L’affare land grabbing 2.0, l’accaparramento di terre del nuovo millennio

Il quotidiano La Repubblica parla di centinaia di progetti di mega impianti fotovoltaici (per l’esattezza oltre 380) presentati tra il 2019 e il 2021: l’85%, il rimanente nel 2021. “Una corsa che non si spiega se non con la deregulation che garantisce al momento l’isola”. Un’area interessata, enorme, pari a 14.592 ettari, per una potenza, prodotta dagli impianti, per 7.184 megawatt: cinque volte più di quella prodotta attualmente.

Le proposte provengono da imprese straniere e quasi tutte verranno approvate perché non è stato ancora esitato il piano energetico regionale per la salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente, dei terreni agricoli e dell’economia isolana che vieterebbe, laddove vigono vincoli paesaggistici, impianti fotovoltaici industriali, consentendo invece solo impianti con scambio sul posto a servizio delle aziende agricole. Lo stesso decreto legislativo di recepimento della direttiva 2009/28/CE contiene prescrizioni finalizzate a porre freno alla sottrazione di terreno agricolo, ponendo quali condizioni all’accesso agli incentivi statali in conto energia per gli impianti fotovoltaici installati a terra in aree agricole:

  • una potenza nominale dell’impianto non superiore a 1 MW e, nel caso di terreni appartenenti al medesimo proprietario, la collocazione degli impianti a una distanza non inferiore a 2 chilometri;
  • che non sia destinato all’installazione degli impianti più del 10% della superficie del terreno agricolo nella disponibilità del proponente.

E così, nel vuoto normativo regionale, queste imprese propongono all’agricoltore l’affitto del suo terreno, un affare sicuro e conveniente a fronte di una misera e precaria situazione economica: un canone annuale (dai 1.500/3.000 euro per ettaro). È chiaro che qualche sacrificio si dovrà fare come lo fu 70 anni fa per il SIN di Siracusa: il paesaggio sarà deturpato e testimonianze archeologiche distrutte.

Inoltre, oggi gli aspetti sono tutti negativi. Si vuole, per ragioni di alto profitto, coprire chilometri quadrati di terreno di interesse paesaggistico piuttosto che in zone deputate e ancora più grandi, come quelle situate in zona industriale, che, essendo vicino al mare, porterebbero a una maggiore manutenzione; l’occupazione, dopo l’avvenuta installazione, sarà di poche decine d’addetti eppure le imprese parlano di centinaia d’occupati (il solito ricatto occupazionale); la popolazione non otterrà nessun beneficio da questi impianti.

Tutto ciò è la conseguenza dalle scelte fatte nel PNRR che non ha destinato miliardi al sud per nuove industrie rispettose dell’ambiente, lavori urgenti per bonifiche, ampliamento di porti, maggiori collegamenti commerciali, ecc. dirottandoli invece al centronord. Mentre, date le risorse sul fotovoltaico per “la rivoluzione energetica”, le multinazionali, non trovando spazi nel centronord, territorio già saturo geograficamente, “investono” in terra di Sicilia, ricca di sole e d’ampi spazi, aperta alle elemosine e con un governo regionale incompetente, vicino alla Lega, compiacente agli interessi delle lobby esterne.

Ma che deve fare la Sicilia di tutta questa energia? Dichiara Giuseppe Li Rosi dell’Istituto TerraeLiberAzione: “Assistiamo alla disattivazione dell’agricoltura nell’isola che ha messo in grave sofferenza la maggior parte degli operatori. Questa masnada di ruffiani che contatta i poveri agricoltori per affittare i loro terreni, gravita lungo il corridoio dell’elettrodotto Ciminna-Chiaramonte Gulfi che non serve solamente a ‘mettere in sicurezza’ il sistema elettrico e sviluppare il territorio regionale, ma serve a chiudere il ‘Cerchio Magico’ che collega l’energia prodotta in Tunisia da una cordata Italo-Tedesca, a quella prodotta in Sardegna e il potenziamento dell’elettrodotto sotto lo Stretto più il Sicilia-Malta. Inoltre, lungo questo corridoio isolano (l’anello elettrico funzionale al saccheggio dell’Isola e del Mediterraneo centrale, ndr) vediamo nascere i più grandi parchi di fotovoltaico d’Europa che produrranno energia sui terreni agricoli acquisiti in logiche di land grabbing 2.0. Difatti, la Terna con un investimento da 3,7 milioni di € costruirà un collegamento a alta tensione (500KV in corrente continua) dalla Sicilia a Sardegna e Campania un’opera da completare entro il 2027. La Sicilia e il mega impianto di Canicattini ne sono un lampante esempio: la regione diventa piattaforma produttiva e snodo di enormi flussi energetici che lasceranno a noi terreni disattivati, povertà ed ennesima frustrazione. Quanto alle ‘energie pulite’ di rinnovabile hanno i profitti. Cioè: paghiamo tutto noi in bolletta. Questo corridoio assomiglia sempre più alla classica galleria che i ladri scavano per portare via l’oro dal caveau di una Banca”.

Ma il legislatore recentemente ha pubblicato le “Linee guida per l’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di impianti di produzione di elettricità da fonti rinnovabili”, Decreto Legge che ha recepito la direttiva europea 2001/77/CE. Questo provvedimento è intervenuto per la realizzazione degli impianti da fonti energetiche rinnovabili (Fer), tra cui quelli fotovoltaici. Le Linee guida sanciscono il regime giuridico nazionale delle autorizzazioni. Si prevede che le Regioni e Province autonome, al fine di “tutelare l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico, le tradizioni agroalimentari locali, la biodiversità e il paesaggio rurale”, possano imporre limitazioni e divieti, con atti di tipo programmatorio e pianificatorio, per l’installazione di tali impianti, individuando aree non idonee, fra le quali ricadono le aree agricole interessate da produzioni agro-alimentari di qualità (produzioni biologiche, produzioni Dop, Igp, Stg, Doc, Docg, produzioni tradizionali) e/o di particolare pregio rispetto al contesto paesaggistico-culturale. L’attuale capillare e imponente diffusione della tecnologia fotovoltaica, inoltre, richiede un’attenta riflessione riguardante importanti problematiche quali il rilevante impatto paesaggistico causato dall’installazione dei pannelli. S’è osservato che dopo una massiccia sottrazione di terreno agricolo già avvenuta negli ultimi cinquant’anni (aree residenziali e industriali conseguenza di uno sviluppo economico male gestito a livello locale) non è giusto continuare in questa logica in zone non industriali. È importante che la politica nazionale gestisca questo fenomeno penalizzando un approccio puramente lucrativo al fotovoltaico – incompatibile con le esigenze di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio italiano – puntando su due orientamenti principali, entrambi sostenibili per l’ambiente:

  1. la promozione dell’integrazione architettonica degli impianti in agricoltura, sfruttando la superficie disponibile su coperture e facciate degli edifici agricoli che, secondo una stima dell’International Energy Agency (Iea, 2002), ammonterebbe per l’Italia (al netto degli ingombri) a 128 km2, sufficienti per poter produrre annualmente 16 TWh di energia elettrica, rendendo il settore agricolo autosufficiente e addirittura in grado di vendere energia (Brofferio, 2005);
  2. l’installazione esclusiva dei parchi fotovoltaici nelle aree agricole marginali a basso valore naturalistico, improduttive o industrialmente dismesse (Coiante, 2005) che ammontano a ben oltre 12.840 km2.

Dall’analisi effettuata emerge che il rapporto tra fotovoltaico e agricoltura va sicuramente regolamentato, ma non può essere osteggiato senza adeguate motivazioni, in quanto rappresenta una grande opportunità per la diversificazione dei redditi agricoli e per il raggiungimento degli obiettivi della politica ambientale e climatica dell’Unione Europea.

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