisione, wifi e bagno ampio e pulito (più volte al giorno), cambio della biancheria del letto quotidiana (!), vitto servito in piatti di ceramica, dotati ciascuno di cloche, posate d’acciaio inox.
Potrei continuare ma preferisco fermarmi qui ed aprire le pagine dolorose della sanità siciliana e siracusana in particolare. Prima di recarmi a Peschiera del Garda sono stato ricoverato dal 3 gennaio al 2 febbraio presso la Divisione di chirurgia generale dell’Ospedale Umberto I di Siracusa. Questa la cronologia degli eventi: 11 giorni per fare la TAC, 18 giorni per fare la RSM addome, 19° giorno ERCP; tempi assolutamente ingiustificabili, anche perché nel frattempo non si decideva il da farsi. Reparto al di sotto dei criteri standard per pulizia, organizzazione, confort (vetri rotti alle finestre), bagni (6) collettivi di cui alcuni impraticabili, una sola doccia impraticabile, personale infermieristico insufficiente e demotivato, tempi di risposta alle chiamate lunghi, operatori sanitari e ausiliari senza alcuna qualificazione, cambio della biancheria del letto solo due volte e su richiesta pressante, vitto di qualità scadente servito in piattini di plastica sigillati, spesso freddo, con posate di plastica che si rompevano al primo uso.
E at last but not least medici assolutamente ermetici, incapaci di parlare con i pazienti, di chiarire i dubbi, le ansie di ciascuno. Prova ne sia il fatto che quando ho deciso di lasciare volontariamente l’ospedale, visto il perdurare di questa situazione di stallo, di indecisione sul da farsi, per loro è stata quasi una liberazione.
Questi i fatti, nudi e crudi. Questo lo stato del nostro servizio sanitario regionale, dove certamente non mancano le professionalità, le competenze, ma in cui le pesanti ipoteche, indebite pressioni di natura politica-clientelare, non consentono che esse emergano; dove i numeri degli addetti sono insufficienti, dove le strutture andrebbero urgentemente rase al suolo e costruite ex-novo, dove lo spreco di risorse finanziarie grida vendetta, dove un gruppo di gestione politico-amministrativo a livello territoriale è assolutamente inadeguato e andrebbe accompagnato alla porta, dove chi non ha i mezzi e le opportunità che ho avuto io è destinato a rischi tremendi.
E mi chiedo, e vi chiedo, scusandomi per la lunghezza della mia testimonianza, se non sia urgente e necessario aprire una forte campagna di mobilitazione perché la nostra regione, provincia abbia finalmente strutture sanitarie all’altezza dei tempi.
Sento parlare adesso di “ospedali di comunità” come qualcosa di avveniristico, almeno così vengono presentati da politici nostrani usi ad essere pifferai magici, imbonitori di bassa lega. Ma di cosa stiamo parlando?
Qui c’è da mettere mano ad una politica riformatrice capace di garantire le più elementari tutele di carattere sanitario a tutti. E bisogna farlo urgentemente. Subito.

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