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Un’esplosione per la nostra realtà tanto chiusa e provinciale è avvenuta. A don Palmiro Prisutto è stato riconosciuto il premio annuale per i diritti umani che, per il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, assegna il comitato interministeriale a chi si sia contraddistinto, con varie modalità d’intervento, nella tutela e promozione dei diritti umani. È una bella soddisfazione per un uomo che da anni è in trincea con lotte e denunce nei confronti delle grandi imprese petrolchimiche della zona che hanno deturpano il paesaggio, inquinato menti e vite, portato malformazioni anche per i prossimi nascituri. Lo è per un sacerdote che segue da sempre ciò che il Vangelo annuncia: la buona novella, la creazione di un mondo diverso, migliore. È ciò che Gesù ha chiesto per una vita giusta, libera dalla schiavitù del denaro, anche di quello che si fa provocando morti per l’inquinamento.
La stessa strada indicata da papa Francesco a partire dall’enciclica Laudato si,’ e sempre dopo di essa. Potrebbe un sacerdote come don Palmiro macchiarsi di delitti tali da portarlo davanti al Tribunale ecclesiastico come proposta dal nuovo arcivescovo Francesco Lomanto? E ancor prima di ogni processo venir deposto da arciprete alla chiesa madre di Augusta per essere inviato in una chiesetta fuori Augusta, quella dell’Adonai, luogo di grande simbolo dato che divenne rifugio e luogo di culto dei cristiani perseguitati? Adesso, quando le autorità ecclesiastiche verranno informate di tale riconoscimento, in quale data lo convocheranno? Nel frattempo un Comitato d’onore, composto da importanti personalità accademiche, istituzionali e della società civile lo aspettano il 10 dicembre all’Ara Pacis per la premiazione.

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