Non sappiamo se esista o a che punto di rielaborazione sia il progetto di rigenerazione dell’ampia area circostante la Stazione fino a comprendere il Ginnasio Romano e l’ex Idroscalo. Sappiamo, ma solo per lo scarno racconto dell’ingegnere Massimo Riili, di un accordo di massima tra Ance, Comune di Siracusa (con l’apporto del professore universitario Luigi Alini) e Ferrovie dello Stato – “già disponibile a cedere aree e/o immobili” secondo quanto dichiarato dal sindaco Francesco Italia che prospetta per questo mese un “protocollo d’intesa” -.
Aspettiamo di saperne di più, di capire di cosa si tratti, di conoscere la reale portata di un’iniziativa attesa da decenni dall’intera città. Un’area dall’eccezionale potenzialità e ricchezza, ma di estrema fragilità potrebbe essere finalmente reinserita nel tessuto urbanistico, portare un enorme valore aggiunto alla città sotto molteplici punti di vista. E così la impariamo a conoscere, iniziando dalle sue valenze archeologiche, grazie alla dottoressa Beatrice Basile, già Soprintendente ai Beni Culturali di Siracusa.
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Dottoressa Basile, si parla molto, in questi giorni, della richiesta di restituzione alla città dell’area dell’idroscalo e di progettati e non meglio conosciuti interventi di riqualificazione nell’area di Viale Ermocrate. Può dirci quali sono le valenze archeologiche di quelle aree?
Io credo che se si chiedesse a un qualunque cittadino che cosa di archeologico vi sia nella zona meridionale della città, nell’area compresa, grosso modo, fra la stazione e i Pantanelli, l’unica cosa che gli verrebbe in mente sarebbe il Ginnasio Romano. La realtà è più complessa. In età greca, molto più di oggi, quella era un’area di primaria importanza per la città antica; era il punto di contatto fra l’abitato e la parte più significativa del suo territorio, quella più fertile, da cui traeva la sua ricchezza agricola, e quella più strategica, dove era puntata, fin dalle prime fasi di vita della colonia, la sua direttrice di espansione, verso l‘interno (Akrai) e lungo la costa meridionale (Eloro e Camarina). Era qui che si sviluppava, a partire dall’età arcaica fino a quella romana, la più estesa delle necropoli, lungo le strade che, in uso anch’esse attraverso molti secoli, collegavano l’abitato con il territorio; ed è qui che gli scavi, già a partire dai primi decenni del Novecento, hanno accertato gli indizi, fin dall’età arcaica, della presenza di diverse aree sacre. Il cosiddetto Ginnasio Romano, monumento complesso e ancora da indagare compiutamente, con le sue fasi di vita che vanno dall’età ellenistica fino a quella imperiale romana, è solo uno dei monumenti che insistevano in quella zona. Guardiamo un attimo l’area a volo d’uccello, partendo da sud. L’area del Ginnasio Romano confina a nord con la zona della stazione – zona in cui è presente un’ampia strada antica est/ovest, oggi coperta, con vasti lembi di abitato ancora visibili ma normalmente sommersi dalle erbacce – che la separa dalla vasta area limitrofa a piazza Adda. Che è un’altra zona monumentale, come dimostrano il tempio e il monumento circolare ivi rinvenuti, oggi praticamente invisibili per il ben noto problema dell’acqua stagnante. Viale Paolo Orsi è la frattura che separa quest’area monumentale da quella della Neapolis, e che ci impedisce di percepire con immediatezza la continuità fisica e funzionale del luogo in antico; di capire, cioè, che i monumenti della Neapolis si estendono anche a sud del viale. In buona sostanza, tutta la fascia che va dal teatro greco al Ginnasio Romano è una vasta, ricca e in gran parte ancora ignota area archeologica che racchiude una parte rilevante della storia della città. E subito accanto a quest’area, tra l’Anapo le saline e il Plemmirio, si apre un paesaggio che è ancora intriso di storia e mito e di ambienti naturali affascinanti. Davvero poche città possono vantare tanto ben di Dio in uno spazio simile.
Alla luce di quanto da Lei detto, quale dovrebbe essere, sotto il profilo archeologico, il segno di un intervento urbanistico nell’area compresa fra Viale Ermocrate, l’idroscalo e i Pantanelli?
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Secondo la mia modesta opinione, occorrerebbe anzitutto una progettazione urbanistica di alto profilo e di elevata complessità, sorretta dalle competenze di un team interdisciplinare, che si proponga di esaltare e far dialogare le straordinarie e complesse valenze di un’area che è al contempo un parco archeologico diffuso, un’area naturalistica di pregio e uno straordinario paesaggio. Sotto il profilo archeologico, l’intervento dovrebbe, io credo, proporsi di ripristinare un continuum di percezione che colleghi, non solo topograficamente ma in una forma di agevole comprensione storica, le realtà spezzettate del tessuto urbano antico, dal cuore di Piazza Duomo fino all’Olympieion, ridisegnando il paesaggio archeologico urbano, oggi fisicamente frammentato ma concettualmente riconducibile ad unità attraverso interventi di natura urbanistica. Non si tratta soltanto di creare una bella piazza davanti alla stazione con vista sul Ginnasio Romano, o di far riemergere dalle acque il monumento circolare; ci sta, ovviamente, ma l’operazione è più complessa. Si tratta anzitutto di prevedere, preliminarmente allo stesso progetto, e con la messa in campo di risorse e competenze adeguate, l’esplorazione completa di tutte le aree ancora libere e di quelle su cui insistono le costruzioni da demolire (si tratta spesso di capannoni o baracche le cui fondazioni hanno intaccato di poco lo strato archeologico, rimasto quasi intatto); poi di costruire il sistema di collegamento fra gli elementi che per la loro significatività dovranno rimanere a vista, sia quelli già esistenti che quelli eventualmente emersi dalle esplorazioni; e successivamente definire l’intervento urbanistico sotto tutti gli altri profili. Un’operazione di questo genere – tanto più se inserita in un più ampio progetto di waterfront, che si estenda fino al Plemmyrion, inglobando e valorizzando i rilevantissimi valori naturalistici e di paesaggio antico (il Ciane, l’Anapo, lo stesso intero promontorio che costituisce parte integrante del porto, e quindi della città) – potrebbe pienamente rispondere allo spirito che informa la normativa del parco e potrebbe a buon diritto invocare un affinamento della normativa oggi esistente. Questo, ovviamente, laddove una strategia di ampio respiro ritenga di fondare, seriamente e non a parole, la riqualificazione funzionale ed urbanistica di quella parte della città sul riconoscimento dei suoi valori più tipici, esclusivi ed attrattivi: quello archeologico e quello paesaggistico. Se invece si intende per riqualificazione semplicemente una ristrutturazione di spazi e volumi finalizzata alla solita speculazione edilizia… è tutto un altro paio di maniche.

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