Cambiamento climatico e inadeguatezza delle città

Diciamolo: l’Urbanistica, ormai da tempo non gode di buona salute. Abbiamo constatato, ahimè, che gli strumenti normativi tradizionali per la pianificazione sono rimasti solo pie illusioni, le leggi urbanistiche, almeno in Sicilia, chimere nonostante proclami decennali. Nel frattempo il territorio e le città affrontano senza strumenti le alluvioni, il cambiamento climatico, la siccità. Sono solo di poche ore fa le immagini che ci mostrano città devastate, allagate in preda alla furia violenta di una natura che abbiamo armato noi. Allora che senso ha continuare ancora a rimanere con la testa sotto la sabbia per non vedere che non abbiamo strumenti adeguati e anche se li avessimo, normativamente parlando, non sarebbero adeguati di fatto all’enormità dei fenomeni sempre più intensi? Che senso ha continuare a sperare in un piano regolatore che sappiamo avere dei tempi elefantiaci assolutamente incompatibili con le reali esigenze delle città e dei territori? In 48 ore probabilmente sarà caduta la stessa quantità di pioggia di equivalenti sei mesi e questo ci pone davanti a un problema enorme che non tiene conto della nostra inadeguatezza o di quella dei nostri strumenti, ma che va affrontato o ne saremo letteralmente sommersi.

       

Proviamo a sintetizzare i punti principali del problema:

  • La ridottissima permeabilità delle città affidata solo ai sempre più esigui spazi verdi, non può far fronte alla enorme quantità di acqua piovana che si concentra in pochissimo tempo a causa del cambiamento climatico e dell’intensità dei fenomeni meteorologici;
  • Dall’altro lato un impoverimento sempre maggiore delle falde freatiche del sottosuolo ci costringerà a fare i conti con sempre più severe situazioni, in cui l’acqua sarà un bene sempre più prezioso e meno disponibile;
  • La crescita delle città in maniera assolutamente disgiunta sia dalla conoscenza e dalla consapevolezza dei regimi idrici superficiali e sotterranei sui quali è costruita la stessa, inevitabilmente ha portato a situazioni di grave criticità. Laddove gli stessi toponimi suggerivano una saggezza antica che identificava paludi, acquitrini, fiumi e torrenti, non ce ne siamo minimamente curati e abbiamo allegramente costruito con il risultato di avere aggravato follemente gli effetti del clima alterato.

Ora se è vero che tutto ciò richiederebbe poderosi interventi di riqualificazione ambientale dei tessuti urbani che in linea teorica potrebbero ben essere affidati a un PNNR, è anche vero che non possiamo solo sperare che ciò avvenga ma darci da fare e agire da subito. Possiamo quindi tracciare alcune best practices e azioni immediate.

La prima azione è quella di aumentare la permeabilità degli spazi pubblici e privati soprattutto all’interno dei luoghi urbani che sono i più impermeabilizzati in assoluto. Come si fa? In parole povere si toglie asfalto e cemento, si recupera il suolo facendo di nuovo respirare il suolo urbano e si piantano alberi, cespugli, arbusti, fiori e bulbi. Quest’operazione, se è ottima per tutte le parti della città, è indispensabile per quelle in cui si raccoglie la maggior parte delle acque e che è semplicemente rinvenibile attraverso i rilievi dell’idrografia e dell’orografia. In tal senso sono una grande invenzione i Rain Garden, che per la loro natura non richiedono estensioni prefissate, ma possono essere realizzati trasformando spazi di qualsiasi dimensione urbana in giardini della pioggia, cioè spazi che intercettano e assorbono le acque meteoriche impedendone così l’accumulo enorme e il conseguente deflusso. Le aiuole, le rotonde stradali, gli spartitraffico, e tutte le aree che possono contribuire ad un efficace assorbimento dei flussi idrici, sono ottimi allo scopo. Realizzare un Rain Garden non richiede grandi impieghi di capitali, bensì la consapevolezza di quali siano i problemi e la necessaria conoscenza e cultura per affrontarli. Ora mi direte che i bilanci comunali sono sempre rosso, ma io vi risponderò che è solo una questione di priorità e di volontà, nel senso che bisogna stabilire quali sono le opere prioritarie, e, credetemi, ce ne sono molte che non solo non lo sono ma sono anche inutili e alcune anche dannose, E altre potrebbero essere realizzate con un minor dispendio economico a vantaggi di queste.

Per gli interventi privati, ci sono molti modi per arrivare all’obiettivo se questo è veramente voluto dalle Amministrazioni: incentivi che possono essere di vario tipo, fiscali, ma anche culturali, così come esistono anche i dis-incentivi, cioè gli incentivi al contrario: è solo una questione di scelte e di effettiva volontà di compiere le azioni che portano al l’obiettivo prefissato.

In ogni caso oggi è fondamentale agire con altri strumenti, più fluidi e adatti alla rigenerazione urbana, dove il verde assume un ruolo fondamentale, una componente eco-sistemica di sperimentazione di progetti e piani intesi come cura per il tessuto urbano ed ambientale deteriorato. Tutto ciò non può essere solo opera del pubblico perché richiede la collaborazione attiva sociale degli abitanti: e una utopia pensare che si possa agire come è stato nei tempi passati con la rigidità dei ruoli e la separazione fra pubblico e privato. Ecco che il Social Green Planning, la Creative City, solo per citare alcune forme di collaborazione e partenariato fra enti e cittadini, sono in grado di innescare processi rapidi di progetti e piani intesi come cura per il tessuto urbano e ambientale deteriorato e contemporaneamente, grazie ai nuovi strumenti, la componente sociale e quella eco-sistemica diventano fattori di spinta del cambiamento in cui gli stessi residenti sono protagonisti e innovatori. Il verde non è più uno standard ma un essere vivente strutturale e necessario per il processo di rigenerazione, e le nature base solution, la depermeabilizzazione dei suoli, la capacità di trattenere l’acqua, depurandola e facendola fluire nelle falde, sono strumenti centrali e strategici per la salute delle persone e per quella degli ecosistemi in cui esse vivono.

 

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