Piante invasive: l’allarme del paesaggista Nino Attardo. Tra le emergenze la Latomia dei Cappuccini

È uno di quegli appuntamenti che periodicamente tornano alla nostra attenzione, con l’amara constatazione che poco si è fatto e che quindi la situazione è peggiorata, e continuerà a peggiorare perché sperare nell’intervento delle pubbliche amministrazioni è mera utopia.

Le specie esotiche invasive non solo si propagano ovunque in maniera incontrollata ma aumentano di varietà anno dopo anno e per di più, invece di essere contrastate, vengono introdotte (e protette) non solo dai privati spesso inconsapevoli dei danni, o semplicemente ad essi incuranti, ma dagli stessi pubblici uffici. Si perdono, anno dopo anno, ettari del nostro paesaggio naturale autoctono e con esso naturalmente parte importante della nostra identità.

Qualsiasi piano di progettazione e gestione di spazi verdi (aree boscate, parchi, giardini storici, riserve naturali, zone archeologiche, ecc.) non può che partire dallo status quo, dalla conoscenza del cosiddetto biodeterioramento, il degrado ambientale determinato anche da specie vegetali invasive – spiega il dottore Nino attardo, agronomo, paesaggista, già dirigente regionale -. Tutti i vegetali, specie quelli infestanti, e in particolare le piante arbustive e arboree, oltre ai danni di tipo chimico, lì dove attecchiscono possono causare danni molto rilevanti di tipo fisico-meccanico, con l’emissione di particolari acidi, che riescono a solubilizzare anche rocce molto compatte, e con l’estensione e lignificazione delle radici in grado, con il tempo, di spaccare le rocce provocando spesso il dissesto di superfici più o meno notevoli. Ovviamente, poi, la presenza di una vegetazione invasiva nelle aree archeologiche, nei monumenti o sui manufatti di interesse storico-artistico, pone degli evidenti problemi di conservazione e restauro”.

Si tratta di specie vegetali importate in passato anche per sfruttare il loro rapido accrescimento (poi sfuggito al controllo) o anche di recente impianto. Oggi, per esempio, c’è la “moda” del bambù, pianta decisamente infestante, che rischia di mettere a repentaglio il nostro ecosistema ed è pericoloso per la biodiversità, per il suolo e il paesaggio.

“Quando abbiamo lanciato l’allarme vent’anni fa (nel corso di una conferenza sulla flora dell’Alta Valle dell’Anapo) già occorreva intervenire con urgenza.  Piante come l’Ailanthus altissima, la Robinia pseudoacacia, l’Acacia horrida, l’Acacia saligna e altre si diffondono rapidamente qui in Sicilia per la loro capacità di emettere polloni radicali e per il loro potere di disseminazione. Anche minuscoli frammenti di radice si rigenerano in nuove piante. Si tratta di piante che certamente hanno, e hanno avuto, una loro utilità che però andrebbe confrontata con i potenziali danni.

L’Ailanto, l’albero del cielo o degli dei, di origine cinese, è stato usato per il rivestimento di pendici detritiche perché si propaga rapidamente sui terreni di scarico o abbandonati ma oggi lo troviamo nel territorio di Buscemi-Palazzolo Acreide in zone agricole lungo il corso del fiume a breve distanza dalla riserva naturale di Pantalica, in contrada Rinaura a meno di 500 metri in linea d’aria dai resti del Tempio di Giove e dalla Riserva naturale Ciane-Saline: un’unica fitta e impenetrabile boscaglia di oltre 1500 mq.

La Robinia, diffusa allo stato spontaneo nell’America centrale e settentrionale, è estremamente prolifica e per questo utilissima nel consolidamento delle scarpate, è considerata pianta da giardino per l’abbondante fioritura ma, laddove la sua presenza è massiccia, il sottobosco erbaceo viene sconvolto, spariscono i fiori più vistosi e ricchi di nettare e con essi gli insetti ad essi legati e, via via, in una rovinosa concatenazione, gli uccelli insettivori, rettili e anfibi e così i loro predatori. Imponente diventa così la banalizzazione dell’ecosistema. Nel territorio siracusano costituisce l’alberatura della Maremonti e di alcuni viali cittadini (viale Teocrito e Tica).

Il Tabacco arbustivo, del SudAmerica, e l’Acacia spinosa del Sud africa sono nel Parco Archeologico della Neapolis e nella Riserva Naturale del fiume Ciane; il gelso della Cina si trova sull’altopiano ibleo a pochi chilometri da Pantalica e dalla Riserva Naturale dell’Anapo.

Ma tra tutte le emergenze, in testa è la Latomia dei Cappuccini, sito sempre più compromesso: il più antico giardino pubblico di Siracusa è minacciato dall’Ailanto che mina la staticità stessa delle alte pareti rocciose. Venti anni fa stigmatizzavo uno degli ultimi interventi di manutenzione straordinaria alla vegetazione nella Latomia, eseguita da operatori e ditte assolutamente incompetenti come quelli che ancora operano sul patrimonio pubblico con assoluta incoscienza tecnica e la massima impunità, certo senza conoscere le leggi nazionali, invidiate in tutto il mondo, che tutelano i beni culturali e ambientali. Della vegetazione descritta in letteratura o narrata e pittorescamente illustrata dai viaggiatori stranierei oggi, nella Latomia, non resta che poco a dimostrazione che nessuno studio preliminare o progetto di restauro conservativo è mai stato redatto per una corretta manutenzione contravvenendo così alle più basilari norme in tema di salvaguardia del patrimonio storico e artistico raccolte nella nota Carta dei Giardini storici di Firenze del 1981”.

E oggi, come accennato, un altro pericolo ci sovrasta: il bambù gigante, che si espande attraverso fusti sotterranei striscianti (i rizomi) in grado di superare ostacoli e dar vita a nuove piante. “In molti Paesi è stato documentato che la recente introduzione della coltivazione industriale del bambù sta portando alla perdita della flora e fauna spontanee e che la sua invasione può modificare i cicli dell’acqua e dei nutrienti del suolo, portare a perdita di qualità dei terreni agricoli e persino causare rischio idrogeologico” hanno lamentato alcuni studiosi, tant’è che, ad esempio, la Giunta della Lombardia ha inserito tutte le specie di bambù nella “Lista nera delle specie alloctone animali e vegetali oggetto di monitoraggio, contenimento o eradicazione”. Indispensabile quindi per fermarne impianti incontrollati una valutazione di compatibilità ambientale.

“Un altro problema – conclude Attardo – è rappresentato dalla diffusione di coltivazioni per biomassa come la Paulonia che, se sfugge dall’ambito agricolo, può diventare una specie invasiva. Una specie ornamentale da giardino arbustiva è la coloratissima Lantana camara divenuta invasiva per esempio nella riserva delle saline di Priolo dove sta arrecando danni alla vegetazione naturale”.

E anche sulle strade cresce la temibile Acacia spinosa: un cittadino, Pippo Di Giorgio, ne segnala la presenza su via Agnello. “La panoramica sul Teatro greco è infestata da questa pianta con aculei di 10-20 cm. Un serio rischio soprattutto per i più piccoli”.

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