Appresa la notizia della candidatura di Siracusa al Bando “Capitale italiana della cultura 2024”, resta solo da rimboccarsi le maniche e come già espresso da più voci, autorevoli, operare in sinergia per la creazione di un Dossier omnicomprensivo di tutti quei punti strategici che possano favorire il riconoscimento dell’ambito titolo. Superfluo è forse ricordare, come la progettazione sarà tutta costruita tenendo ben presenti i criteri di ammissibilità fissati dal Bando, ma personalmente ritengo che questa occasione, possa far affrontare alla nostra città un’altra grande sfida. Anche Siracusa, come in un processo profondamente diffuso per le realtà urbiche moderne e complesse, assiste ad una spersonalizzazione dei luoghi e soprattutto di un identitario spirito cittadino. Sono molti e vivaci i dibattiti nati in risposta a questi fenomeni, che coinvolgono scenari di scala internazionale, nei quali sembra emergere in particolare la “ri-scrittura” di un nuovo “codice etico-culturale”, in grado di affrontare l’urgente tema delle “periferie”. Periferie geografiche ma soprattutto culturali, che generano una separazione sempre più marcata fra una intellighenzia cittadina, autorevole e attiva, e una grossa parte di cittadinanza che non riesce a riconoscere il valore delle azioni culturali se non nell’ottica di una concreta risposta ai quotidiani problemi di “vivibilità”. Quanto detto, forse, potrebbe essere utile per considerare una nuova metodologia nella formulazione del “dossier” utile al bando: una progettazione e soprattutto una attuazione civica, collettiva e condivisa. Se è necessario il coinvolgimento di una General intellect, è altrettanto necessario che gli enti, tutti, abbiano ben chiara la strategia di intervento. Come a dire che adesso gli attori non possono essere “gli intellettuali”, non solo loro, ma soprattutto il “cittadino comune”. La formula segreta allora potrebbe proprio essere l’Associazionismo, ponte diretto per la partecipazione di una nutrita fetta di collettività. Tutto ciò senza eludere l’importanza del coinvolgimento di tanti altri soggetti, utili alla saldatura delle diverse “componenti culturali” attive in città. Con una simile strategia, il dossier presentato da Siracusa potrebbe apparire straordinariamente veritiero: l’urbs come terra del mito, della bellezza, e Patrimonio dell’Umanità per la sua peculiare stratificazione storica e la città “moderna”. Quella insomma, attanagliata dai comuni problemi delle città del XXI secolo, della raccolta differenziata, della manutenzione delle strade, per esempio. Il diretto coinvolgimento di tutte quelle realtà complesse che indichiamo con il semplice appellativo di “periferia”, consentirebbe davvero di “iniziare” un processo di rigenerazione culturale, di ri-appropriazione dell’identità aretusea. Una sperimentazione, dunque, con una importante ricaduta nell’ambito sociale, integrazione, conoscenza del territorio e radicamento.
E’ vero, il tempo è breve ma una progettazione lungimirante, che guardi soprattutto all’obiettivo di una “tessitura sociale”, potrebbe vincere anche senza ottenere il titolo ambito. Gettando le basi, per un percorso ancora più ambizioso nel 2033, con “capitale della cultura europea”
Dopo tanti anni trascorsi nel mondo dell’associazionismo ho imparato a leggere questa forte dicotomia presente nella sfera del culturale, e sarebbe una sfida epocale riuscire a concordare il peso, aureo, del patrimonio culturale, con la modernità che non sempre riesce a riconoscersi nelle radici storiche. Vorrei concludere questa mia breve , ma spero utile riflessione, con un appunto che conservo da molti anni e che ho sempre immaginato di poter un giorno, rileggerlo insieme a molti miei concittadini:
“E’ urgente dare vita nelle nostre città ad un movimento di amicizia civile con un fine specifico: quello di riaffermare, rigenerandola, l’identità culturale di una comunità di persone che scelgono di coltivare le virtù civiche. L’amicizia civile, fondata sul rispetto – che non è la mera tolleranza –, la collaborazione e la condivisione tra persone con idee e appartenenze anche diverse, è prerequisito indispensabile per ritrovare fiducia e per realizzare il bene comune, che è altra cosa rispetto al bene totale” di Stefano Zamagni

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