Meritano più decoro la targa commemorativa e la facciata della casa dove nacque Elio Vittorini

Il Premio intitolato a Elio  Vittorini, di cui si è svolta da poco la ventesima edizione, è il più significativo – di certo sul piano letterario – ma non l’unico omaggio tributato a un importante protagonista della cultura italiana del Novecento dalla sua città natale. A Siracusa, nel corso del tempo, il suo nome è stato dato all’aula consiliare del Comune in piazza Duomo, al lungomare di levante dell’isola di Ortigia, a una scuola (l’8° Istituto comprensivo di via Regia Corte, nei pressi di viale Tica), alla Biblioteca provinciale con annesso piccolo spazio museale all’interno del Palazzo del Governo di via Roma. Inoltre a suo padre, il ferroviere e letterato Sebastiano Vittorini, è stata intitolata la stazione centrale, e al secondo figlio di Elio, il professore Demetrio Vittorini (nato a Gorizia come il fratello Giusto) il consiglio comunale aretuseo nel 2002 conferì la cittadinanza onoraria.

A questo elenco si aggiunge la targa apposta anni fa sulla facciata di una casa di via Riviera Dionisio il Grande dove abitarono alcuni componenti della famiglia Vittorini, sulla quale sono state scritte alcune inesattezze che hanno contribuito alla fake news circolata ultimamente in città. È infatti del tutto falso che lo scrittore abbia vissuto in quella casa e vi abbia composto parte delle sue opere, come affermato da qualcuno. Vicenda che raccontiamo in un articolo a parte.

Qui ci occupiamo invece di un’altra targa che indica la casa dove Elio nacque il 23 luglio 1908. È situata nell’attuale via Vittorio Veneto, allora denominata via Gelone, già Mastrarua (a Masciarrò nel dialetto di Siracusa) ed apparteneva alla famiglia della madre Lucia Sgandurra. Al numero civico 140 accanto al portoncino c’è la lapide commemorativa che venne affissa nel 1983, in occasione del 75° della nascita, su iniziativa del giornalista Dino Cartia e di altri cittadini. Col passare del tempo sta progressivamente sbiadendo la scritta incisa sulla lastra di marmo, la quale è contornata da cavi volanti dell’energia elettrica, mentre il muro su cui è collocata è scrostato e sempre più malandato. Situazione che, già nel 2016, Maria Lucia Riccioli segnalava in un articolo de La Civetta.

Di recente, alla fine di uno degli incontri organizzati nell’ambito del premio Vittorini, è stato l’avvocato Pucci Piccione ad accennare allo stato in cui versa la targa. A lato di essa è da notare una piastrella in ceramica posta dal Liceo Einaudi per il proprio progetto didattico “Itinerari Vittoriniani”, riferiti soprattutto a luoghi, ambientazioni e personaggi che compaiono nella Siracusa romanzata dell’autobiografico Il garofano rosso, scritto negli Anni Trenta.

Sulle orme di Vittorini – tour dei luoghi ortigiani cari allo scrittore” è invece il titolo dato alle visite guidate curate da Confguide, proposte tra le iniziative collaterali dell’ultima edizione del premio letterario. E pure durante i normali giri turistici dell’antico quartiere di Ortigia  non è raro che qualche guida professionale – come ci conferma il veterano Carlo Castello – segnali ai turisti quel punto di via Vittorio Veneto, nonostante le condizioni in cui si trova.

Restaurare la targa, ritoccare il muro scrostato, rendere più decoroso il tutto non  sembra per nulla un problema complicato né oneroso. Senza necessariamente attendere i tempi d’intervento della pubblica amministrazione, qualche associazione culturale e cittadini di buona volontà potrebbero provvedere dopo avere richiesto e ottenuto regolari autorizzazioni.  Noi ci siamo.

Naturalmente sappiamo bene che ce ne sono altri di siti trascurati da ripristinare e a cui ridare smalto, tanto più in una città che si candida per la seconda volta a capitale italiana della cultura. Diciamo che la casa in cui Elio Vittorini venne al mondo e visse alcuni anni dell’infanzia e della gioventù, prima di andare via da Siracusa, offre la possibilità di più narrazioni: a beneficio del turismo culturale ed esperienziale (termine oggi in voga nel linguaggio settoriale) e dei progetti scolastici “di territorio” per meglio approfondire la conoscenza dell’autore di Conversazione in Sicilia e di altri romanzi e racconti, del direttore di riviste innovative, del responsabile di collane editoriali, del traduttore, del suo impegno militante sia in campo culturale che politico. E per meglio conoscere anche la storia della sua famiglia – dei Vittorini e degli Sgandurra – e della Siracusa dell’epoca, da raccontare innanzitutto ai siracusani di oggi, a cominciare dai bambini che un secolo dopo vivono nello stesso rione dove ancora resistono i bastioni a picco sugli scogli.

 

 

 

FRAMMENTI

 

Elio Vittorini,  dall’articolo “Della mia vita fino a oggi raccontata ai miei lettori stranieri”, pubblicato la prima volta nel marzo 1949 sul Bollettino editoriale Bompiani n. 3.

Siracusa è una città di marinai e di contadini costruita su un isolotto che un lungo ponte congiunge alla Sicilia. Io vi sono nato il 23 luglio 1908 in una casa da cui ho visto naufragare, quando avevo sette anni, un piroscafo carico di cinesi. C’erano bastioni a picco sugli scogli dietro la casa, e da una parte, un centinaio di metri più in là, il piazzale dove i contadini del rione, tornando la sera dal lavoro dai campi, lasciavano a stanghe per aria i loro carretti. Essi si portavano le bestie in casa, chi asino, chi mulo, chi cavallo, tornando ogni sera tra le sette e le nove per ripartire alle tre del mattino.

In ogni casa c’era un cortiletto con un chiuso di legno per le bestie e con una vasca di pietra per fare il bucato. Uomini che tornavano la sera con le bestie nella nostra casa, e donne che lavavano nella vasca di pietra del nostro cortile erano i miei congiunti per parte di madre: zii, per parte di madre, cugini per parte di madre. Dei miei congiunti per parte di padre, invece, ho solo sentito parlare: erano marinai. Ma mio padre era ferroviere e noi si abitava nella casa di Siracusa, con la famiglia di mia madre, solo quando lui prendeva le ferie. Per il resto si stava in piccole stazioni ferroviarie con reti metalliche alle finestre e il deserto intorno.

Iole Vittorini, da Mio fratello Elio volume 1 Ombra editrice, Siracusa 1989.

“Il 23 luglio nacque Elio, il mio caro Elio. La sua nascita fu un dramma per mia madre. Tre giorni e tre notti di travaglio la tormentarono, come mi hanno raccontato. Dopo averlo pulito, l’ostetrica lo consegnò al nonno materno dicendogli: Ecco don Salvatore, vi consegno un futuro genio” […]

“Da Terranova di Sicilia nel 1919 approdammo a Dirillo, la prima stazione in cui mio padre fu nominato capostazione. La campagna era bella e la malaria di primo grado” […]

“In estate Aldo (il fratello più piccolo nato dopo Elio, Ugo e Iole ndr) prese la malaria. Fuggimmo da Dirillo diretti a Siracusa e il nonno Sgandurra fece appena in tempo a salvarlo. Mia madre decise, in quell’occasione, di lasciare nella casa paterna Elio e Ugo perché frequentassero la scuola di città. La separazione dai suoi figli la faceva soffrire anche se l’affidamento al nonno e alla zia Peppina costituiva comunque una garanzia” […]

“A Siracusa Elio e Ugo erano più liberi senza il controllo del padre. La zia Peppina era accecata dall’amore per Elio e il nonno Sgandurra credeva in un’educazione naturale” […]

“Ai funerali del nonno Sgandurra vennero molti siracusani. Sebbene egli fosse un semplice artigiano, l’imponenza del corteo faceva credere alla morte di un uomo illustre. Aveva conosciuto tanta gente e si era prodigato in alcune situazioni particolari, come in occasione della ‘spagnola’ quando aveva lavorato senza sosta per curare quelli che non potevano permettersi un medico. Elio ed Ugo rimasero nella casa del nonno e fu il loro modo di osservare il lutto” […]

“A Gorizia Elio lavorò come assistente alla ricostruzione di un ponte. Scriveva spesso a mio padre, ma le notizie riguardavano la vita di tutti i giorni ed era sempre attento a rassicurarci che tutto andava bene. L’8 agosto 1928 nacque Giusto, il primo figlio di Elio (e di Rosa Quasimodo ndr). Nel Natale del 1928 Elio tornò a Siracusa… Seppe che avevamo dovuto vendere la casa del nonno Sgandurra e una grande malinconia lo assalì per molti giorni” […] “Scompariva definitivamente un’epoca. Quella casa era stata tutto per noi Vittorini, e fu svenduta a poco prezzo”.

Demetrio Vittorini, da Un padre e un figlio Baldini&Castoldi, Milano 2000.

“Il nonno Salvatore Sgandurra, nonno di Elio e mio bisnonno, faceva il barbiere e il cerusico, cioè il salassatore e, per l’inflazione dei titoli tipica del Sud, veniva chiamato dai suoi clienti dottor Sgandurra” […]

“A Siracusa questo antenato Sgandurra dovette fare fortuna perché diventò proprietario di due saloni da barba e poi comprò la casa nella Mastrarua” […] “Doveva già chiamarsi via Gelone quando Elio era bambino. Io personalmente feci in tempo a vedere la targa via Gelone e sotto in piccolo ‘già Mastrarua’. La casa degli Sgandurra, in cui Elio passò l’infanzia, mi è stata indicata solo una volta in vita mia e l’ho potuta vedere dall’esterno, però ne ho viste all’interno altre simili” […]

“Una casa che nelle sue mitizzazioni Elio avrebbe potuto ricordare come un castello. Non era certo uno dei palazzi barocchi di Siracusa, né aveva una scala monumentale nel cortile: era una costruzione popolare per marinai o contadini, ma era anche una vera casa.”

 

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