Il Museo Archeologico di Noto. Un caso di “distorsione culturale”?

Chi mai potrebbe mettere in dubbio che la più grande scommessa del nostro territorio sia rappresentata dalla valorizzazione del patrimonio culturale? La provincia di Siracusa con i suoi 21 Comuni ha ben poco da invidiare in termini di ricchezza e bellezza, ma non sempre i “servizi culturali” sembrano essere al passo con idee sostenibili per il futuro.

Questa breve premessa ci è sembrata fondamentale per raccontare quanto accaduto a Noto nei mesi scorsi con le operazioni compiute per la gestione del nuovo Museo Archeologico, di prossima inaugurazione. Un Museo comunale, appunto, che da anni attende di essere finalmente fruibile; una nuova finestra aperta sulle specificità del territorio che, se dovesse accogliere, come si spera, anche i reperti provenienti dal sito della colonia greca di Eloro, sarebbe in grado di tessere nuove storie e soprattutto nuove strategie di rilancio. Nonostante questi presupposti, quanto emerso dalla lettura degli atti pubblici sembra ridimensionare il sogno di un servizio (pubblico), quale quello di una concessione museale a terzi, costruito con l’ottica “dell’etica culturale”. Nessuna apparente illegittimità nelle procedure di gara approntate dal Comune di Noto, eppure appare singolare la tipologia di bando redatta e utilizzata. La procedura di selezione infatti si è esclusivamente fondata sull’offerta economica col criterio del massimo ribasso, escludendo ogni tipologia di offerta tecnica che avrebbe nel dettaglio raccontato la qualità del servizio culturale poi erogato. Un sistema, un criterio e quindi una scelta compiuta entro i termini della legalità che tuttavia induce a fare delle riflessioni in merito all’indirizzo intrapreso nel mondo dei servizi culturali.

Appare infatti poco convincente la scelta di affidare la gestione di un bene, quale il Museo Civico

Archeologico, non sulla base della valutazione di un compiuto progetto di gestione, che avrebbe potuto favorire i soggetti più capaci di valorizzarne e promuoverne i contenuti, ma sulla base di una mera proposta economica, basata sulla maggior quota dei prezzi dei biglietti che ci si dichiara disponibili a riversare nelle casse comunali. Preoccupazione dell’aggiudicatario sarà quindi il contenere al massimo i costi. Ci domandiamo in quale prospettiva di crescita e di sviluppo possa essere collocato il Museo, in assenza di un vero piano di gestione, aggiudicato con un criterio che porterà inevitabilmente l’ente gestore – qualunque esso sia – a massimizzare i profitti, riducendo per quanto possibile i costi. Non erano possibili altri criteri che premiassero ad esempio la capacità di immaginare e perseguire percorsi di crescita e di valorizzazione?

Al momento non resta che attendere che questo nuovo Museo venga inaugurato e che finalmente si possa anche scoprire quali reperti saranno resi realmente fruibili. Perché la lettura dei documenti potrebbe anche far sospettare (e noi lo sospettiamo) che al momento della gara non fosse del tutto chiaro il patrimonio accolto dal nascente museo. Se è così come sembra, le società che hanno partecipato al bando, hanno elaborato un’offerta economica senza la possibilità di una valutazione ponderata. Cosa sarà esposto? Quale reale attrattiva eserciterà?

I musei sono a tutti gli effetti luoghi politici, luoghi in cui si costruisce il pensiero critico; “spazi” in cui una democratica partecipazione deve tessere il racconto di un territorio che non è stabile, fissato e concluso, ma che deve ambire a una sempre maggiore complessità. Il museo deve saper concorrere alla costruzione del benessere di una società attraverso strumenti sempre nuovi, guardando anche alla sostenibilità e al futuro che non possono esistere senza la conoscenza dell’ethos. Il caso del bando utilizzato per la gestione del Museo archeologico di Noto è probabilmente emblematico di un malessere diffuso nella gestione dei servizi culturali, specie siciliani, votati al profitto sterile più che alla reale valorizzazione del patrimonio.

La lezione che potremmo trarne allora è che la comunità non dovrebbe dimenticare con facilità che la gestione di un Museo (comunale) è un servizio pubblico e che la riguarda direttamente. E pertanto è legittimo che la comunità, non solo quella legata da vincoli storico-territoriali di appartenenza, pretenda che questi servizi ambiscano a traguardi di progresso e di avanzamento!

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