Manuela Leone, siciliana quasi quarantenne, dieci anni fa ha scelto di rientrare in Sicilia. È la presidente regionale di Rifiuti Zero Sicilia e referente della rete Zero Waste Italy. Responsabile e co-founder di un’azienda di servizi innovativi rivolti a imprese ed enti. Con lei abbiamo affrontato le problematiche relative all’ennesimo momento “emergenziale” che vive la Sicilia nella gestione rifiuti.
Perché la Sicilia è in continua ‘emergenza’ rifiuti?
Ritengo non si possa connotare ancora questa situazione come emergenziale. Anzi, credo questo termine debba a tutto titolo smettere di essere accostato alla questione rifiuti regionale. In Sicilia siamo di fronte a “crisi sistemiche”, a crisi cicliche di un sistema che hanno delle cause bene individuate e precise e che se lette secondo i parametri dettati dalla stessa normativa e dalla gerarchia di gestione rifiuti individuano nettamente le carenze.
Cosa non è stato finora fatto? Se fossi l’assessore regionale all’energia e ai rifiuti, cosa faresti per evitare le continue emergenze dei rifiuti?
Non è stata messa in atto una pianificazione coerente ai fabbisogni regionali e osservante della gerarchia di gestione dei rifiuti; non è stata costruita una pianificazione amministrativa concreta; non sono stati programmati, coordinati e realizzati investimenti per l’impiantistica che serve a gestire i flussi delle materie derivate dalle raccolte.
Perché l’associazione Rifiuti Zero Sicilia dice no agli inceneritori?
Ormai non è più solo il movimento internazionale Rifiuti Zero a dire no agli inceneritori ma è la stessa Europa. Il cambio di paradigma economico è sostanziale ed è la sfida del “presente” rivolto ormai da anni verso lo sviluppo dell’Economia Circolare e il raggiungimento degli Obiettivi per il Clima. Questa direzione non può che escludere ulteriori investimenti in impianti di distruzione della materia e alto impatto di emissioni come appunto un inceneritore, anche chiamato in Sicilia impropriamente Termoutilizzatore. Al di là di queste motivazioni, un inceneritore ha dei costi economici non ammortizzabili: genererebbe tariffe elevate di conferimento, ingesserebbe il sistema con un già codificato effetto “lock in” che impedirebbe di percorrere la strada virtuosa di minimizzazione del RUR (la parte non riciclabile dei rifiuti soliti urbani, ndr). In tempi inferiori sarebbe possibile fare molto di più potenziando il pretrattamento e costruendo gli impianti che realmente servono ai territori.
Perché Musumeci vuole invece costruire i termoutilizzatori?
Questo resta davvero un mistero e contraddice la stessa politica messa in atto nella prima parte di mandato da questo governo. Una politica che ricordo ha permesso di raggiungere un significativo balzo della regione, passata al 40% di raccolta differenziata. Ricordo a tutti che nel 2019, quando iniziò la procedura VAS del P.R.G.R., attuale piano regionale dei rifiuti, gli inceneritori erano del tutto assenti nella analisi dei flussi e non compresi tra gli impianti necessari in questa regione alle soglie del 2020. Tuttavia, tra le osservazioni pervenute allora da parte del Ministero dell’Ambiente, ci fu la richiesta di integrare il piano regionale siciliano con l’allora vigente prescrizione impiantistica dettata dal Dpcm del 10 ottobre 2016, decreto attuativo del meglio conosciuto art.35 dello Sblocca Italia, voluto dal governo Renzi, che prescriveva il potenziamento di impianti esistenti e disponeva la realizzazione di inceneritori per 700.000t in Sicilia. Ebbene, Musumeci disse ai cittadini e in risposta alle richieste del Ministero: “Inceneritori? Noi non li abbiamo previsti, ma se ce li chiedono dovremo valutare“.
Fatto eclatante fu qualche mese dopo quando gli effetti di questo Dpcm furono definitivamente annullati da una sentenza del Tar del Lazio che, con il suo pronunciamento definitivo, ha confermato la bocciatura già espressa della Corte di Giustizia UE. Per gli effetti di questa sentenza nessuno poteva più chiedere ed obbligare la Sicilia ad adottare questi impianti oramai obsoleti per una efficace e moderna gestione rifiuti. La domanda che mi pongo è quindi non è “perché vuole costruirli” quanto piuttosto chi glieli chiede adesso e perché?
Come si è comportato e si sta comportando Musumeci nel suo ruolo di commissario straordinario dei rifiuti in Sicilia?
Gli obiettivi che sostengono il ruolo del Presidente Musumeci a commissario straordinario sono “coordinamento delle attività necessarie al superamento della situazione di criticità” ma tale criticità ed “emergenza” è come detto prima “sistemica” e non potrà mai dirsi superata finché non verranno messi in atto tutti i provvedimenti necessari, tra questi in primis la realizzazione di impianti prevalentemente pubblici per il trattamento dell’organico e delle materie ricavate dalla raccolta differenziata, in una misura tale da soddisfare il fabbisogno regionale. Inoltre ritengo che la regione abbia assunto una posizione di estrema morbidezza nei confronti delle grandi città in primis Catania e Palermo: sei gare andate deserte nel primo caso e una gestione fallimentare nell’altro avrebbero forse richiesto una task force piuttosto che silenzi.
Cosa si dovrebbe fare a livello locale per incrementare la percentuale di raccolta differenziata e la sua qualità?
Seguire la normativa, le direttive europee e puntare al ribaltamento dalla visione del processo, non più a valle (attraverso discarica o incenerimento) ma a monte (prevenzione, riutilizzo, riciclaggio…)
Come reputi l’andamento della gestione dei rifiuti a Siracusa?
L’avviamento della gara, l’espletamento di molti servizi e l’estensione del porta a porta su tutto il territorio, il chiaro sforzo fatto per un’inversione netta di marcia sono stati evidenti.
Perché Catania, Messina e Palermo non riescono ad aumentare la raccolta differenziata? Perché Catania ha percentuali così basse? Il problema dei rifiuti in Sicilia è un problema di governance o un problema culturale?
Credo che il primo problema dei rifiuti in Sicilia sia l’assenza di un P.R.G.R che effettivamente pianifichi e guidi i territori e gli investimenti quindi l’assenza di governance ambientale coerente con la visione complessiva dell’Economia Circolare. Il fattore culturale è importante ma lo ritengo in larga parte un riflesso di queste carenze. I Siciliani non sono meno capaci di altri se chiamati effettivamente a fare la loro parte e in moltissimi comuni ben guidati la stanno già facendo da tempo.

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