Non so a che ora io sia andata a letto, ieri, forse prima della mezzanotte: 31 Dicembre 2021, un anno che mi lascia più sola, orfana di genitori e figlia del dolore. Ho pensato a questo mentre mi trascinavo a letto, rimasti in quattro, causa quarantena cautelativa, a festeggiare quest’anno che viene, alla ricerca di un riposo necessario e una pausa agognata da giornate sempre uguali, alimentate da stress e affanno, soffocate da burocrazia e gincane a schivare il covid, oppresse da conflittualità inutile e deliri pericolosi.
C’è uno strano silenzio fuori, forse molti stanno ancora dormendo, altri stringono tra le dita una tazza di caffè fumante, altri ancora corrono lungo la pista ciclabile con il rumore del mare negli occhi.
Due anni che sembrano dieci, cento, mille. Dieci per tutto quello che ha sottratto e che non tornerà indietro, cento per la lentezza del tempo che sembra un nastro riavvolto su se stesso, mille per il ritorno al medioevo della ragione.
C’è uno strano silenzio questa mattina, e non so ancora se è un mattino che ha l’oro in bocca o piuttosto il piombo.
Decido di uscire e camminare lentamente, ma dopo pochi passi, non capisco. Sono tutti senza mascherina, tanti seduti al bar, nessuno che mostra il proprio telefono ad altri telefonini, nessun bit. Niente.
Incontro alcuni colleghi, che mi augurano un 2022 pieno di sole e bellezza, abbracciandomi e baciandomi. Mi guardano straniti, nessuno osa chiedermi perché tengo una mascherina a coprire naso e bocca o perché tenti di schivare i loro abbracci. Mi chiedono, non senza un filo di preoccupazione, se sto bene, se sto già per andare ad Ortigia per partecipare all’evento tanto atteso, il teatro come un reality, dove il pubblico vota in streaming col cellulare e decide la trama. Mi ritrovo dentro una scuola, la mia, dove mi lasciano sedere tra i banchi, mentre qualcuno entra in aula e chiede se la trama scelta va bene. E mi accorgo solo in quel momento che ad entrare in aula sono sempre io, mentre mi osservo seduta all’ultimo banco, e vedo me con mascherina, trafelata, a dare disposizioni e ad usare incessantemente un cellulare che mi aiuti a risolvere l’ennesima emergenza.
Mi sveglio, di soprassalto, sudata ed esausta.
Oggi, I Gennaio 2022, odore di caffè e sole oltre le imposte. Tento di calmarmi e decido di uscire dal cancello. Esco: hanno tutti, o quasi, la mascherina, parlano dell’epidemia che non accenna a fare marcia indietro, la pista ciclabile risuona delle voci di bambini, il mare canta come ogni giorno, la luce abbaglia, il telefono squilla, l’ennesima quarantena va comunicata al Centro Covid, la strada ha le solite buche, le facciate dei palazzi le solite crepe, alcuni il solito sguardo frustrato e inebetito mentre parlano della Norimberga dei nostri tempi, le chat risuonano del solito niente, per il reality di oggi non c’è bisogno di scegliere la sceneggiatura, è già tutto scritto.
Per fortuna, è sempre tutto uguale, anche oggi. Mi sento quasi sollevata.
Buon anno, mi grida qualcuno da lontano: non vedo nessuno, ma riconosco la voce, mai così lontana e mai così vicina.
Buon viaggio, rispondo. E datemi un occhio da lassù, ogni tanto, che la cecità che avanza mi fa paura.
Posso tornare a casa tranquilla, adesso.
Buon 2022, a tutti

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