Dobbiamo intenderci quando in merito alle istanze di una libera creatività della cultura – delle sue forme e dei suoi linguaggi – si vuole affacciare l’ipotesi di un ruolo dell’azione politica. Se, pertanto, indichiamo l’idea e la legittimità di una “politica culturale”, è bene sgombrare subito il campo da un equivoco: quello di una sorta di “dirigismo politico” sulle libere espressioni della cultura in ogni loro libera vocazione e sperimentazione, quasi che possano o debbano essere le Istituzioni pubbliche a “dettare”, dall’alto del loro ruolo politico, al vasto mondo culturale (Scuole, Biblioteche, Enti ed operatori culturali, gruppi teatrali, associazioni, musicisti, artisti, intellettuali, librerie, centri sociali e gruppi vari, ecc.) gli indirizzi e le linee dei diversi “linguaggi culturali” e delle iniziative ed attività rivolte ai cittadini.
Lungi da noi – e da chiunque – simili pretese paternalistiche! Al tempo stesso, sarebbe totalmente riduttivo immaginare che il ruolo di un Comune debba limitarsi ad assicurare al vasto “mondo culturale” servizi, sedi e strutture per facilitare e favorire la realizzazione delle tante attività culturali che, molto spesso, si reggono sul volontariato diffuso di decine e centinaia di persone. Questo compito è necessario ed urgente, ma non basta a delineare cos’è e quale può essere una “politica culturale”!
Ecco, pertanto, che il senso, alto e qualificato, di “politica culturale” va declinato indicando quelle che dovrebbero essere le sue finalità, che sono quelle di un’azione politica rivolta ad elevare, a far crescere il punto medio di competenza intellettuale e valoriale dei cittadini e di una comunità. Ed è proprio la relazione necessaria e irrinunciabile dei due termini – “cittadini e comunità”: entrambi soggetti di riferimento di questa finalità! – ad indicare e a scandire, come è ovvio, come solo la congiunzione di questa finalità sia in grado di ritessere ed alimentare quel “legame sociale” che si regge ed ha come sfondo sia il potenziamento della libera autonomia delle istanze culturali di ogni singolo individuo, sia il potenziamento e la crescita della dimensione civile e valoriale della comunità. Senza questa “doppia finalità”, il rischio è il fallimento di entrambi: la frammentazione individualistica e il deperimento comunitario!
Pertanto, è solo dall’affermarsi di una “strategia sistemica”, che dia vita ad uno stabile organismo collettivo, agile ed aperto, costituito dal livello istituzionale e da competenze reali del settore “culturale” della città – che avvii un confronto sul corpo sociale e sul tessuto urbano, sulle domande sociali e culturali e sulle necessità civili – che può consolidarsi la costruzione di una “politica culturale” all’altezza delle finalità sopra indicate. Vi è resistenza da parte degli assessorati alla cultura dei Comuni ad agire così. Non si comprende, peraltro, come la stessa idea del Bando “Capitale italiana della cultura” sia nata proprio per stimolare una “logica di sistema” nei territori, vale a dire la necessità di strutturare un metodo di collaborazione progettuale tra l’Istituzione capofila delle città e il vasto arcipelago delle realtà socio-culturali, che guardi alla “ideazione culturale” (ed alle risorse finanziarie necessarie a tale fine) non come ad una istanza effimera, bensì come un modello strategico stabile che si misuri sulle dinamiche del plesso “cittadini-comunità”, dentro cui “cultura” vale come istanza di libertà individuale e socializzazione civile.
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Non sembri adesso un “corto circuito” se, fatte queste premesse – più che metodologiche, politico-culturali! –, proviamo ad entrare subito in media res: sulla “cosa” molto più concreta che intendiamo mettere in questione, per aprire una riflessione. Le premesse di cui sopra ci portano ad affermare senza alcun dubbio che una seria, democratica, apprezzabile “politica culturale” – degna di questo nome –, la città di Siracusa non l’ha mai avuta, promossa, e realizzata. Di più, neppure tentata! E ci riferiamo espressamente alle Istituzioni politiche del territorio: il Comune e la Provincia regionale (sorvoliamo su quest’ultimo Ente per lo stato misero in cui è stato ridotto negli anni). Per restare al Comune di Siracusa, e sorvolando sui decenni trascorsi, ci limitiamo a quest’ultimo decennio, ed è una ovvietà affermare che una “politica culturale” all’altezza delle esigenze indicate nella nostra premessa non l’abbiamo vista all’opera né nella Giunta Garozzo, né nel corso dell’attuale Amministrazione comunale.
Certo che, in questo decennio, il “variegato arcipelago” di quanti (associati o singoli operatori culturali) praticano e svolgono attività creative in ambito culturale nei diversi “linguaggi” (arte, musica, libri, convegnistica, teatro, ecc.) ha operato in autonomia o anche relazionandosi con il Comune, tuttavia resta il fatto che il compito precipuo di una “politica culturale” resta in carico a chi governa istituzionalmente il settore: la Giunta e l’assessorato alla cultura! E se indichiamo qualche iniziativa realizzata in questi anni, col carattere di “evento culturale”, resta il fatto che tra queste – penso a Ortigia Film Festival – è frutto di ideazione autonoma e consolidata con legami esterni alla dimensione cittadina, mentre (pur in tono minore) qualche altra, come il “Premio Elio Vittorini”, costituisce il rilancio di un’iniziativa nata decenni fa, legando il vettore culturale letteratura/libri/scuola/editoria al nome dello straordinario intellettuale siracusano. Così come, gli eventi dell’Inda hanno scaturigine e proiezione internazionale totalmente autonoma, espressione di una suggestione creatrice davvero ineguagliabile nella cultura europea del ‘900, al punto da meritare il prossimo capoverso.
Quando nei primi decenni del ‘900 – il 1913-1914 segna la vigilia della “grande guerra” – la cultura europea era segnata dalla contrapposizione “etico-valoriale” tra Kultur, da una parte, e Zivilisation, dall’altra – semplificando molto: il primo termine, teso a significare uno sguardo ‘nostalgico’ ai valori spirituali in via di dissolvimento; il secondo, espressivo dei processi di accelerazione sociale, in un mondo esposto al primato di “forme di razionalizzazione”, nella temperie di un capitalismo inarrestabile –, la straordinaria intuizione di Tommaso Gargallo e del gruppo di personalità che lo affiancarono fu quella di saper giocare, con la creazione dell’IDA (che diventerà INDA: Ist. ‘Nazionale’ del Dramma Antico, sotto il fascismo), il volto più suggestivo e potente del “genius loci” di Siracusa, ponendo le basi per fare della città il luogo ideale nell’ideazione di un paradigma culturale che uscisse fuori dalla contrapposizione tra Kultur e Zivilisation. Così, la “grecità” fondativa dell’Occidente veniva rivisitata nell’epoca moderna, nel suo luogo d’eccellenza – Siracusa e il Teatro greco –, proiettando la città nella scena internazionale. Le Rappresentazioni classiche riproponevano, all’Europa in guerra, la domanda permanente sulla condizione umana, che solo il mito, la filosofia e la tragedia potevano esprimere. Potremmo dire, visto il tema in discussione, un “esempio di scuola”: più “politica culturale” di questa!!
Certo, nessuno intende qui equiparare l’unicum inimitabile racchiuso nella potenza evocativa del senso eterno delle Tragedie greche a paradigma semplice di una politica culturale nella nostra attualità – difficile, se non impossibile, riproporre o eguagliare con un’altra inventio culturale il potente canone dell’Inda. Ma qui potremmo finire e chiudere l’intervento, visto che non serve suggerire o indicare nient’altro! Ma se sosteniamo che da quella vicenda ineguagliabile del 1914, l’idea di una “politica culturale” all’altezza della sua vocazione dovrebbe o potrebbe venir fuori da sola, per analogia, anche per gli amministratori dell’oggi, è perché riteniamo che solo una reale apertura e una vera tensione ideale nella costruzione e stabilizzazione di una “logica di sistema” nel governo del settore suggerisce a tutti noi – innanzitutto all’Amministrazione comunale! – che è tempo di porre fine ad ogni approssimazione organizzativa, chiudere con l’effimero e “l’occasionalismo culturale”, con iniziative calate dall’alto, per dare vita ad una «cabina di regia seria, permanente e strutturata», plurale, ricca di differenze e specialismi interni ai diversi “linguaggi culturali” presenti in città, dentro cui condividere in trasparenza il bilancio annuo dell’Assessorato alla cultura, finalizzandolo a eventi ed iniziative che puntino ad «elevare, a far crescere il punto medio di competenza intellettuale e valoriale dei cittadini e di una comunità»: una finalità, quest’ultima, che continua ad essere elusa. Nessuno intende pietire piccoli contributi per la propria iniziativa, così come non serve neppure convocare gli Stati generali della cultura come abbellimento posticcio o retorica politica. Si tratta di chiamare il “general intellect” della cultura cittadina ad un confronto aperto e permanente.
Ultimo auspicio: ci auguriamo che, nel mese di marzo 2022, possa essere la nostra città ad essere scelta dalla Commissione ministeriale istituita a Roma quale “Città capitale italiana della cultura del 2024.

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